Ricordo di Aldo Pagni

Ricordo di Aldo Pagni

Pubblichiamo l’intervento della figlia Valentina in occasione del Convegno  Responsabilità civile e responsabilità sanitaria. Due sistemi a confronto, dedicato ad Aldo Pagni, che  si è svolto presso il Dipartimento di Scienze giuridiche dell’Università degli Studi di Firenze (8/2/2018)


Ritratto Aldo PagniPenso che l’affetto di mia sorella sarebbe capace di convincermi ad andare sulla luna… non trovo un’altra spiegazione, se non l’affetto, al suo desiderio di farmi partecipare a una giornata come questa: la sede accademica, gli argomenti trattati e i protagonisti del convegno esprimono le più elevate competenze scientifiche e tecniche, delle quali io sono invece completamente sprovvista, dato che mi occupo principalmente di musica.
In realtà sono qui solo per testimoniare l’esperienza diretta di una parabola umana che si è conclusa poco tempo fa, con un lascito vivissimo che ci accompagna ogni giorno e che sentiamo importante e bello da condividere.
Nostro padre è stato un uomo decisamente singolare, la cui memoria non può prescindere dalla dimensione professionale, che ha occupato interamente la sua vita, a partire dagli spazi fisici della nostra casa: l’instancabile attività di medico, pubblicista, dirigente, filosofo della medicina lo ha reso protagonista di quasi tutte le vicende che dalla fine degli anni ’60 al 2016 hanno attraversato la politica sanitaria del nostro Paese, lasciando sostanzialmente sullo sfondo la vita familiare, ma permettendoci di essere testimoni vicine e coinvolte di ognuno dei passaggi più importanti della sua storia professionale e dei cambiamenti profondi che l’hanno contrassegnata.
La sua onnivora curiosità, accompagnata da una passione “smodata” per i libri, l’aveva portato a interessarsi di qualunque argomento fin dall’adolescenza, ed è per questo che la vastità dei suoi interessi comprendeva letteratura, teatro, arti figurative, musica, politica e sport, oltreché la filosofia, grazie anche alle specifiche competenze di nostra madre, sua compagna per oltre 60 anni.
Tutti questi interessi confluivano nella sua esperienza diretta di medico che, dopo una brillante specializzazione in medicina interna, e archiviate le aspirazioni universitarie a causa dell’espletamento di un lungo e punitivo servizio di leva, si dedicava con impegno e talento all’attività di medico di famiglia.
Un medico colto e curioso, dotato di una naturale autorevolezza ma anche di una grande capacità di ascolto che definirei “democratica”, grazie alla quale instaurava con i pazienti e i collaboratori un rapporto di fiducia senza alcuna blandizie, anzi talvolta con una certa rudezza di modi, che ad esempio rendevano le sue conversazioni con gli informatori scientifici dei veri match ambulatoriali.
L’aggiornamento costante – sia sul piano scientifico e culturale, sia come espressione di una spiccata curiosità intellettuale – e il rispetto per il portato di una vissuta esperienza di saggezza contadina creavano un mix di scienza e buonsenso, nutrito dall’irriverenza feroce della toscanità (seppure nato a Genova, è cresciuto in Toscana) e da una sostanziale e totale libertà di pensiero, alla quale non ha mai abdicato, nelle tante vicende che lo hanno visto impegnato in ruoli istituzionali.
Le importanti trasformazioni normative che hanno investito in questi cinquant’anni la medicina lo hanno visto sempre attivo, all’inizio come giovane sindacalista dall’eloquio fluido e forbito (un sindacalista sui generis, a tutela della professione, più che dei professionisti!); fin dalla metà degli anni ’70 l’intensità dell’impegno profuso in lunghe sessioni di studio e letture notturne faceva emergere il suo progetto culturale sulla medicina, mentre la Riforma Sanitaria del 1978 realizzava il dispositivo dell’articolo 32 della Carta, e il medico di famiglia, per la prima volta, si vedeva riconosciuto un ruolo centrale nel nuovo Servizio Sanitario Nazionale.
