Medicina grafica e Medical Humanities

FRANCESCO CARNEVALE è stato assistente presso l’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Padova e poi di Verona dal 1969 al 1986, quindi sino al 31.12 2009 dirigente di medicina del lavoro nell’Azienda Sanitaria di Firenze. È cultore di storia della salute dei lavoratori.

Prendendo spunto dalla giornata di studio “La malattia raccontata: scrittura e immagini” organizzata di recente dal Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità di Firenze vengono considerate la nascita, nell’ambito delle Medical Humanities e la diffusione negli ultimi anni della Medicina grafica, ovvero l’applicazione dei fumetti alla medicina sia per rendere più efficace la “simpatia” tra utenti ed operatori sanitari che per incrementare la comunicazione e la formazione in medicina.

 

Parole chiave:medicina grafica, fumetti, narrazione, immagini, malattie


Francesco CarnevaleSi ode ancora l’eco provocata dalla giornata di studio del 19 maggio 2017, voluta e organizzata dal Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità di Firenze, ed animata da autorevoli interpreti su La malattia raccontata: scrittura e immagini. L’occasione è risultata proficua per discutere di Medicina narrata, Sapere narrativo, Letteratura e medicina, Percorso fra ideologia e letteratura, Malattia e medicina nel romanzo italiano dell’Ottocento, Malati e medici tra cinema e letteratura, Medici malati e santi protettori nell’arte del Rinascimento in Toscana, La malattia a fumetti e le clinicommedie di Tempo Medico. Si pensa che l’eco verrà continuata anzi amplificata grazie alla pubblicazione degli Atti dei lavori svolti.
La giornata di studio fiorentina è riuscita a riempire di contenuti, al di là degli aggiustamenti voluti da alcuni accademici e trascurando la deriva della bioetica, le Medical Humanities (termine difficile da tradurre in italiano): la letteratura “alta” che si è occupata e si occupa di salute e di cura; la medicina narrativa (la metodologia d’intervento clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa); le arti espressive basate sulle immagini che da sempre hanno accompagnato l’evoluzione delle culture umane, dalle pitture rupestri a quelle “popolari” e non, ispirate per molto tempo dalle pratiche religiose, dalla grafica applicata alla stampa e poi dalla fotografia e dal cinema. Si arriva così a comprendere il significato della più efficace (e pur ottimizzabile) definizione assegnata alle Medical Humanities: “Tramite l’approccio multidisciplinare che le caratterizza, intendono fornire alla medicina e a tutti i soggetti coinvolti nel processo di [prevenzione,] cura [e riabilitazione] gli strumenti necessari per comprendere tanto le malattie quanto la salute [e la sanità] in un contesto sociale e culturale sempre più esteso, al fine di favorire una maggiore comprensione empatica di sé, dell’altro e del processo [preventivo,] terapeutico [e di cura]”.

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L’arte espressiva che, almeno formalmente, più di recente è entrata, a pieno diritto e con una certa prepotenza (e non si pensa possa essere una semplice “moda”), anche in Italia, nella comunità delle Medical Humanities è la Medicina grafica, i fumetti, i comics applicati alla salute, alla medicina ed alla prevenzione. Il sito internet specializzato Fumettologica ( http://www.fumettologica.it/?s=medicina) ne rende conto con un primo lungo saggio dal titolo “Medicina Grafica. L’esplosione creativa del fumetto medico-sociale” di Matteo Stefanelli e Gabriele Margara postato il 27 settembre 2016 e poi con puntuali aggiornamenti mensili. Secondo questi autori la Medicina grafica è da considerare “una prospettiva – in parte filone creativo, in parte etichetta a posteriori – che propone un nuovo modo di intendere il fumetto e le sue funzioni, includendo universi abitualmente distanti come l’educazione medica, l’informazione socio-sanitaria e la cura stessa dei pazienti”; deve essere vista correlata con quella Medicina narrativa sviluppatasi  negli anni ’90 negli Stati Uniti e poi ovunque che ha come fine la costruzione condivisa di un percorso di cura personalizzato e come metodologia d’intervento clinico-assistenziale quella basata su una specifica competenza comunicativa dove “la narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura”.

