Filippo Mazzei, un “toscano illustre” che fu anche “chirurgo”

FRANCESCO CARNEVALE, è stato assistente presso l’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Padova e poi di Verona dal 1969 al 1986, quindi, sino al 31.12 2009, dirigente di medicina del lavoro nell’Azienda Sanitaria di Firenze. È cultore di storia della salute dei lavoratori.

In occasione del 200° anniversario della morte numerose iniziative hanno commemorato Filippo Mazzei (1730-1816); nuove indagini sono state svolte sui fondi prima inesplorati e sui suoi scritti. Riemerge una figura di “toscano illustre” e di “fiorentino dei due mondi” che si muove anche in maniera estrosa e bizzarra all’interno di vicende storiche cruciali tra Sette ed Ottocento. Viene inoltre meglio esplorato il suo modo di essere “medico” nel contesto della sue peregrinazioni.


Parole chiave: Filippo Mazzei, Toscana, Stati Uniti, peregrinazioni, medicina.

Francesco CarnevaleFilippo Mazzei (Poggio a Caiano 1730 – Pisa 1816) è ricordato, anzi esaltato come “medico”, mercante, agricoltore, combattente, giornalista e scrittore, politico e diplomatico, giramondo, libero pensatore, dotato di ironia e buon amatore; per tutti questi attributi, è annoverato tra i “toscani illustri”. In occasione del 200° anniversario della sua morte, nei primi mesi del 2016, sono state svolte diverse iniziative per commemorarlo a Poggio a Caiano, Prato, Firenze ed è stata allestita una mostra dei suoi cimeli da parte del “Circolo culturale Filippo Mazzei” di Pisa, al Palazzo Blu; studi più recenti e non soltanto quelli, già abbondanti, con impronta agiografica, svolti anche da storici italiani su varie fonti rimaste inesplorate per molto tempo, consentono oggi di inquadrare meglio la figura dell’Illuminista toscano dei due mondi. In sostanza la ricostruzione delle importanti vicende che lo hanno visto coinvolto nella sua lunga e movimentata vita è avvenuta aggiungendo ulteriori elementi o in parte ridimensionando quanto l’autore aveva riportato nella sua autobiografia postuma (“Memorie della vita e delle peregrinazioni del fiorentino Filippo Mazzei con documenti storici ­sulle sue missioni politiche come agente degli Stati Uniti d’America, e del re Stanislao di Polonia”, a cura di Gino Capponi, 2 vol., Lugano, Tip. della Svizzera Italiana, 1845 e 1846).
Seguiamo le sue peregrinazioni. A 24 anni lascia la Toscana per la Turchia da dove, nel 1756, passa a Londra per avviare un redditizio commercio di prodotti alimentari made in Italy; frequenta rappresentanti di circoli politici radicali ed attivisti delle colonie inglesi e tra questi Benjamin Franklin e Thomas Adams. Nel 1773 decide di trasferire i suoi interessi in Virginia, passando per Livorno, dove tenta di reclutare, con limitato successo, artigiani e contadini esperti e di rifornirsi di sementi, strumenti e animali. Acquista una tenuta (“Colle”) nella contea di Alberarle non distante da quella (“Monticello”) di Thomas Jefferson. Coinvolgendo capitalisti locali fonda una compagnia per produrre, anche acquistando schiavi di colore, vino, olio, agrumi e seta e per commerciare tabacco e grano; l’iniziativa ha un discreto successo. In questo periodo partecipa attivamente alle vicende politiche e militari che porteranno alla creazione negli Stati Uniti di un sistema di governo repubblicano a base rappresentativa e quindi alla proclamazione dell’indipendenza delle 13 colonie del 4 luglio 1776. A Mazzei viene affidata la missione di recarsi in Europa per ottenere prestiti in denaro e merci per sostenere le spese militari necessarie a combattere contro l’esercito inglese e così giunge a Parigi all’inizio del 1780 dopo un travagliato viaggio, poi, a settembre, a Firenze e quindi in Olanda e di nuovo a Parigi; ritornerà in Virginia nel 1783 con un bagaglio ricco di contrasti personali ma povero di risorse e vi rimarrà per due anni dediti al dibattito sulla causa dell’indipendenza nell’ambito della Constitutional Society fondata a Richmond al fine di consolidare la libertà conquistata e di disseminare la cultura politica repubblicana; il toscano vi sosterrà posizioni tra le più rigorose e radicali. Nel 1785 ritorna, forse deluso, in Europa e si stabilisce a Parigi dove ha il sostegno e l’amicizia di Jefferson, nominato ambasciatore americano in quella sede, e dove il terreno è più che fertile in quanto a vicende “illuministiche” e rivoluzionarie. Dopo aver superato una serie di difficoltà pubblica le Recherches historiques et politiques sur les Etats-Unis de l’Amerique Septentrionale: ou l’on traite des établissemens des treize colonies, de leurs rapports & de leurs dissentions avec la Grande-Bretagne, de leurs gouvernemens avant & après la révolution, &c. par un citoyen de Virginie, A Colle et se trouve a Paris, Chez Froullé 1788), opera in quattro volumi di buona documentazione ma scarsamente apprezzata dagli storici. Nel 1790, in contrasto con i principali protagonisti ed i fiancheggiatori della rivoluzione, Mazzei è attivo nella Société de 1789, un club moderato che risulterà inascoltato ed allora, l’anno successivo, si stabilisce a Varsavia, accolto come consulente e protetto dal re Stanislao Augusto Poniatowski. Nel 1792, a fronte della prevedibile invasione russa della Polonia, parte per l’Italia e carico di anni e di ricordi, inizia a Pisa una sua seconda vita che doveva essere solo “socratica” e di riposo, assistito dalla seconda moglie, la governante sposata nel 1796, e dall’unica figlia, ma si arricchisce, dopo l’allontanamento dei francesi, anche di un processo per “giacobinismo” che sortisce in una semplice ammonizione. È del 1802 la sua ultima gita, a San Pietroburgo, per sollecitare allo Zar il pagamento della pensione polacca di cui era titolare.

