L’ospedale che non c’è più: il SS. Annunziata di Firenzuola

ESTHER DIANA, architetto, è direttrice del Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità e coordinatrice della Regione Toscana per i patrimoni storici delle aziende sanitarie. Si occupa di storia strutturale, patrimoniale e sociale degli ospedali tra XIV e XIX secolo. Ha curato mostre finalizzate alla valorizzazione del patrimonio artistico ospedaliero.

Esther DianaIl momento attuale di incisiva riorganizzazione territoriale del sistema sanitario toscano ci ha abituati alla modifica funzionale di molte strutture, sia che questa sia stata dettata da un ampliamento o viceversa da una contrazione dei servizi fino ad ora elargiti. In genere, comunque, queste nuove programmazioni hanno interessato strutture esistenti sul territorio alcune da lunga data, altre da poco più di un secolo. In sintesi non sono molti gli ospedali che, attivi fin quasi alle soglie del 2000, abbiano perduto del tutto la finalità sanitaria. In ambito fiorentino è questo il caso degli ospedali S. Francesco di Marradi, di Luco e di Firenzuola: strutture fondate tra la fine del Settecento (Marradi, 1795) e dell’Ottocento (Luco, 1855; Firenzuola, 1891) tra le quali, tuttavia, il SS. Annunziata di Firenzuola rappresenta ancora un caso a parte. Infatti, se dei primi due permangono comunque gli edifici (non importa in quale stato di abbandono) e documentazione storica (per Marradi anche un interessante fondo librario) per il SS. Annunziata restano solo ricordi e una ‘manciata’ di strumenti chirurgici faticosamente salvati dalle macerie dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale che ne hanno cancellato completamente struttura ed arredi.
Un motivo, questo, per indugiare sulla sua storia.
L’asperità del paesaggio montano che avrebbe dovuto spronare ad una secolare autosufficienza sanitaria in realtà non generò in Firenzuola ospedaletti di una qualche importanza, tanto che i suoi ammalati dovevano faticosamente, ancora nel Settecento, essere condotti all’ospedale di Santa Maria Nuova di Firenze, dopo un viaggio rocambolesco di giorni passati distesi su barelle di canniccio o corda caricate su calessi o sopra muli.
C’era stato nel corso del Quattrocento un ospedale destinato a poveri e viandanti che, forse, avrebbe potuto ‘trasformarsi’ in qualcosa di più che un ospizio. Era questo l’ospedale di S. Francesco (edificato nel 1450) che nel progredire del secolo era stato accorpato al convento dei Servi di Maria dedicato alla SS. Annunziata. In effetti, che qualche parvenza di medicalizzazione venisse elargita da questa istituzione emerge plausibile dando credito alla tradizione locale che da sempre associa il nome di Maria Assunta ad un servizio di cura.
Tuttavia, la fondazione di una prima struttura sanitaria dedita alla medicalizzazione la si deve all’epidemia colerosa del 1855, quando il medico Chiarino Chiarini (1820-1877), incaricato di sovrintendere all’emergenza nella zona, ordinava di destinare alcune stanze dell’ex convento presso la chiesa della SS. Annunziata a ospedale provvisorio. Questa fondazione non fu una semplice risposta alla contingenza sanitaria bensì fu un ennesimo presupposto per l’affermarsi di quella medicina sociale che il periodo ormai invocava confidando proprio nella ‘voce’ della classe medica. E Chiarino Chiarini ne fu un fulgido rappresentante. Stimato da Pietro Betti, medico volontario nella III Guerra di Indipendenza, Chiarini si prodigò per il miglioramento dell’igiene negli asili infantili e nelle carceri grazie anche all’esperienza maturata quale medico del penitenziario di Volterra tra 1852 e 1855, dove conobbe e collaborò con Carlo Morelli (1816-1879) che proprio nel ’54 ispezionava quel carcere redigendo una relazione che costituirà palinsesto per la riforma del sistema carcerario toscano di fine secolo.
La criticità colerosa, ripresentatasi più volte nel Mugello, fu determinante per la pianificazione sanitaria dell’intero territorio le cui comunità lamentavano tutte carenza di strutture ospedaliere.
Un percorso che sarà contrastato ma che a Firenzuola si concretizzò con l’acquisto nel 1889 di un edificio provvisto di venti letti che due anni dopo venne inaugurato quale Ospedale della Pia Casa SS. Annunziata.
Nonostante fosse, insieme all’ospedale di Marradi, la struttura più decentrata dello Stato fiorentino, la qualità dell’assistenza elargita ne farà ospedale tutt’altro che di ‘montagna’, bensì servizio essenziale per un territorio molto vasto, ricco di piccoli borghi e case sparse. Infatti, sebbene in origine fosse stato demandato al solo ricovero dei malati cronici del Paese, ben presto si correderà di reparti per ostetricia, malattie acute e acute chirurgiche senza, peraltro, rifiutare ricoveri ai malati mentali.

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Lo sviluppo dell’attività chirurgica, in particolare, era iniziato nel 1913 in relazione alla nomina a direttore sanitario del chirurgo Mario Pruneti, di formazione senese, che si era impratichito nell’ospedale di Marradi.
Sotto la sua direzione verrà allestito un nuovo blocco chirurgico e apportati molti adeguamenti sia di ambito medico-funzionale (ad esempio, le cartelle cliniche vennero dotate di questionari più approfonditi, venne sancito l’uso di berretti-maschera in sala operatoria secondo la ‘maniera fiorentina’ del Santa Maria Nuova) che tecnico-impiantistico (riscaldamento centrale, impianto elettrico nelle corsie, ecc.). Sempre nel 1914 venne aperto il Gabinetto di Radioscopia e Radiografia che, insieme a quello attivo nell’ospedale di Luco di Mugello, rappresentò il primo apparecchio specialistico di settore per l’alta Toscana.
La storia sociale e sanitaria dell’ospedale della SS. Annunziata si interrompe con il bombardamento alleato del 12 settembre 1944. Completamente raso al suolo, oggi – come già detto – perpetuano la sua esistenza scarni documenti e la raccolta di ferri chirurgici attualmente di proprietà della Fondazione SS. Annunziata che ne ha curato l’inventariazione. Circa 175 pezzi che avvalorano una pratica chirurgica di pronto intervento con particolare attenzione alle branche ostetrica, ortopedica, urologica e odontoiatrica.
Questa raccolta potrà rappresentare – come si spera – un contributo alla costituzione di quella rete museale delle strutture sanitarie della Regione a cui attualmente si guarda con crescente interesse prendendo avvio dai percorsi museali realizzati e/o in corso di implementazione a Firenze (ospedale Santa Maria Nuova, antico S. Giovanni di Dio), Pistoia (ospedale del Ceppo), Prato (ospedale della Misericordia), Siena (ospedale Santa Maria della Scala) tanto per citare i principali.
Non importa, dunque, se l’ospedale di Firenzuola ‘non c’è più’, se si è ancora in grado di perpetuarne validamente la memoria.

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