Contemporaneamente, la presa di coscienza diretta della progressiva svalutazione che la professione medica subiva (l’orrido dottor Tersilli medico della mutua, del film di Luigi Zampa interpretato da Alberto Sordi, era un insopportabile prototipo di tutti i peggiori crimini di cui un medico poteva macchiarsi, ma rispecchiava un’opinione piuttosto comune sulla professione…) suscitava in lui l’esigenza di una vera e propria “riscossa” culturale.
Partendo, come al solito, dallo studio dei testi e dalla capacità di guardare anche al di fuori dei confini nazionali, nostro padre si armava, insieme ad alcuni fidati compagni, per una battaglia di competenza e individuazione di specificità per la nuova medicina generale, quella che praticava nel suo ambulatorio e nelle quotidiane visite domiciliari che (in assenza dei telefoni cellulari) venivano prenotate e comunicate da noi, sempre munite di una robusta prolunga telefonica, blocco e matita… accanto ai libri di scuola, o alla tastiera del pianoforte.
La riflessione sui modi e gli scopi della professione del medico generale fu ampia e prolungata, ma soprattutto graniticamente poggiata sulla centralità dell’uomo, e nutrita da un continuo approfondimento umanistico, che abbracciava la cultura classica e l’epistemologia medica in un unico progetto, pur nella consapevolezza dell’importanza di un rapido progresso scientifico e tecnologico, che continuamente suggeriva la specializzazione di competenze e abilità mediche settoriali.
L’antropocentrismo della relazione di cura rendeva indispensabile intanto l’ascolto attento della storia umana della persona malata, e in questo nostro padre era naturalmente facilitato da una memoria puntualissima, che gli permetteva di seguire le trame delle infinite vicende familiari dei suoi duemila pazienti, riannodandone i fili a ogni incontro, e incrementando così in modo esponenziale la fiducia nella saggezza delle sue decisioni cliniche.
Anche in questo senso il suo “umanesimo” medico era totalmente coerente, e nutrito costantemente da una combinazione di due fattori molto diversi, ma in lui perfettamente amalgamati: la cultura scientifica, sempre aggiornata e sostanzialmente fiduciosa nel progresso – e mai disgiunta dall’amore per la riflessione filosofica – e un occhio attento ai valori di una società passata, in cui la parola data valeva quanto un contratto, l’onestà intellettuale era sempre accompagnata dal rispetto profondo per l’altro, e la difesa delle componenti più deboli meritava accese battaglie.
In questo senso visse anche l’impegno di medico del lavoro quando, presa coscienza del fatto “che l’ambiente lavorativo rappresenta un fattore determinante per la salute, ma spesso è ignorato nell’approccio clinico del medico al singolo paziente”, come si legge nelle sue memorie, si mise a studiare le patologie specificamente legate all’attività vetraria, data la tradizione empolese nella produzione di vetri e cristalli: fu lo spunto per approfondire modi e tempi del lavoro in vetreria, e organizzare – nel suo più tipico stile di abbinamento fra scienza e cultura – anche un importante convegno nazionale sul tema dell’arte vetraria in rapporto alla medicina del lavoro.
L’impegno per un approfondimento scientifico e culturale sui modi della professione si faceva intanto sempre più intenso, e un’accelerazione in questo senso venne dalla proposta da parte del CNR di un progetto di informatizzazione per i medici: si trattava di definire le “specifiche” della professione del medico generale e di ideare uno specifico software per la gestione dei dati.
La cartella clinica orientata per problemi fu cibo quotidiano per molto tempo, anche in famiglia. Col consueto entusiasmo nostro padre si avventurava in territori sconosciuti, con computer ingombranti e poco efficienti, chiedendo aiuto agli informatici, ma soprattutto impegnandosi – con valorosi colleghi, tra cui l’amico di sempre, Luciano Baldacci – ad analizzare, definire e disciplinare le prestazioni dei medici di famiglia.
