Il contributo della Toscana all’architettura manicomiale

Conoscere per conservare e intervenire

ESTHER DIANA, architetto, è direttrice del Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità e coordinatrice della Regione Toscana per i patrimoni storici delle aziende sanitarie. Si occupa di storia strutturale, patrimoniale e sociale degli ospedali tra XIV e XIX secolo. Ha curato mostre finalizzate alla valorizzazione del patrimonio artistico ospedaliero.

Esther DianaParliamo di strutture manicomiali. Parliamo di una Toscana che dalla fine del Seicento fino ai primi decenni dell’Ottocento è esempio trainante per la costituzione in Europa di un ‘nuovo’ modello di guardare alla follia. Parliamo dei sei principali manicomi di Bonifazio (1785) e Vincenzo Chiarugi di Firenze (1891), degli ospedali psichiatrici di Maggiano di Lucca (1770) e S. Niccolò di Siena (1818), delle Ville Sbertoli di Pistoia (1868), degli ospedali di S. Girolamo di Volterra (1888) e di Arezzo (1895); strutture che restano attive fino al 1978 quando la legge Basaglia n. 180 decreta la dismissione dell’istituzione manicomiale a favore della comunità terapeutica che, grazie all’apporto dei nuovi farmaci e dei servizi pubblici di igiene mentale, ha condotto al controllo preordinato della malattia (almeno per alcune patologie) con reinserimento di buona parte dei malati nella società.
Questi grandi complessi (alcuni fino a cinquanta/sessanta padiglioni dalle dimensioni non inferiori ai venti/trenta metri di lunghezza) sono stati, pertanto, abbandonati per l’impossibilità di trovare nuove destinazioni d’uso. A quasi quarant’anni dalla Legge è cresciuta l’esigenza di attuare la salvaguardia di queste vere e proprie ‘cittadelle’ nel migliore dei casi sottoutilizzate. Per le strutture di Siena e di Arezzo la cessione di parte degli edifici all’Università ne ha garantito una adeguata funzionalità, ristrutturazione e manutenzione; negli altri casi sono subentrati abbandono e degrado che ne stanno minando l’integrità strutturale ed anche culturale per la dispersione o il trasferimento degli archivi a loro pertinenti. Non di meno questi complessi restano esempi di rilevanza architettonica ed urbanistica tali da sollecitare auspicabili interventi per un riuso sociale. Se non altro per il crescente interesse che attualmente verte sul tema della salute mentale studiato non nella sua accezione segregativa o solamente patologica ma quale simbiosi tra la storia del progresso medico-scientifico e quella della società.
Quello che non si può fare – o si potrebbe fare in tempi troppo lunghi (e con costi troppo elevati) – può trovare un riscontro immediato nell’applicazione digitale: una ‘musealizzazione’ virtuale che riesca a ‘recuperare’ e a perpetuare la memoria della singola istituzione psichiatrica correlandola all’ambito regionale, nazionale ed internazionale.
In tale contesto, il Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità si è fatto promotore di un progetto finalizzato a creare, all’interno del suo sito (www.centrosanita.net) un portale per la storia degli ambienti, dei personaggi e delle testimonianze su una pratica psichiatrica che possa dare contributi in tema di:
• patrimonio architettonico;
• tutela e valorizzazione delle fonti fotografico-archivistico-documenta­rie e strumentarie attivando progetti di catalogazione o – se già inventariate/catalogate – inserendole nella consultazione informatica;
• formazione finalizzata alla comprensione del percorso evolutivo della branca specialistica e della considerazione verso l’alienato mentale.
Questo percorso di ‘ricomposizione’ del passato e del presente destinato a offrire, comunque siano i risultati, linee guida per il futuro, non può non iniziare che dalla storia delle singole istituzioni.
Un impegno che comincia con il presente contributo e che continuerà con quelli a seguire.

Le origini
Nel sec. XVII si inaugurano a Firenze due strutture destinate alla sola accoglienza del folle: nel 1643 la Pia Casa di Santa Dorotea posta in una zona centrica della città e nel 1688 la Pazzeria all’interno dell’ospedale di Santa Maria Nuova.
Due esperienze di matrice diversa (la prima privata, la seconda pubblica) entrambe fondate su tre presupposti: 1) togliere il pazzo dalle carceri e dalla generalizzata ospedalizzazione, salvaguardandolo dal pubblico scherno garantendo, nel contempo, l’ordine sociale attraverso il suo internamento in ambienti ad esso destinati; 2) ospedalizzare non solo il folle povero ma anche quello abbiente; 3) avere un medico fisso con il compito di vagliare le richieste di ammissione.

