L’ospedale per alienati mentali di Bonifazio: un modello di architettura manicomiale

ESTHER DIANA, architetto, è direttrice del Centro di Documentazione per la Storia dell’Assistenza e della Sanità e coordinatrice della Regione Toscana per i patrimoni storici delle aziende sanitarie. Si occupa di storia strutturale, patrimoniale e sociale degli ospedali tra XIV e XIX secolo. Ha curato mostre finalizzate alla valorizzazione del patrimonio artistico ospedaliero.

Esther DianaLa riorganizzazione della rete ospedaliera fiorentina attuata da Pietro Leopoldo di Lorena tra il 1777 e il 1785 assegna al vecchio ospedale di Bonifazio il compito di ospedalizzare i dementi (con altre categorie di ammalati come i cutanei, i cronici e gli incurabili) fino a quel momento accolti nell’obsoleto Santa Dorotea. I primi ricoverati – suddivisi in maniaci, melanconici e amenti – vengono accolti nel 1788 nel settore già destinato ai sifilitici (ex ospedale della SS. Trinità) occupando gli uomini il piano terra e le donne il primo piano. Entrambi i sessi dispongono di “cento camere singole, ventilate e fornite di tutti i comodi ed utensili occorrenti, con deposito, spogliatoi e bagni, corridoio, coretto, per comodo di udir la messa e passeggi erbosi articolati attorno a due chiostri”. Dirigente della struttura è il Direttore Infermiere Vincenzo Chiarugi (1759-1820), un giovane medico che aveva svolto l’apprendistato nel Santa Dorotea dove aveva iniziato a teorizzare nuovi metodi di ospedalizzazione dei malati affetti da turbe mentali. In particolare, nel 1788, quando nell’Arcispedale di Santa Maria Nuova era stato fondato l’archivio per la “conservazione delle memorie nosografiche delle malattie” (così da definire una procedura medica univoca, una specie di linee guida attuali), Chiarugi aveva contribuito con 194 casi sulle totali 4.000 malattie descritte.
A Bonifazio può mettere in pratica i suoi programmi, ponendo le basi di una malattia mentale quale risultante di un interiore dissesto morale.
Follia, dunque, come malattia degli eccessi a cui sarà necessario anteporre quel ‘trattamento morale’ che, in questi stessi anni, stanno promuovendo a Parigi Philippe Pinel (1745-1826), e poi Jean Etienne Dominique Esquirol (1772-1840). Senza entrare nella questione se sia stato prima il francese o il Chiarugi ad abolire gli strumenti di contenzione del malato (fino a questo momento elementi quotidiani del suo sostare in ospedale), è interessante leggere nel Regolamento di Bonifazio del 1789 la seguente frase: […]“niun ministro o professore, assistente, inserviente, o altra persona addetta allo Spedale o estranea, ardisca mai […] percuotere i dementi, dir loro ingiurie, provocarli, […] e far loro burle di alcuna sorte” […]. Questa direttiva parrebbe precedere, dunque, di più di dieci anni quanto Pinel esporrà nel 1801 nel suo Traité médico-philosophique sur l’aliénation mentale ou la manie.
La regola sanitaria che Chiarugi inaugura nell’ospedale di Bonifazio si basa essenzialmente sul rispetto della persona: escluse le punizioni corporali, gli strumenti di contenzione (quando non necessari), lo sfruttamento lavorativo dei degenti. Nel suo Della pazzia in genere e in ispecie. Trattato medico-analitico con una centuria di osservazioni (1793-’94) Chiarugi espone una classificazione clinico-osservativa della malattia mentale di cui riconoscerà – in sintonia con Pinel e i suoi successori – la possibile curabilità. La follia verrà considerata non soltanto una malattia neuro-cerebrale ma anche il risultato di emozioni e implicazioni affettive. Da qui la teoria ‘morale’ basata sulla moderazione comportamentale e su progetti terapeutici che possano contenere e indirizzare le disarmonie. Prima regola di cura per l’ammalato sarà l’ordine, l’isolamento, il lavoro coordinato: ovvero l’ergoterapia. L’ammalato verrà posto sotto la dipendenza di un uomo, il direttore dell’istituto, che per le sue qualità fisiche e morali assurge a punto di riferimento essendo in grado di dominare le sue passioni così da indirizzarlo verso la guarigione.
In tale ambito, anche la struttura, dovrà partecipare a questa ‘riorganizzazione’ mentale dell’individuo attraverso specifici caratteri quali: 1) trovarsi l’edificio lontano dal centro cittadino; 2) essere recintato e organizzato in plurimi ambienti di ricovero secondo quanto richiesto dalle varie patologie; 3) essere corredato da un ampio spazio a verde da destinare al passeggio e alla coltivazione ortiva.