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È nel 2007 che il medico e fumettista britannico Ian Williams ha coniato il termine Medicina grafica (Graphic medicine), intendendola come “utile per indicare il ruolo che i fumetti possono svolgere nello studio e nella fornitura di assistenza sanitaria”. La creazione da parte dello stesso Williams di un sito dedicato ( http://www.graphicmedicine.org/, supportato dal Wellcome Trust e dal PennState Hershey College of Medicine) ha favorito l’aggregazione di medici, infermieri, pazienti e di autori, già attivi nel settore dei fumetti ed in particolare della forma ormai consolidata della Non fiction novel, in una serie veramente notevole di iniziative che vede interagire accanto a soggettisti e sceneggiatori competenti o interessati direttamente dal fenomeno malattia anche dei disegnatori di grande valore che alle volte lavorano ispirati da un “fatto personale”.
Dal 2010 si tengono riunioni annuali, le Comics & Medicine Conferences, che fanno incontrare autori ormai affermati e sempre più attivi specie di lingua anglosassone quali Linda Barry, Al Davison, Carol Tyler, Justin Green, Ellen Forney, James Sturm, Carol Tilley, David B., Joyce Brabner, David Small, Phoebe Gloeckner, Brian Fies, Scott McCloud, Darryl Cunningham. Molto attiva è anche la produzione di Medicina grafica in lingua ispanica; i molti cultori, europei ed americani, si riconoscono e si mostrano in un vivace sito internet,  https://medicinagrafica.com/, e testimoniano di credere nella “illustrazione come potente veicolo di informazione, della massima importanza” e di non arrestarsi di fronte al “pregiudizio secondo il quale la medicina è cosa troppo seria” per essere trattata con i fumetti.
La casa editrice Penn State University Press nel 2015 ha inaugurato una nuova collana con un testo collettaneo, Graphic Medicine Manifesto, con contributi dei primi ed ormai più affermati autori del genere: M. K. Czerwiec, Ian Williams, Susan Merril Squier, Michael J. Green, Kimberly R. Myers. L’obiettivo dichiarato, assistito da considerazioni dettate dall’esperienza e da un attento bilancio bibliografico, è quello di dimostrare come la medicina grafica abbia la possibilità di sfidare i confini delle discipline accademiche convenzionali, di sollevare domande sulle loro fondamenta inducendo i vari membri delle professioni sanitarie a rinvigorire la forma ed i testi letterari con rappresentazioni visive e simboliche ed offrendo a pazienti, a familiari ad un pubblico più ampio nuovi modi per affrontare le sfide e la complessità dell’esperienza medica.
Mater Morbi, l’album 280 del 2009 del bonelliano Dylan Dog, scritto da Roberto Recchioni e disegnato da Massimo Carnevale, non si può dire che rispecchi i paradigmi del Graphic Medicine Manifesto; è fantasmagorico, epico, con notevoli velleità e con buoni risultati artistici. La trama, non certo facile da ricostruire, ci dice che Dylan, malato, viene ospedalizzato e tra sogno (incubi e visioni) e realtà (attrezzature medicali, medici per metà salvatori e per metà aguzzini) affronta Mater Morbi, la madre di tutte le malattie, dark-lady, amante spietata ed esigente che lo perseguiterà per tutta la vita. Recchioni, con altri, è autore di nuove peripezie sanitarie a fumetti (Asso, Nicola Pesce Editore, 2012) spinte dalla sua vivida creatività ma anche basate sulla sua lunga e pesante anamnesi patologica di cui parla abbondantemente nel suo blog ( http://prontoallaresa.blogspot.it/). È da ricordare che sempre nel 2009 il Maxi Dylan Dog n. 12 presenta una storia dal titolo Le morti bianche (Giovanni Gualdoni, soggetto e sceneggiatura, Montanari & Grassani, disegni, Angelo Stano, copertina) nella quale l’eroe si fa assumere in una fabbrica londinese per indagare sulla causa di infortuni subentranti che uccidono un gran numero di operai e impiegati.
È il caso, a questo punto, di proporre una sorta di bibliografia (che non si pensa esaustiva), sulla Medicina Grafica disponibile in italiano iniziando dalle voci più recenti:
Doctor G - Una graphic novel - Una medicina per la troppa medicina (Luana Caselli, Luca Iaboli, Grazia Lobaccaro, grafico, Marco Madoglio, sceneggiatore, Gianfranco Domenighetti, prefazione, L-INK 2016); per sapere tutto su rischio relativo e assoluto, led time bias, sovradiagnosi, attendibilità di uno screening, sensibilità e specificità di un test, mortalità, sopravvivenza; strumento di alfabetizzazione biostatistica di base per medici e studenti di medicina, pazienti e giornalisti.