Figura 1
Preciso e condivisibile è il giudizio di Giovanni Spadolini contenuto in un saggio del 1981 sul “fiorentino cittadino americano”: “[…] non curante di muoversi ‘controcorrente’, fedele ad una natura estrosa e personalissima, in cui la vena bizzarra e capricciosa del fiorentino di antico lignaggio si univa ad un’ansia di riesame peculiare delle cose e dei problemi, tutta toscana e quasi galileiana”. Nonostante l’intricarsi dei fattori della personalità con quelli dettati dalla ragione si riesce quasi sempre a discernere quando il comportamento “controcorrente” esprime una azione coraggiosa, importante, svolto “dalla parte giusta”. Il ruolo o i ruoli avuti da Mazzei nella rivoluzione americana sono i meglio documentati e quindi non solo vantati, così è per la posizione più “estrema” da lui mantenuta rispetto ai risultati raggiunti; nonostante fosse stato sostanzialmente accolto un pensiero da lui scritto (“Noi teniamo per certe queste Verità. Che tutti gli Uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili […]”), il toscano lamentò che la costituzione della Virginia fosse stata promulgata senza un’esplicita approvazione popolare, deludendo così le attese di rinnovamento profondo nutrite da tanti. Molto interessante rimane la motivazione dell’affrancamento degli Stati Uniti d’America propagandata da Mazzei: si sarebbe dovuta stabilire una complementarietà tra Europa e America, gli Stati Uniti sarebbero diventati il fornitore di prodotti agricoli a buon mercato dei paesi europei, che a loro volta avrebbero rifornito di manufatti la crescente popolazione americana superando in tal modo il controllo assoluto ­inglese sul commercio mondiale. Meno ­nobile invece è risultata la posizione di Filippo sulla abolizione della schiavi­tù quando in contrasto con George Washington sosteneva che essa doveva essere attuata gradualmente iniziando a liberare solo gli schiavi alfabetizzati. Non priva di contraddizione è poi la posizione di Mazzei nel caso della rivoluzione francese dove stranamente sostiene che la forma repubblicana era inadatta alla Francia, come più in generale ai paesi europei, e dove, dopo una tenue opposizione da moderato, prende il sopravvento la sua sicurezza personale e si allontana definitivamente dall’agone politico.
Benchè venga anteposta a tutti gli altri suoi attributi, poco approfondita è stata la sua esperienza di “medico”; in effetti in mancanza di altre fonti occorre fare riferimento soltanto alle “Memorie della vita e delle peregrinazioni” scritte dall’interessato. Di seguito vengono riportati tutti i brani in cui si parla di medicina e non sono molti, occupano 4-5 pagine sulle oltre novecento, tutte presenti nelle prime 169 del primo volume.
L’antologia riportata consente di fare alcune semplici considerazioni: la vocazione di chirurgo (la versione “moderna” del cerusico, cosa diversa dal medico) non appare né viscerale né duratura; l’apprendistato come studente interno all’ospedale di Santa Maria Nuova è quella di un giovane sveglio, ricettivo ma caratterizzato da molte distrazioni, alcune di carattere francamente goliardico, e dall’idea costante di evadere, di viaggiare ed all’inizio la meta doveva essere il Sud America; nel 1751 l’incidente della comunione fatta non a digiuno e quindi l’allontanamento per miscredenza dall’“internato”, non gli impediscono, grazie anche al sostegno di Antonio Cocchi di ottenere la licenza per esercitare la chirurgia; dopo la morte del padre, in lite col fratello Jacopo per ragioni di eredità, si trasferisce a Livorno pronto per salpare ma, per due anni ospite di parenti, vi esercita con un certo successo la sua arte mostrandosi premuroso e generoso, ma anche in certa misura inadeguato a svolgere quel compito, forse anche perché poco soddisfatto e desideroso di occuparsi in altre faccende; nella città labronica conosce il noto medico Salinas col quale stabilisce una proficua collaborazione e nel 1754, al seguito di questi viaggia sino a Smirne dove svolge onorevolmente e profittevolmente il suo mestiere per due anni, sempre con una certa insoddisfazione; quindi alla professione antepone il suo mito di viaggiatore imbarcandosi come chirurgo di bordo dopo aver investito tutto il suo guadagno in droghe ed altre mercanzie; nel 1756 è a Londra dove rimane, salvo qualche viaggio in Italia, per sedici anni, e nonostante un ultimo sussulto per l’anatomia di William Hunter, si dedica prima all’insegnamento della lingua e letteratura italiana, poi a lucrose attività commerciali; l’America è terra di conquista ma non con la chirurgia.