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Il Bonifazio che si inaugura nel 1788 rispetta tutte queste prerogative (Figg.1-2) tanto da riscuotere il suo modello architettonico-funzionale un successo immediato, espandendosi in tutta Italia, per lo meno fino ai primi decenni dell’Ottocento. Ovvero fino a quando non si richiederà alla struttura manicomiale una duttilità di servizi così da contemplare non solo ambienti di cura, ma anche di indagine, ricerca e sperimentazione di farmaci in sintonia con il progressivo sviluppo della pratica clinica.
Lo spazio limitato e una edilizia ‘vecchia’ in quanto frutto di una ristrutturazione (non importa quanto ‘illuminata’ per l’epoca di realizzazione) saranno i limiti su cui si troverà imbrigliato il modello fiorentino che inizierà a sbiadire e, con esso, quello dei tanti ospedali sorti sul suo esempio.
Con l’incalzare del secolo sarà sempre più presente a sanitari ed amministratori che quel concetto ‘nuovo’ di architettura per l’alienato quale microcosmo quasi del tutto autosufficiente, basato sull’isolamento territoriale, provvisto di ampi spazi da destinare ad una ospedalizzazione in crescita, dall’economia praticamente autarchica, non può riconoscersi nel Bonifazio.

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Eppure c’era stato un tentativo di ‘modernizzazione’ nel 1829 che tuttavia – soprattutto per scarsità di mezzi e per mancanza di capacità politica – non era andato oltre ad un adeguamento degli impianti di illuminazione e di riscaldamento. Ci riproverà in tal senso, quasi vent’anni dopo, il progetto di riforma presentato nel 1845 dal giovane medico Francesco Bini, nuovo direttore di Bonifazio, dalla cui relazione introduttiva si enucleano i seguenti limiti: poco rigorosa divisione tra uomini e donne, alle quali erano riservati spazi ristretti ed insalubri; scarsità di spazi comuni, per cui i malati, anche meno gravi, erano costretti a starsene isolati nelle proprie stanze, spesso prive di mobilia; insoddisfacenti il vestiario ed il vitto dei malati lasciati frequentemente al freddo, all’indecenza e alla fame prolungata; assolutamente insufficiente il numero degli inservienti.
Joseph Guillaime Desmaisons Dupallans, un alienista francese in visita al nosocomio nel 1849, aggiungeva anche la condivisione di spazi – specialmente ricreativi – tra dementi, cutanei, incurabili e cronici che comportava difficoltà di sorveglianza e coacervo di professionalità; criticava anche la collocazione dell’ospedale, ormai decisamente urbanizzato.
Questi limiti rappresentano impasses per tutte le strutture sanitarie fiorentine nelle quali le esigenze e gli impulsi innovativi di una architettura ospedaliera moderna si arenano miseramente non essendo in grado, in questo momento, di comprendere come e dove indirizzarsi: ad iniziare dall’Arcispedale di Santa Maria Nuova.
Non è un caso che i progetti di nuova ‘sanità riguardanti Firenze – a partire da quello dell’architetto Giuseppe Martelli (1842-’43) e del medico Pietro Betti (1848-1861) – si incentrino su Santa Maria Nuova e Bonifazio accumunati dal loro essere così obsoleti da presupporre una loro completa dismissione e riorganizzazione. In effetti, tornando al tema manicomiale, in questo momento, in Europa ma anche in Italia e nella stessa Toscana, stanno consolidandosi nuovi modelli di struttura da destinare al folle: cittadelle del tutto autosufficienti, separate dalla città ma non così tanto da restare escluse dalle possibilità di un interscambio di rapporti sociali ed economici.
Bonifazio, faticosamente, resterà in attività fino al 1887 quando la riorganizzazione urbana dell’isolato di sua pertinenza ne decreterà la dismissione. Al suo posto – con il breve intermezzo di Castelpulci – subentrerà il manicomio di San Salvi (1891) che risponderà a tutte quelle esigenze che ormai la disciplina pretende.
Se il modello architettonico di Bonifazio ha avuto, tutto sommato, breve storia, non così la sua organizzazione funzionale. Quel Regolamento del 1789 nel quale si definiscono tutte le regole, i servizi, le responsabilità di medici e personale di assistenza, di custodi e guardiani venendo a sancire la quotidianità del vivere dell’ammalato mentale, resterà indiscusso punto di riferimento anche nel secolo successivo come dimostrato dalle tante richieste di averne copia inoltrate da istituzioni similari.

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