Erano i famosi protocolli, che tracciavano le linee guida per la cura delle principali malattie: ricordiamo interminabili sedute notturne alla scrivania, e intere giornate estive dedicate esclusivamente allo studio e alla stesura di questi documenti, che sistematizzavano il trattamento del diabete, dell’ipertensione e tante altre patologie che frequentemente i medici generali si trovavano ad affrontare.
Questa febbrile e costante attività pratica e teorica sul senso della professione medica si concretizzava poco dopo nella fondazione della Società Italiana di Medina Generale, che nacque nel 1982 a Firenze, vedendo protagonisti insieme a lui Antonio Panti, Mario Boni e Danilo Poggiolini.
Inizialmente osteggiata dagli ospedalieri e dagli universitari, la SIMG nasceva 50 anni dopo il Royal College dei medici generali inglesi, e l’esperienza britannica fu la linfa iniziale per organizzare le metodologie e i primi lavori scientifici, grazie anche alla partecipazione di un (allora) giovane medico bilingue, Claudio Cricelli, attuale presidente della Società.
La nuova creatura ebbe in famiglia le cure che si destinano ai neonati: fummo tutti coinvolti con il grafico Silvano Salvadori nella creazione del logo che, coerentemente con l’approccio colto e attento ai valori della classicità di nostro padre, fu composto a partire dal celebre dipinto di Jan Steen – Il medico e la paziente – che ne è immagine centrale, inscritta in una figura circolare che comprende: uno stilizzato emiciclo di anfiteatro greco, su cui è impressa la parola logos, un nodo d’amore con la parola filìa e una ruota dentata che reca la parola technè. Dove il logos è l’insieme dei saperi che servono a essere un medico (compresa l’indispensabile, onnipresente cultura umanistica), filìa la capacità empatica di entrare in contatto col paziente e costruire con lui un rapporto di fiducia e confidenza, e technè l’arte medica, intesa come insieme di gesti pratici e possibilità di sfruttare le nuove tecnologie, sempre ovviamente al servizio dell’uomo, nella sua laica centralità (Figura 1).
L’impianto della Società non poteva prescindere dalla scuola, e da una nuova didattica interattiva, gestita da formatori appositamente preparati a insegnare ai giovani medici in una prospettiva di formazione continua, che comprendeva anche il tirocinio in studio sotto la supervisione di un tutor.
Tutto questo, che oggi può sembrarci acquisito in modo pacifico, era invece allora frutto di un’autentica fatica, di cui nostro padre si sobbarcava con l’abituale leggerezza: non abbiamo memoria di alcuna lamentela, né di avergli sentito invocare la necessità di staccare… per lui tutto questo, semplicemente, non esisteva.
E infatti altre sfide si aggiungevano col passare del tempo, soprattutto dopo l’inizio dell’avventura romana, come lui definì la sua Presidenza della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici e degli Odontoiatri, dal 1996 al 2000.
Anche quel ruolo fu ricoperto con entusiasmo e grande senso di responsabilità, in un periodo di difficili trasformazioni che coinvolgevano temi delicatissimi come la procreazione assistita, l’uso delle cellule staminali, il fine vita. Tutti argomenti che affrontava partendo sempre dall’approfondimento degli studi scientifici e filosofici più aggiornati, e rivendicando una libertà di pensiero e una laicità che, non poche volte, si scontravano con le altrui posizioni, politiche e religiose. Una foto che lo ritrae in udienza da Papa Giovanni Paolo II ci fa ancora sorridere, perché nell’atteggiamento di evidente ed esibito rispetto dinanzi al Santo Padre non manca una sfumatura di sornione disincanto…
Come Presidente della Federazione, nostro padre fu al centro anche della nota vicenda legata alle cure oncologiche del professor Di Bella, un fisiologo modenese che nel 1997 proponeva una multiterapia anticancro a base di somatostatina. La terapia non era stata sottoposta a una rigorosa sperimentazione scientifica, e la Commissione Unica del Farmaco, composta da illustri clinici e farmacologi e presieduta da nostro padre in qualità di Presidente della Federazione dichiarò che, non avendo validità scientifica, la cura non potesse essere inserita nei protocolli di trattamento oncologico del Servizio Sanitario Nazionale. Questo scatenò una potente battaglia mediatica, strumentalizzata anche dalla politica, con la Destra che si schierò apertamente a difendere il diritto alla libertà di cura.