“[…] Casentinese [Un amico di un suo amico, N.d.C.], studiava chirurgia nello spedale di Santa Maria Nuova. […], ed io allora feci noto a mio padre, che bramavo di essere chirurgo. Non gli piaceva, ma per contentarmi, ci si adattò […]” (pp. 18-19).
“Nel numero degli amici che avevo acquistato, Raimondo Cocchi, figlio del celebre dottor Antonio, professor d’anatomia, medico sommo, autore d’una bell’opera su i bagni di Pisa, di vari opuscoli di gran merito, ecc. era uno dei più grandi talenti ch’io abbia conosciuto” (p. 25).
“Continovai i miei studi senza che mi accadesse nulla di particolare fino al giovedì santo, giorno in cui gli studenti andavano a comunicarsi. Andai anch’io cogli altri, non avvertendo che dopo la mezza notte, essendo di guardia, avevo bevuto (per causa d’infreddatura) dell’acqua tiepida con del giulebbe [sciroppo dolce ottenuto ribollendo zucchero, frutta, miele, aromatizzato con fiori, N.d.C.]. Se me ne fossi ricordato, avrei detto il motivo per cui non potevo andarvi cogli altri, e mi sarei comunicato la domenica. La mattina seguente il cav. Maggi, spedalingo, mi mandò a chiamare per dirmi che non poteva tenermi nello spedale, e me ne disse la causa. Dal suo modo d’esprimersi compresi, ch’egli era irritato contro la spia, e che non gli era ignota. Lo ringrazia della gentilezza, colla quale me l’aveva significata; gli dissi, che avendo già determinato di non esercitar la professione chirurgica, e le lezioni anatomiche essendo pubbliche, non perdevo nulla. Ma egli mi consigliò di metter dei mezzi per superare (diss’ei) quella birbata, e poi andarmene quando mi piacesse.” (pp. 45-46).
“[…] la chirurgia mi produceva qualche vantaggio, quantunque io dicessi che l’avevo poco studiata, e meno praticata. Alcuni credevano, ch’io lo dicessi per affettazione, e altri per modestia […]” (p. 52).
“[…] Bertini e Cocchi (sapendo che volevo viaggiare) avevano voluto darmi un’onorevole attestato d’aver molto ben risposto a tutti i quesiti fatti nel prendere la matricola (che io non avrei voluto prendere, se il Cocchi (per sua bontà, e quasi paterna cura) non mi avesse persuaso che viaggiando tutto poteva essere utile in circostanze, che non possono prevedersi); del che ò più volte avuto motivo di ricordarmi, e d’essergliene grato. Ero però determinato di non valermene, subito che potessi non averne bisogno […]” (pp. 56-57).
“Fui ricercato come chirurgo [a Livorno, N.d.C.] anche da persone che non conoscevo, e quantunque io non avessi dimostrato alcun desiderio d’esercitar la chirurgia, cominciai a guadagnare più di quello che spendevo […] Accadde, che un ragazzetto di circa 9, o 10 anni, figlio di una povera donna, che stava poco distante dal negozio dei miei parenti, si ruppe l’omero, cioè l’osso del braccio tra il cubito e la spalla. Non viè un osso in tutto il corpo umano tanto facile a rimettersi a contatto, e dove possa farsi con egual facilità un’efficace fasciatura. Il ragazzo guarì perfettamente, come doveva seguire, e la madre (contenta di veder’ il figlio risanato perfettamente, e forse ancora per averle io di tanto in tanto da comprare un poco di carne per far del brodo per il ragazzo) era una tromba ambulante per far risaltare il supposto merito del “giovane chirurgo, venuto in Livorno per grazie del cielo”. Se mi fosse occorso qualche caso al di là delle