Pietro Grocco (1856-1916) o del “Clinico universale”, dell’“Infallibile semeiotico” o del “Medico virtuoso”

Francesco Carnevale , Assistente presso l’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università degli Studi di Padova e poi di Verona, dal 1969 al 1986, quindi sino al 31.12 2009 Dirigente di Medicina del lavoro nell’Azienda Sanitaria di Firenze. È cultore di storia della salute dei lavoratori.

Scienza, “arte”, medicina, didattica e imprenditoria nella vicenda umana e professionale di un grande medico  del passato.

 

Parole chiave: Grocco, storia clinica, Firenze, medicina del lavoro, saturnismo

Francesco CarnevaleVittorio Matteo Corcos (1859-1933) ha fatto di Pietro Grocco un ritratto pittorico veramente intenso; Giuseppe Verdi (1813-1901) sembra che ripetesse a destra e a manca: “Non credo molto alla medicina, ma credo a Grocco”; Gabriele D’Annunzio (1863-1838) con una missiva del 16 agosto 1901 lo omaggia a modo suo per prestazioni ricevute: “Caro e grande Maestro, ho sempre nella memoria il modo con cui Ella, interrogandomi tendeva l’orecchio per discoprire nella mia risposta la voce dell’istinto. Vedevo sorgere dalla profondità della sua scienza la facoltà suprema dell’artista: l’intuizione. L’“arte medica” non m’era mai apparsa in un aspetto tanto nobile, né avevo mai conosciuta un’attitudine tanto semplice e possente nello scrutare l’opera misteriosa che la Natura compie nel corpo umano. E mi ricordavo certe parole già lette da un vecchio libro: “Est in morbis et medicinis hoc, quod Hippocrates vocavit divinum … Mi sembra che il sentimento di questo divino faccia di Lei, caro Maestro, una specie di “pontefice naturale” verso di cui un poeta è naturalmente attratto”. È comunque uno storico della medicina contemporaneo, Paolo Mazzarello, che su Grocco ha scritto considerazioni profonde e definitive: “Il medico di fama si muoveva sulla superficie del corpo del paziente come un virtuoso della professione, tanto più valente quanto più abile nel riuscire a ‘far parlare’ la malattia nascosta attraverso il disvelamento di elementi patognomonici significativi. Doveva dar prova di una capacità gerarchica di giudizio e spesso si poneva sulla scena clinica, di fronte ai parenti, quasi come un artista ispirato che, attraverso una serie di gesti, manovre e movimenti noti a lui soltanto, poteva giungere a intuire la realtà patologica sottostante. Il suo corredo di conoscenze, l’esattezza del giudizio clinico, l’originalità del sospetto diagnostico affascinava gli studenti che lo seguivano nelle corsie ospedaliere o i colleghi che lo avevano chiamato per un consulto. Da qui nasceva il mito dell’occhio clinico infallibile del maestro, mezzo scienziato e mezzo artista, in grado di cogliere con l’intuizione un disegno definito, dove altri intravedevano solo caos e confusione. Il clinico famoso era un uomo quasi deificato anche per lo spazio ideale, ai confini della vita umana, in cui si poneva la sua azione e per il peso delle attese ansiose, quasi insopportabili, di cui si faceva carico”.
Interesserà leggere alcuni brani indicativi di una vera “autoanalisi” del maestro, estratti dalla Prelezione letta l’11 dicembre 1888 nell’Anfiteatro anatomico di Pisa: “Non basta per fare la diagnosi il trovare una formula da apporsi su di una tabella cubicolare; ma è mestieri che si sappiano disporre in un quadro tutti i sintomi, e gli altri fattori or ora compendiosamente accennati, e per modo che ne risalti chiara la fisionomia assunta nel caso pratico da una malattia, così come dalla giusta distribuzione dei colori sulla tela ritrae il pittore la fisionomia d’una persona. E come non si danno due fisionomie d’uomo in tutto eguali, così è dei quadri morbosi. Di guisa che la diagnosi, se ridotta a un’etichetta è per molti malati la stessa, intesa come vuole essere nella medicina scientifica cangia per ogni malato; ed è più accorto clinico colui che nel parallelo di casi simili sa rilevare in maggior numero i punti differenziali” … “È l’osservazione clinica, che temprandosi ai dettami scientifici dei tanti rami ausiliari non finisce mai ars longa quale essa è d’educarci quel tatto pratico, che non è nulla di magico, ma neppure nulla d’immaginario, e per cui a ogni sintomo, a ogni gruppo sintomatico si sa dare nel caso speciale la giusta misura nella motivazione diagnostica e niente sfugge, che nella motivazione stessa possa avere importanza” … “E al letto del malato osservare bene vuol dire addestrarsi con un continuato esercizio a rilevare rigorosamente i sintomi senza vedere attraverso a teorie o a sistemi. - Oh sì, non stanchiamoci d’esercitarci all’esatta osservazione de’ malati; e non la smettiamo un solo momento, perocché senza di essa l’edifizio diagnostico manca di fondamenta. Egli è soltanto dopo l’osservazione clinica ben condotta, che si riesce a ben concentrare la luce emanata dalle scienze mediche e mettere in chiaro la diagnosi delle malattie” … “Sarebbe assai più comodo il ridurre lo svolgimento diagnostico, scusate l’espressione, a una sonata di organetto, montata a seconda dell’una o dell’altra malattia. Ma tradirebbesi il mandato. L’idea scientifica si muove; e noi dobbiamo seguirla; se no meglio è lasciare il campo della scienza!!”.