In quell’occasione anche alcuni grandi nomi della medicina scelsero di non assumere una posizione di netto disaccordo con il professore, che appariva alla gente “un anziano medico buono e umano, refrattario alle regole della scienza, vincente nel confronto con le scarse capacità comunicative e la mancanza di empatia rimproverate a molti oncologi”, come scrisse nostro padre, sempre nel suo libro di memorie (significativamente intitolato “Un medico di famiglia nel teatro della vita”). Lui invece si espose, con grande coraggio, intervenendo in tutte le trasmissioni televisive principali (tra cui Porta a porta e il Maurizio Costanzo show), a ripetere che era necessario evitare che l’opinione pubblica si cibasse di pericolose illusioni, anche perché intraprendere la cura Di Bella significava per i malati oncologici abbandonare la chemio e la radioterapia. Furono giorni convulsi e davvero difficili – ricevette infatti numerose minacce, e perfino una busta contenente un proiettile… – ma eravamo molto fiere di lui.
La stessa posizione ferma e serena fu assunta nella vicenda delle cure a base di cellule staminali, che ha trovato in tempi recenti una definitiva soluzione giudiziale, in linea con quanto nostro padre aveva sostenuto.
Le approfondite competenze giuridiche di mia sorella divennero in quegli anni linfa vitale a cui attingere: definita da piccola Ilaria-cittadina-protestataria per la sua vis argomentativa, e spesso protagonista di asperrime discussioni con lui, mia sorella veniva ora coinvolta in lunghe conversazioni chiarificatrici, e sempre più spesso nella lettura dei documenti che lui andava elaborando, in modo che vi potesse ravvisare e correggere eventuali inesattezze o lacune sul piano giuridico.
Coerentemente con i suoi interessi umanistici e filosofici, nostro padre fu una presenza significativa nella Consulta deontologica. Come lui stesso ebbe a scrivere nel 2012: “la medicina di ieri costava poco e, nella pratica, non produceva molto di nuovo, ma aveva fini eticamente indiscutibili; come recitava un vecchio adagio, ‘curava spesso, guariva qualche volta e consolava sempre’. E la deontologia, fino agli anni ’90, aveva potuto limitarsi a dare indicazioni per una prassi medica moralmente onesta, corretta e decorosa. La medicina tecnologica di oggi è invece molto costosa, e ha dilatato il suo potere, andando oltre le regole della natura; nel contempo l’apertura al diritto del cittadino di essere coinvolto nelle decisioni del medico comporta che la riflessione deontologica non possa più esaurirsi nell’ambito della professione, ma debba confrontarsi con l’opinione pubblica”.
Nostro padre partecipò a quattro delle cinque successive stesure del Codice deontologico, che si susseguirono dal ’78 al 2006; i lavori della consulta erano contraddistinti dall’estenuante negoziazione di ogni articolo, ma già nel ’98 il codice accoglieva temi come la legittimazione della sospensione delle cure e del rispetto della volontà del paziente divenuto incapace, attraverso direttive anticipate.
Se è vero che la vita è ciò che ti succede mentre sei impegnato in altri progetti, lo è stato ancor di più per nostro padre il quale, superati agilmente gli ottant’anni, continuava a partecipare a convegni e incontri in tutta Italia, con un fitto calendario oggetto di scherzosi confronti con le agende degli altri superimpegnati membri della famiglia, fino alla constatazione di una sostanziale parità, nonostante le differenze anagrafiche.
Un casuale controllo di routine evidenziava improvvisamente una neoplasia in fase avanzata, e in 48 ore nostro padre prendeva coscienza che, nonostante il suo stato di salute gli sembrasse ancora ottimo, era invece malato, e piuttosto gravemente.
Sono così iniziati gli ultimi sei mesi della sua vita, nei quali la perfetta corrispondenza tra le precedenti, colte teorizzazioni in tema di fine-vita e di rispetto per la dignità umana, e il suo inedito atteggiamento di paziente ci hanno regalato un padre nuovo e meraviglioso.