mie forze, avrei ricusato d’ingerirmene dichiarandone schiettamente il motivo; ma senza causa credei cosa prudente, né decente di parlar dei ristretti limiti della mia abilità, come avevo fatto in Firenze. Riflettendoci più profondamente conobbi che mi sarei fatto più onore aspettando l’opportunità, tanto più che dal mio contegno non potevasi dedurre, che io credessi, né desiderassi d’esser supposto niente più di quel che ero. Vivevo dunque assai piacevolmente, aumentando alquanto il mio piccolo peculio, amato e anche passabilmente rispettato da molte persone, la cui favorevole opinione mi faceva onore, quando […] M’incontrai casualmente col medico Salinas, ebreo, molto valutato tra i cristiani, come tra gli ebrei. Egli era stato in Smirne, dove aveva guadagnato molto, e desiderava di ritornarvi […] vi sarei andato volentieri, s’io fossi stato tanto avanti nella profession chirurgica, quanto egli forse s’immaginava, e gliene descrissi i limiti.” (pp. 79-81).
“[…] mi fece sovvenire del sentimento del celebre dott. Antonio Cocchi, il quale in un suo libro (per quanto mi pare su i bagni di Pisa) pone tralle cose molto utili all’ammalato ‘le autorevoli parole del medico’” (p. 139).
“Nel 1773, non essendo passato ancora un mese che io ero in Virginia, una buona vecchia fece 7 miglia per venir’ a pregarmi di darle qualcosa per guarirla di certe incomodità croniche, per le quali neppure Ippocrate avrebbe potuto suggerir cosa utile. Io le dissi, che doveva consultare un medico, e che 3 miglia distante ci era il dott. Gilmore, che avrei consultato io stesso essendo malato. Questo non servì. Jefferson mi aveva detto, che là, quei che non avevano avuto una studiosa educazione, credevano generalmente, che gli Europei sapessero tutto, senza eccettuare quel che non è scibile, e che il dottor Car suo cugino e intrinseco amico, morto circa 3 mesi prima del mio arrivo, all’età di 30 anni, raro pe la superiorità dei talenti in ogni genere, e sommo medico, dispensava migliaia di pillole di pane agli ammalati per contentarli, quando vedeva che i rimedi dell’arte non potevan giovare. Io, in vece di far delle pillole, presi due boccette, in una delle quali v’era del fondo di giulebbe di capelvenere, e nell’altra d’orzata; vi messi dell’acqua calda per distaccare e liquefare i fondi, e aggiuntavene della fredda n’enpii una più grande assai, che le diedi, ordinandole di prendere una cucchiaiata, ogni due sere, prima d’andare a letto. Era passata circa una settimana, quando venne a ringraziarmi, perché le aveva fatto molto bene; ma dopo che l’ebbi finita, ritornò a chiedermene dell’altra, perché si risentiva male un’altra volta; ed io, per liberarmene dissi, che non ne avevo più, o non potevo averne prima di farmene venir dell’altra d’Europa.” (Nota, pp. 139-140).
“[…] [Assoldato come chirurgo di bordo, N.d.C.] Io dissi a loro quel che avevo già detto a lui, cioè, che accadendo di dover fare un’amputazione, mi mancavano i ferri e il coraggio” (p. 156).
“[…] [a Londra, N.d.C.] mi procurò la conoscenza del famoso anatomico Hunter, cosa molto piacevole per me poiché (oltre l’essere uno dei 4 famosi anatomici del secolo) io conservavo sempre il mio genio per lo studio dell’anatomia, e lo richiesi di poter’ andare alle sue lezioni.” (p. 169).

 

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