Fig 1 Matteo Corcos
Pietro, di famiglia povera, grazie allo zio prete si laurea in medicina a Pavia nel 1879, si fa benvolere da un clinico importante, Francesco Orsi (1828-1899) e inizia una veloce e folgorante scalata accademica, professionale e sociale: clinico medico a Perugia nel 1884 (a 28 anni); tre anni dopo si sposta a Pisa e nel 1892 è chiamato presso l’Istituto Fiorentino di Studi Superiori, dove istituisce anche una sezione antirabbica; nello stesso anno, grazie anche alla sua fede giolittiana, viene nominato ispettore governativo e direttore sanitario delle Terme di Montecatini; nel 1905 ottiene il laticlavio. Centinaia sono i suoi contributi comparsi su riviste, praticamente in tutti i campi della medicina e specie in quello neurologico, cardiologico e della pneumologia; ammirevole per acume e semplicità risulta la sua unica monografia, “Lezioni di clinica medica” del 1906; almeno cinque sono gli eponimi che legano il suo nome a dei segni clinici.
Sebastiano Timpanaro (1923-2000), filologo e critico letterario, a proposito degli ultimi decenni dell’Ottocento, ha fatto osservare: “Si potrebbe sostenere senza difficoltà che il genio di Firenze sia la scienza e non l’arte e la letteratura. Sarebbe un’esagerazione ma non mi sembra uno sproposito”. Ciò è vero anche o soprattutto per la medicina; alla vecchia guardia risorgimentale si avvicenda Grocco, ma anche un foltissimo stuolo di giovani di grande valore, provenienti da tutte le parti d’Italia: Giuseppe Corradi (1830-1907) e Alberto Francesco Colzi (1855-1903) nella chirurgia, Domenico Chiara (1838-1905) nella ginecologia, Daniele Bajardi (1845-1923) e Giuseppe Mya (1857-1911) nella pediatria, Luigi Luciani (1840-1919) e Giulio Fano (1856-1930) nella fisiologia, Cesare Federici (1838-1892) e poi Francesco Coppola, che fonda nel 1889 il Laboratorio di Materia Medica e Farmacologia Sperimentale, Guido Banti (1852-1925) nell’anatomia patologica, Giulio Chiarugi (1859-1944) nell’anatomia, Alessandro Lustig (1857-1937) nella batteriologia, Eugenio Tanzi (1856-1934) nella neurologia e psichiatra, Giorgio Roster (1843-1927) e Andrea Corsini (1875-1961) nell’igiene e nella “Chimica fisiologica e patologica” e poi nella storia della scienza, Gaetano Pieraccini (1864-1957) e Guido Yllier Giglioli (1875-1939) nella medicina sociale e del lavoro, questi ultimi protagonisti con i medici legali Cesare Biondi (1867-1936) e Lorenzo Borri (1864-1923) della stagione (1907-1917) de “Il Ramazzini. Giornale Italiano di Medicina Sociale”.

