In merito al binomio ambiente e salute

Elisabetta Chellini  Laureata nel 1982 in Medicina e specializzata in Igiene e Medicina Preventiva all’Università di Firenze, è Direttore della SS Epidemiologia dell’Ambiente e del Lavoro dell’Istituto per lo Studio e la Prevenzione Oncologica (ISPO), dove lavora sin dal 1988. E’ da molti anni docente di corsi di laurea e specializzazione presso l’Università di Firenze.


Elisabetta ChelliniNegli ultimi anni è stata posta una sempre maggiore attenzione alle problematiche ambientali e alle loro ripercussioni sulla salute umana. Ciò è da ricondurre sia alla crescita industriale avvenuta in tutti i Paesi ad alto sviluppo economico, compresa l’Italia, sia alla maggiore acquisizione attraverso le nuove tecnologie informatiche di informazioni scientifiche e sanitarie, tra le quali vi sono anche quelle validate da autorevoli organismi quali l’OMS, la IARC, vari Istituti scientifici, ecc.

Sono le sorgenti industriali di inquinamento ambientale ad essere più spesso oggetto di maggiore preoccupazione sia per la popolazione che abita nei dintorni di tali impianti sia per le amministrazioni pubbliche. Le preoccupazioni inoltre aumentano quando si registrano malfunzionamenti con sforamento delle emissioni autorizzate oppure quando le industrie richiedono e/o sono autorizzate ad un aumento dei prodotti trattati con conseguente possibile aumento delle emissioni. In questi casi le amministrazioni locali, anche su sollecitazione di comitati di cittadini, chiedono alle autorità pubbliche ambientali e sanitarie di verificare se i rischi ipotizzati sono presenti e, in caso di risposta positiva, di identificare la popolazione esposta e gli effetti sanitari che possono essere correlati a tali esposizioni.
È ormai nozione comune che le prime risposte da fornire ad una comunità in ansia devono innanzitutto riguardare l’ipotizzata esposizione attuale a rischio, e solo successivamente avviare studi epidemiologici. Obiettivo prioritario di un’autorità pubblica ambientale e sanitaria deve essere quello di rispondere più sollecitamente possibile e in modo chiaro a tutti i portatori di interesse, seguendo la sequenzialità logica di approccio espressa sinteticamente nella Figura 1. Non appena appurata la presenza di un rischio ambientale con possibili ricadute sanitarie occorre quindi avviare un percorso di intervento per eliminarlo o ridurlo. Anche il percorso epidemiologico di approfondimento può essere avviato ma dato che esamina fenomeni sanitari, è sicuramente secondario all’analisi del rischio ambientale, specialmente poi se riguarda patologie croniche quali i tumori, che per la loro lunga latenza sono da ricondurre a esposizioni avvenute nel passato. Inoltre uno studio epidemiologico deve perseguire ipotesi di associazione ben specifiche, guidate

Figura 1

Figura 2

anche dai dati di letteratura scientifica disponibili. 

Nelle situazioni di allarme ambientale inoltre anche la percezione del rischio va considerata attentamente e può essere importante tanto quanto la dimostrazione dell’esistenza del rischio stesso. Particolare attenzione va posta agli aspetti psicologici, a quelli di comunicazione del rischio, al ruolo dei media, e alle eventuali ricadute legali (Figura 2).
In generale gli studi epidemiologici effettuati sinora hanno mostrato che gli effetti sanitari sono da ricondurre a pressioni ambientali solo parzialmente, in larga parte sono spiegati da fenomeni di disuguaglianza sociale: nelle aree industriali risiede solitamente una popolazione di livello socio-economico basso, e presenta esposizioni anche ad altri fattori di rischio (quali ad esempio una maggiore esposizione a fumo ed esposizioni per motivi di lavoro) oltre ad un minore o più difficile accesso alle prestazioni sanitarie.
In ogni caso la diffusione e l’utilizzo crescente di strumenti tecnologici per la gestione dei dati sanitari pone la necessità di un approccio organico e formalizzato anche delle problematiche sanitarie ambientali in termini epidemiologici. Non abbiamo infatti più le risorse per rincorrere i cluster (cioè le aggregazioni insolite dei casi di malattia) che via via vengono evidenziati. Occorre disporre di dati provenienti da sistemi strutturati ed omogenei di sorveglianza epidemiologica in modo da dare rapidamente risposte corrette ai sempre più numerosi allarmi spesso legati a problematiche oncologiche. Il sistema di sorveglianza più accurato e completo non può che essere un registro tumori di popolazione, che in Toscana, dopo una prima sperimentazione di estensione a livello regionale svolta nel 2004, solo recentemente è stato operativamente avviato.

 

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