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SuperSorda! (Cece Bell, Elena Orlandi, traduttore, Piemme 2017); Cece è una bambina che perde l’udito e dovendo adottare l’apparecchio acustico, una scatoletta ingombrante, ha paura di sembrare brutta e che i suoi compagni di scuola la possano prendere in giro; poi realizza che l’apparecchio le fa sentire cose che nessun suo compagno percepisce, un superpotere che le consente di risolvere i problemi dei deboli ed aiutare gli altri.
La storia delle mie tette (Jennifer Hayden, Micol Beltramini, traduttore, Edizioni BD 2016); Jennifer racconta la storia delle sue tette, dall’attesa di vederle spuntare a quando ha dovuto rinunciarci in un contesto di amore e di dolore.
Il grande male (David B., Francesca Scala, traduttore, Coconino Press 2016); vi si racconta la storia dell’adolescenza accompagnata dai tormenti dell’epilessia.
Pillole Blu (Frederick Peeters, Michele Foschini, traduttore, Bao Publisching 2015); la storia di un amore condito con il virus dell’HIV.
La vita inattesa (Micol Arianna Beltramini, Tito Faraci, Alessandro Q. Ferrari, Rizzoli Lizard 2014); racconti a fumetti disegnati da famosi artisti tendenti a dimostrare l’efficacia dell’“ascolto” nel processo di guarigione.
Marbles (Ellen Forney, Micol Beltramini, traduttore, Edizioni BD 2014); Ellen, “bipolare”, racconta le sue peripezie e deve convincersi di aver bisogno di una cura.
Rughe (Paco Roca, A. Papa, traduttore, Tunuè 2013); la vita quotidiana descritta con umorismo e commozione di un anziano direttore di banca con diagnosi di “morbo di Alzheimer” ricoverato in una residenza.
La parentesi (Elodie Durand, Donatella Pennisi Guibert, traduttore, Coconino Press 2011); la lotta di una giovane donna per ricostruire la propria identità contro una malattia che cancella la memoria.
Stitches (David Small, M. Bertoli, traduttore, Luca Sofri, prefazione, Rizzoli Lizard 2010); il racconto molto articolato delle disavventure di un quattordicenne che iniziano quando, dopo un’operazione, scopre di non essere più in grado di parlare.
Mom’s cancer (Brian Fies, S. Visinoni, traduttore, Double Shot 2009); si raccontano gli effetti sull’intero gruppo familiare derivanti dalla diagnosi, a carico di un suo membro, di un tumore polmonare.
Negli ultimi anni in Italia è fiorito un vero movimento sponsorizzato volentieri dall’ente assicuratore per gli infortuni e le malattie professionali, l’INAIL, capace con le sue “strisce” di incitare alla prevenzione nei luoghi di lavoro studenti di tutte le età e lavoratori di ogni etnia. Un bilancio di tale movimento che aggiorna quello dei decenni passati fatto con cartelli “ammonitori” spesso terrificanti e sanguinolenti appare difficile e comunque ancora da fare, sia sotto il profilo della qualità dei prodotti offerti, sia per la loro efficacia ed effettiva diffusione. Tra le molte si segnalano due opere più recenti: La prevenzione non è di questo mondo (Paolo Virelli, testi e disegni, INAIL 2015) e Ispettore Felicino, 5 storie di salute e sicurezza sul lavoro (Studio Sgro Srl, ideatore, Riccardo Pieruccini, grafico, Pacini Editore 2015). Si pensa che questi contributi rimangano distanti da quelli dedicati in qualche modo allo stesso argomento, in altri tempi forse più propizi, da autori come Roberto Zamarin (1940-1972) con Gasparazzo, Francesco Tullio Altan con Cipputi o Vauro Senesi. Meritevoli di grande interesse e con un posto a sé stante sono le Graphic novel che ricostruiscono delle “tragedie operaie”: ILVA, comizi d’acciao, storie di vita e di morte all’ombra dell’acciaio (Carlo Gubitosa, Kanjano, BeccoGiallo 2013); Marcinelle 1956 (Sergio Salma, Diàbolo Edizioni 2012); Eternit, dissolvenza in bianco (Assunta Prato, Gea Ferraris, Ediesse 2011); ThyssenKrupp, morti speciali S.p.A. (Alessandro Di Virgilio e Manuel De Carli, BeccoGiallo 2009); Porto Marghera, la legge non è uguale per tutti (Claudio Calia, BeccoGiallo 2007); Marcinelle, storie di minatori (Igor Mavric e Davide Pascutti, BeccoGiallo 2006).