Fig 2 Scritti Corcos


Più che dall’igiene è dalla clinica, fatto peculiare italiano, che provengono le risorse umane e scientifiche che animeranno la medicina del lavoro; e ciò capita anche a Firenze dove si può sostenere che Pietro Grocco abbia assunto il ruolo indiscusso di iniziatore e poi di facilitatore; è proprio Grocco a scrivere una prefazione a “Le malattie del lavoro. Note di patologia e d’igiene” del 1902, il primo trattato concepito in Italia dopo quello secentesco di Bernardino Ramazzini (1633-1714): “Alcune mie conferenze popolari hanno indotto il Dott. Giglioli a scrivere sulle malattie professionali; e io mi congratulo col mio distinto allievo, che in pochi mesi ha saputo ben raccogliere e ben comporre un abbondante materiale di studio sull’argomento; e consiglio il dott. Giglioli a proseguire con zelo in siffatto lavoro che ben risponde a esigenze scientifiche e a esigenze umanitarie”. Giglioli, medico interno nel Regio Istituto di Clinica medica generale in Firenze, nell’introduzione del libro ricorda: “Da pochi giorni si erano iniziati in Firenze i corsi dell’Università popolare e l’ampia sala dell’antico palazzo Bardi era affollata da un pubblico vario, di industriali e di operai, di impiegati, di medici e di studenti; la parola chiara e concisa del clinico spiegava e commentava le varie forme di intossicazione professionale e il silenzio religioso e l’attenzione raccolta mostravano quanto l’argomento interessasse ognuno e quante riflessioni germogliassero dal seme della scienza così gettato. E il soggetto della lezione era veramente tale da commuovere e attrarre ogni ascoltatore; l’immagine del lavoratore che nel lavoro stesso, nel quale cerca e guadagna la vita, può trovare ignorante e ignorato, la malattia e talvolta la morte …”. Nel capitolo dedicato agli avvelenamenti da piombo, l’autore si premura di raccontare che “…nella Clinica di Firenze nel 1899 fu studiato un caso interessantissimo di saturnismo in un tipografo compositore che presentava tutti i sintomi di un’angina di petto; il prof. Grocco in una serie di lezioni, escludendo le altre forme, fece diagnosi di angina spastica da probabile nevrite saturnina dei nervi cardiaci”.
La distinta clientela, ma anche l’attività di “idrologo medico” e di vero promoter delle Terme di Montecatini, assicurano a Grocco lauti guadagni che saranno investiti in immobili e specialmente in terreni; come ben ricostruito dallo storico Luigi Tomassini e collaboratori in una monografia su Collesalvetti, il medico nel 1901 acquisisce la fattoria di “Nugola nuova” e quindi quella di “Guasticce” e, con l’obiettivo di “produrre molto, presto e a buon prezzo”; porta a eccellenza il settore agricolo e di allevamento di bovini trasformandoli sia dal lato tecnico, amministrativo, igienico che economico-industriale in riconosciuti laboratori sperimentali; mette in campo non solo un’industrializzazione delle lavorazioni, ma anche un aggiornamento dei rapporti fra proprietari e coloni, particolarmente decisivi nel campo della mezzadria, affidandosi al “fattore” ma anche a contabili e agronomi.
Grocco rimane molto legato al paese natio, Albonese, nel quale, nel 1906, fonda un asilo infantile intitolandolo al padre sarto. Gravemente malato di tubercolosi muore prematuramente a Courmayeur.

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