ciarlatano

Ciarlatani e quack doctors

Donatella LippiDonatella Lippi, Professore di Storia della Medicina e Medical Humanities, Università degli Studi di Firenze

 

 

 


Verosimilmente, questo termine si riferisce agli abitanti di Cerreto, in Umbria, a cui, nel corso del Trecento, era stata attribuita la facoltà di postulare oblazioni in favore di alcuni ospedali. Intermediari sociali tra ricchi e poveri, si avvalevano della loro straordinaria capacità di eloquio, delle loro ciarle.

Dalla crasi di questi due lemmi, ha verosimilmente avuto origine la parola ciarlatano…

Da “empirici e ciarlatani”, Maria Teresa d’Austria invitava a diffidare il figlio Leopoldo, in una lettera del 5 agosto 1765, prima della sua partenza per Firenze, per diventare granduca di Toscana.

Consapevole del ruolo fondamentale del medico nella vita privata e pubblica del sovrano, l’imperatrice esortava il figlio a riconoscere l’autorità del protomedico, depositario del sapere accademico ufficiale.

Uno degli aspetti su cui si esercitò lo spirito riformatore di Maria Teresa aveva riguardato in particolare, infatti, la ristrutturazione degli studi universitari, con la conseguente revisione dei curricula e la creazione di nuove figure professionali.

In questo panorama più articolato rimanevano, però, zone d’ombra, saperi non accreditati, attività illecite, che sfuggivano al controllo dello Stato, empirici e ciarlatani, appunto, manipolatori di una pratica costruita sull’esperienza, forti di un successo basato sulla dabbenaggine altrui.

Ma anche maniscalchi, mammane, rizotomisti e venditori, non autorizzati, di semplici.

Per contenere gli abusi di un mestiere che metteva a rischio la salute dei cittadini, già nel 1498 il Collegio dei Medici della Città di Firenze, su invito dei consoli dell’Arte, dava alle stampe il Ricettario Fiorentino, prima farmacopea ufficiale, emesso dall’Istituzione competente, finalizzata a regolamentare le disposizioni farmaceutiche, a cui tutti gli speziali dovevano attenersi per la composizione delle medicine e i medici nelle loro prescrizioni.

Da Clodio di Ancona, che Cicerone chiamava “pharmacopola circumforaneus”, a Cristoforo Contugi, l’Orvietano, ai medici alla moda, come Leonardo Fioravanti, tutta la storia della professione medica è attraversata dalla tensione alla creazione di una figura di professionista autorizzato e dai tentativi di eversione rispetto ai canali riconosciuti dalla normativa e dalla formazione.

Matricole, licenze, lauree non riuscivano ad arginare il dilagare degli impostori, che, come le meretrici, a quanto scrive Guido Aretino (X-XI sec. d.C.) nel suo Liber mitis, “non solo peccano per sé, ma fanno cadere anche gli altri nell’errore”.
Nel Medioevo e oltre, si chiamarono “libri di segreti” i ricettari “tecnici”, che documentavano i passaggi-chiave, i “segreti del mestiere”, preludi di sperimentazioni che sono diventate “scienza” solo nel momento in cui sono state condivise, testate, riprodotte.

Araldi, affissioni, gazzette: questi i mezzi per reclamizzare i rimedi.

E l’abilità nel coinvolgere il pubblico si giocava tra le pieghe della spettacolarità: il Tabarin, locale nato in Francia per le rappresentazioni teatrali di arte varia, deriva, infatti, dal nome d’arte di Antoine Girard (1584-1633), artista di strada e comico, complice del ciarlatano Mondor, nel vendere i suoi presunti medicinali.

E così, il francese Cabotin, tra uno spettacolo e l’altro, smerciava polveri miracolose e toglieva denti…

Nonostante l’impegno medico-legale di Paolo Zacchia (1584-1659), che tra Cinque e Seicento aveva enumerato gli sbagli degli empirici, sostenendo come, prima di somministrare un rimedio, fosse necessario conoscere la malattia, ancora per Molière, fare il medico “è il miglior mestiere del mondo; perché, sia che si faccia bene sia che si faccia male, si è sempre pagati in modo uguale. L’affare cattivo non ricade mai sulle nostre spalle, e tagliamo, a piacer nostro, nella stoffa che lavoriamo”.

balanzone

Il colorato mondo dei ciarlatani ha continuato a camuffare le proprie sembianze sotto parrucche ricciolute, giacchette a campana con arzigogoli di passamanerie, calzoni di seta al ginocchio e scarpette con fibbia e gale, soggetto amato da Jan Steen e protagonista de Il Malato immaginario, metafora della condizione umana, sospesa tra l’eterna paura della morte, che altro non è che paura della vita.

“Colto e rispettabile pubblico, popolo infermiccio di Roma, rallegratevi alfine, che il celebre, umilissimo Gambalunga è fra voi.

Eccolo quel vostro servo che avete tanto aspettato, quell’arci­tanfano della medicina che coll’aiuto del cielo ha operato tante operazioni a profitto della povera umanità… ché io colla egregia virtù della mia meschina ignoranza… saprò rintuzzarvi addentro, e farò colla fama dei miei prodigi ammutolire qualunque rivale della mia conosciuta dottrina”.

Così scriveva nella sua cicalata Giuseppe Gioacchino Belli nel 1828.

È questo ancora il quack doctor della satira di Hogarth, ma sono questi anche i Tofani e i Bennati, che abitano le pagine di Fucini, forniti di diplomi di laurea “ottenuti in tutte le Università del globo terraqueo e gli attestati di benemerenza rilasciatigli da tutti i potentati e da tutte le celebrità dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa, dell’Oceania e di qualche altra parte del mondo non da tutti conosciuta”.

Ormai, però, come sa bene Fucini, questi variopinti impostori hanno lasciato il posto a imbonitori “più nobili e dignitosi che tendono il loro salutare paretaio nelle grosse città”, promettendo salute e salvezza, come il dr. Siegfried Iseman, uno dei medici che dormono nel cimitero di Spoon River: aveva iniziato la professione convinto di portare “il credo cristiano nella pratica della medicina”, ma finì per inventare quell’elisir di giovinezza che lo “spedì nella prigione di Peoria, bollato come imbroglione e truffatoredall’integerrimo Giudice Federale!”.

 

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