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Censire ed illustrare l’attualità della Medicina grafica incita anche a guardarsi indietro per andare alle origini del fenomeno, per comprenderne l’evoluzione e ricordarne alcuni esempi memorabili. Ciò è stato fatto in occasione della giornata di studio richiamata all’inizio, dove è stata presentata certa produzione artistica toscana e, più specificamente, sono stati rinverditi i fasti (indimenticabili per chi li ha vissuti in diretta) dei disegni di Guido Crepax (1933-2003); disegni ideati per le oltre 200 copertine (con personaggi che hanno fatto la storia della medicina) e per i  360 casi della rubrica Circuito interno, in seguito diventata Clinicommedie, di Tempo Medico, rivista di informazione, dossier, cultura e attualità medica pubblicata dal 1958 al 2009. Le tavole di Crepax sono comparse nella rubrica per circa 30 anni a partire dal 1965, con impatto non certo di indifferenza (oltretutto nel corso degli anni si è vista nascere e poi affermarsi in quei disegni l’immagine-icona di Valentina) a corredo della narrazione di un caso clinico, sotto forma di dialogo: un importante clinico ed il suo aiuto discutono introducendo anamnesi, sintomi e segni del caso; assistenti, specializzanda e studenti commentano all’esterno. L’obiettivo è quello di raggiungere la diagnosi più ragionevolmente formulabile e viene coinvolto anche il lettore, che leggendo può fare una sua ipotesi verificandola poi andando a leggere la “risposta giusta”. Molti di questi disegni di Crepax sono stati recentemente esposti a Milano in due mostre, una delle quali opportunamente sponsorizzata dall’Ordine di medici.
La narrazione per immagini (con o senza un testo incastonato nella “nuvoletta”) si può dire che sia sempre esistita: è strumento irrinunciabile dell’arte “popolare” che ha accompagnato l’umanità dai graffiti preistorici alla stampa che farà nascere il fumetto vero e proprio, alla fine dell’Ottocento, passando per lunghi secoli sino all’alto Medioevo quando, pur esaltando lo spirito ed il proprio dio, si mantiene con l’arte sacra un occhio al corpo e quindi alla medicina. Basta richiamare alla memoria qualche esempio residuo di Cristo della Domenica, iconografia condannata dopo il Concilio di Trento, raffigurazione di carattere prescrittivo-ammonitorio tendente a disincentivare il lavoro nel giorno consacrato al Signore. Immagini “narranti” e quindi buone antenate del fumetto possono essere considerate ad esempio Il trionfo della morte di Andrea Orcagna (1308-1368), affresco sull’altare dei Pazzi nella chiesa di S. Croce a Firenze, o il Cristo deriso, la Vergine e San Domenico del Beato Angelico (1395-1455), nel Convento di S. Marco a Firenze o, dello stesso autore, la predella della Pala di Annalena con otto (all’origine) pannelli, una vera strip illustrante Storie dei santi Cosma e Damiano; oppure ancora la Pietà con i simboli della Passione del Maestro della Madonna Strauss (attivo in area fiorentina tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo) conservato al Museo dell’Accademia a Firenze.

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Suggestivo per un rapporto paziente-medico con immagine è l’Autoritratto da ammalato di Albrecht Dürer (1471-1528); il disegno acquarellato, 12 cm  in altezza, corredato da una scritta in tedesco che recita l’area dove si trova la macchia gialla indicata dal mio dito è quella dove io ho male”, secondo l’ipotesi più seguita sembra sia stato inviato dall’artista, in un anno tra il 1512 ed il 1519, al proprio medico di fiducia per una sorta di consulto per corrispondenza. Sono molte le interpretazioni date: una vuole che indicando la milza, sede della “bile nera” secondo la teoria ippocratica degli umori, voglia far riferimento alla sua “melancolia”; un’altra ipotesi rimanda ad una splenomegalia e probabilmente alla malaria.
I fumetti, con il passare del tempo, grazie anche alla loro evoluzione tecnica e creativa, si sono guadagnati un posto sicuro nel campo intrigante di quel mix espressivo visivo-letterario e nel connubio realtà-finzione; ai più consentono una comprensione immediata, attraente e chiara, emotiva e memorabile di storie e problemi, siano essi fantastici o realistici. Non desta meraviglia che i fumetti abbiano contaminato la medicina e che la medicina ricorra ai fumetti per esprimere meglio le proprie funzioni ed anche per superare alcuni suoi limiti intrinseci.
La Medicina grafica, pur dovendo considerare la complessità della sua realizzazione (oltre che di un narratore necessita di un disegnatore), mostra i suoi migliori risultati a proposito del cosiddetto “narratore ferito”, quando si tratta cioè, di rivivere e rielaborare in prima persona storie di malattia, sofferenze, incontro-scontro con il personale e le strutture sanitarie, speranze riposte o abbandonate. Spesso risultati analoghi si ottengono quando il caso è raccontato con passione e con intelligenza da un qualche operatore o da un familiare addetto alla cura. Si tratta di storie sempre “istruttive”, capaci meglio di qualsiasi lezione accademica, per chi ne ha l’obbligo, di incitare ad assumere posizioni di “simpatia” con il “paziente”, comprendere le sue ragioni, i suoi valori, le sue paure, le sue aspettative, tutti elementi questi per stabilire alleanze ed ottimizzare la cura e spesso la “guarigione”.
Si esprime anche il parere che alcuni prodotti della Medicina grafica possano assumere un insostituibile momento didattico o almeno di integrazione ed aggiornamento culturale: chi sa di avere lacune nel campo statistico ed epidemiologico provi a leggere la Graphic novel Doctor G alla quale si è accennato sopra; è possibile che rimanga sorpreso per l’opportunità che viene offerta di colmare quelle lacune.

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