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L’affidare la diagnosi ad un medico (non più ad uno o più amministratori o ai fondatori delle diverse istituzioni come in genere era finora accaduto) instaura la prassi del ‘dialogo’ con l’ammalato attraverso cui dedurre informazioni sul suo stato. Sarà l’inizio della branca specialistica e delle prime, pur sommarie, indicazioni tipologiche di malattia mentale: “pazzo, pazzerello, mentecatto, furioso”. Il folle, così, diventa oggetto di osservazione. E a farlo non sono medici stipendiati dal comune ma archiatri del Granduca o comunque legati all’entourage di corte.
L’approssimativa classificazione della malattia comporterà, a breve, la predisposizione di particolari strutture con ambienti corrispondenti alle esigenze differenziate di ricovero.
Ancor più che nel Santa Dorotea, sarà la Pazzeria (destinata soprattutto ai malati poveri fino ad allora ricoverati nel carcere delle Stinche) ad evidenziare un primo modello architettonico. In area appartata (ma comunque compresa nel perimetro di Santa Maria Nuova) verrà organizzata su due piani aventi rispettivamente a piano terra sette cellette individuali affacciate su un cortile di disimpegno e, al piano superiore, altre undici camerette con uno stanzone a sei/otto letti per il ricovero dei ‘tranquilli’.
Per il grande successo riscosso da entrambe le istituzioni nel 1753 il Santa Dorotea viene trasferito in un vecchio convento per l’occasione ristrutturato – quello del Ceppo di via delle Torricelle – la cui architettura a ‘fortilizio’ completamente inaccessibile esemplifica il duplice intento di segregazione e controllo pubblico sull’ammalato (Figure 1-2).
Queste due istituzioni ricevono l’avvallo di uno Stato che, soprattutto con l’avvento della dinastia lorenese (1737), inizierà a farsi carico del problema inserendolo all’interno della politica sanitaria statale.
Un processo abbastanza precoce che, in Toscana, si rende possibile grazie alla congiunzione di quattro felici presupposti: 1) la presenza di un ospedale come il Santa Maria Nuova di Firenze sede – forse già dalla fine del Cinquecento – di una Scuola di Chirurgia nella quale la ricerca e la sperimentazione (specialmente dal Seicento in poi) diventano elementi incontrovertibili per la formazione del giovane medico e presupposto per la codificazione delle branche specialistiche; 2) il veloce processo evolutivo della medicina e del ruolo del medico che viene ad interessare non solo le istituzioni sanitarie di Firenze ma anche ospedali più periferici; 3) la presenza di un governo ‘illuminato’ che a fine Settecento sarà in grado di avviare la critica e la revisione delle istituzioni sanitarie predisponendo una rinnovata organizzazione; 4) la presenza di medici all’avanguardia fra i quali primeggiano Antonio Cocchi (1695-1758) e Vincenzo Chiarugi (1759-1820).

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Alla base di questo incalzante procedere vi sono due leggi: la prima è il Motuproprio del 15 novembre 1750 emanato da Francesco di Lorena con il quale si elevava la Pia Casa di Santa Dorotea ad ospedale vero e proprio (a scapito della Pazzeria che verrà chiusa), avente l’obbligo di ricoverare tutti i malati mentali qualunque fosse la loro condizione sociale o lo stato di gravità del loro male. La seconda è la legge emanata da Pietro Leopoldo di Lorena il 24 gennaio 1774 con la quale si ordina il collocamento obbligatorio a Santa Dorotea dei mentecatti fino ad allora segregati nelle carceri. Queste due leggi marcano la presa di coscienza dell’ente pubblico nell’assumersi l’onere della gestione e della cura del folle e codificano la figura del medico quale presenza centrica della struttura. Un medico che inizia a non essere più solo preposto al ricovero ma anche alla ‘cura’.
Ed è a questi modelli che guardano le fondazioni della sezione distaccata del Sant’Orsola di Bologna (1710), del S. Servolo di Venezia (1725), degli Spedali dei Pazzerelli di Torino (1728), di Ancona (1749) e di Alessandria (1778), della Senavra di Milano (1774), tanto per citarne alcuni. Questo essere punto di riferimento non viene sminuito dal fatto che a Roma esistesse già dal 1568 uno spedale per folli  (Santa Maria della Pietà) di diretta emanazione spagnola (nel cui territorio già dal sec. XV esistevano molteplici ospedali per il settore) che, non a caso, trova proprio in Toscana una naturale radicazione per essere il granducato mediceo ambiente strettamente legato alla politica e all’economia spagnola grazie ai rapporti intercorrenti tra la famiglia Medici, l’imperatore Carlo V, il re di Spagna Filippo II e la Compagnia di Gesù, senza dimenticare il matrimonio di Cosimo I con Eleonora di Toledo.
Il Santa Dorotea nel 1774 diventa così affollato da prospettare la necessità di edificare o di reperire altra struttura. E questa ‘nuova’ struttura – che poi sarà solo il risultato di una ennesima ristrutturazione – sarà l’ospedale di Bonifazio che dal 1785 verrà demandato a ricovero dei dementi.

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In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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