Il passaggio repentino dalla condizione di medico a quella di paziente fu gestito da lui con inarrivabile compostezza e, fin dall’annuncio sbrigativo della diagnosi infausta da parte del radiologo che aveva effettuato la TAC, non tradì alcuna emozione, limitandosi a dirci: “E ora, come lo diciamo alla mamma?”.
L’iter della malattia, nonostante la sua costante e professionale consapevolezza, fu affidato interamente alla nostra gestione organizzativa, e tutte le tappe dei tentativi di cura vissute con serenità, inizialmente anche con un certo ottimismo, per la buona risposta alle terapie da parte del suo fisico forte (fu perfino capace di organizzare una chemiozingarata, facendosi accompagnare all’Ospedale di Livorno da tre cari amici, in una gita che riuscì a essere addirittura allegra).
Ma intanto la malattia prendeva il sopravvento, impedendogli di continuare le consuete attività – un’estensione della neoplasia gli rendeva più faticoso l’uso della voce – e così, da infaticabile oratore di mille convegni, divenne un ascoltatore attento dei nostri racconti, nelle lunghe attese nei presìdi sanitari e nelle interminabili giornate di forzata inattività.
Argomenti giuridici, quelli di Ilaria, artistici e letterari i miei, centrati su un progetto concertistico di quel periodo, che proponeva un tentativo di definizione del rapporto tra Marcel Proust e la musica. Proust divenne un privilegiato tema di conversazione, fino alla data del concerto – di poco antecedente gli ultimissimi giorni della sua vita – al quale volle comunque partecipare, pur con grande e visibile fatica, in quella che fu la sua ultima uscita serale.
Ciò che ci sorprendeva e inteneriva oltre misura era il suo interesse vero e genuino per le nostre attività, reso ancora più puntuale dalla frequentazione divenuta quotidiana a causa della nostra partecipazione diretta all’assistenza domiciliare, dato che non fu organizzato alcun ricovero ospedaliero.
Un tavolo per Ilaria, ingombro di libri, codici e fascicoli, fu installato nella camera dei nostri genitori, mentre la loro casa diveniva meta di frequenti “passaggi” dei nipoti e degli amici più cari.
Di quel periodo ricordiamo la sua incredibile compostezza, e la sua capacità di non cedere in alcun momento a una visibile disperazione, pur sentendo le forze allontanarsi inesorabilmente.
Spesso riusciva perfino a scherzare, sulle inevitabili goffaggini della nostra assistenza infermieristica e finanche sulla perdita di autonomia che lo costringeva a un’inedita intimità fisica con noi; alla dottoressa responsabile delle cure palliative, che veniva regolarmente a visitarlo, raccontò con un filo di voce… una barzelletta salace.
Lo stesso giorno, però, approfittando della presenza di entrambe, indaffarate con la flebo al suo capezzale, ci informò – col ben noto atteggiamento fermo, che non ammetteva repliche – della sua volontà di avvalersi del diritto di non continuare le cure, raccomandandoci al contempo di sostenere nostra madre, che da questa vicenda, come lui definì la sua fine, riceveva un colpo durissimo. Al nostro sbigottimento rispose con serena determinazione, e da quel momento ci permise soltanto l’idratazione, rifiutando i farmaci e procedendo a un composto e affettuoso congedo da tutti noi, non prima di aver ringraziato ciascuno per l’opera prestata durante la malattia, nella constatazione, decisamente tardiva ma non per questo meno significativa, di come fosse bello avere una famiglia!.
Restiamo con un lascito che, come dicevo all’inizio, riteniamo giusto e bello condividere, perché se ai figli generalmente i genitori insegnano a vivere, a noi è stato insegnato… a morire, con la serenità e la saggezza di un grande medico che ha saputo congedarsi dalla vita, pur amandola moltissimo, con la più alta dignità e coerenza.
(Temo che non riusciremo a mettere in pratica l’insegnamento ricevuto).
Valentina Pagni

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