Hollywood a Tirrenia

Federico Napoli


Cinema come mezzo di comunicazione, oggi come ieri. Massimamente negli Anni Trenta quando questa tecnica non aveva ancora trovato una sua applicazione nell’esaltare il potere politico: nell’Italia del ventennio, invece, l’arte cinematografica diventa un mezzo per identificare una nazione moderna, progressista, affidando a storie e divi il compito di dare una rassicurante immagine dell’Italia di quegli anni. La mostra che attualmente è ospitata presso Palazzo Blu di Pisa trova proprio nell’avventura cinematografica degli Anni Trenta la sua concretizzazione: è infatti la storia della prima città italiana del cinema, Pisorno (cioè un luogo posto a metà strada fra Pisa e Livorno). Palazzo Blu presenta nel corso degli anni mostre di grande richiamo: ricordiamo l’ultima in ordine di tempo, quella dedicata a Toulouse Lautrec. Ma la Fondazione, che vanta anche un’invidiabile collezione permanente ospitata ai piani alti del Palazzo, è solita dedicare spazi del proprio cartellone alla storia locale. L’attuale mostra si innesta in quest’ottica e con il titolo “Tirrenia città del cinema. Pisorno-Cosmopolitan 1934-1969” (curata da Giulia Carluccio) non solo narra gli anni avventurosi della prima Hollywood italiana, ma attraverso titoli di film, soggetti, sceneggiatori, divi e registi offre uno spaccato di storia nazionale. L’inizio è nel 1934 con Gioacchino Forzano che su indicazione del senatore Martelli di Vinci identifica in una pineta selvaggia non lontana da Pisa e dalla nascente cittadina Tirrenia il luogo ove potere fare sorgere su iniziativa privata una città dedicata al cinema. Per il nome del luogo se ne sceglie uno che possa evitare prevedibili contrasti fra comuni limitrofi, appunto Pisorno. L’architetto e scenografo Antonio Valente comincia ad erigere i luoghi di lavoro: nel frattempo nel 1935 esce il primo film prodotto interamente nei nuovi studi, “Campo di maggio” diretto da Forzano. L’iniziativa artistico/industriale richiama pittori per la realizzazione dei bozzetti di scena (Italo Cremona, Virgilio Marchi), registi (Mario Mattoli), attori e attrici diversi: i divi del momento come Doris Duranti, Luisa Ferida e Osvaldo Valente, accanto ad altri che avranno una lunga vita artistica nel secondo dopoguerra come Gino Cervi, Amedeo Nazzari, Alida Valli, i fratelli De Filippo. All’inizio degli Anni Quaranta si girano film di propaganda come “Il re d’Inghilterra non paga” (Forzano, 1941) o altri per un pubblico diverso come “Cenerentola e il signor Bonaventura”, diretto (1942) dal disegnatore di quest’ultimo, Sergio Tofano, con pochi soldi, ma tante idee. Quello che si realizza negli studi di Pisorno è un lavoro collettivo, dove si formano schiere di professionisti del settore, dove artisti trovano una valorizzazione alla propria arte, con una forte ricaduta economico/turistica sul litorale toscano. Nella mostra a Palazzo Blu, questi primi anni degli studi cinematografici sono documentati con attrezzi di scena, progetti architettonici ora enfatici ora razionalisti (realizzati da Adolfo Coppedé e Federigo Severini), locandine e manifesti delle pellicole girate, foto di divi, frequenti spezzoni di alcuni film. Nel 1937 è inaugurata a Roma Cinecittà, ma nel 1943 gli studi sono trasferiti alla Giudecca di Venezia; comunque, il passaggio del fronte è devastante per Tirrenia: non solo si disperde un patrimonio di professionalità, ma i teatri di posa prima usati dai tedeschi come depositi di armi, vengono poi occupati da sbandati e disertori alleati. Solo nel 1952 c’è un rilancio dell’attività cinematografica con il film “Imbarco a mezzanotte” di Joseph Losey, in mostra documentato da materiali pubblicitari, foto di scena, sceneggiatura e copione, bozzetti diversi. Però il destino di Pisorno sembra ormai segnato, con la sua posizione più decentrata rispetto alla stessa Cinecittà: qualche film musicale (con i cantanti del momento come Claudio Villa e Luciano Tajoli), poi la chiusura (1959). Ma interviene Carlo Ponti, che rileva i teatri di posa e ribattezza l’insieme “Cosmopolitan”: forte di capitali, ha una carta vincente da giocare, Sophia Loren e gira due film “La riffa” (episodio di “Boccaccio 70”) e “Madame Sans Gene” (esposti anche costumi di scena). Tornano registi come Marco Ferreri Mario Monicelli e Mauro Bolognini; Vittorio De Sica dirige “I sequestrati di Altona” (1962): nella mostra di Pisa sono esposti tutti i disegni di Renato Guttuso per la sceneggiatura. Poi, il secondo definitivo declino: ancora qualche western all’italiana, alcune pellicole sexy, il genere poliziesco popolare. 

Infine, nel 1969 cala il sipario. Eccezionalmente, nel 1987 i fratelli Taviani riutilizzeranno i vuoti spazi di Pisorno per il loro film “Good morning Babilonia”.
Ma resta una storia passata viva e creativa, una realtà innegabile, documenti, una lapide nella pineta, un centro balneare, la memoria dei fatti: di tutto ci dà testimonianza, simpaticamente e in modo divertente, la mostra a Palazzo Blu di Pisa.


Carlo Campogalliani, Italia, 1940
Leda Gloria.Coll. Museo Nazionale del Cinema, Torino.

http://www.palazzoblu.org/index.php?id=946&lang=it

Palazzo Blu, Pisa

Fino al 3 luglio (orario/ingresso libero)

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