Aspetti culturali, vulnerabilità e gestione dei disastri

Giada Brandani, Centro di Bioclimatologia, Università degli Studi di Firenze

Durante la gestione di un disastro risulta particolarmente importante evidenziare le caratteristiche psicosociali e culturali di persone che potrebbero da queste essere rese particolarmente fragili e vulnerabili. Le norme e i valori culturali, infatti, influenzano la prontezza ad adottare, modificare o respingere le misure di sicurezza offerte attraverso l’assistenza esterna. Diviene pertanto fondamentale tenere in considerazione gli aspetti culturali della popolazione colpita. Il lavoro presentato rappresenta parte dei risultati del progetto CARISMAND (Culture and risk management in man-made and natural disasters, D2.1 - www.carismand.eu/activities/deliverables.html). Il progetto CARISMAND ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea nell’ambito della convenzione di finanziamento n. 653748. Il presente articolo riflette solo il punto di vista degli autori e la Commissione Europea non è responsabile dell’uso che potrebbe essere fatto delle informazioni in esso contenute.

 

Parole chiave: aspetti culturali,disastri, fragilità, vulnerabilità, etnia

Giada BrandaniIntroduzione
I fattori culturali svolgono un ruolo importante nel determinare il modo in cui le persone reagiscono al disastro in termini di impegno durante la gestione delle crisi e nell’accettazione dei soccorsi durante la fase di emergenza.
Gli impatti di un disastro non si traducono in modo univoco in tutte le persone coinvolte. Diversi fattori come genere, età, etnia, livello di sviluppo, risorse fisiche, psicosociali e finanziarie possono intervenire nel determinare differenze significative nella risposta al disastro (Corrarino, 2008).
Pertanto è importante identificare gruppi di persone potenzialmente fragili e vulnerabili che, in situazioni di emergenza o in periodi di calamità, potrebbero richiedere procedure particolari da parte degli attori coinvolti nella gestione del disastro (Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, Sistemi Sanitari, Aziende Ospedaliere ecc.). Tali procedure, localmente già attuate, potrebbero riguardare, ad esempio, la preparazione e la diffusione di messaggi tradotti nelle lingue delle comunità presenti sul territorio, l’adeguamento delle tecnologie per la ricezione degli avvisi, particolari attenzioni relative all’alimentazione nei campi di soccorso post-disastro, la stesura e la diffusione di linee guida per istruire la popolazione vulnerabile su cosa fare in caso di diverse tipologie di calamità.
Nelle prossime sezioni l’attenzione sarà focalizzata su due specifici gruppi vulnerabili: minoranze etniche e bambini.

Minoranze etniche
Per i Paesi multiculturali e per i Paesi con alti tassi di immigrazione risulta fondamentale avere specifiche procedure per i diversi gruppi culturali ed etnici che potrebbero reagire in modi diversi al disastro rispetto al resto della popolazione. L’etnia potrebbe influenzare, infatti, le fasi di gestione della risposta alle emergenze, del dislocamento, del trasferimento e del ricovero, nonché il processo di resilienza alle catastrofi e alla prevenzione (Lucini, 2014). Non è raro che i valori culturali delle vittime e dei soccorritori entrino in conflitto, mettendo in luce diversi concetti di salute e malattia, diversi modi per sviluppare e raggiungere strategie di resilienza e, più in generale, una visione diversa del mondo. Di conseguenza, questo conflitto può provocare una disintegrazione sociale e culturale anche quando la fase di crisi è in atto (Marsella e Christopher, 2004). L’attenzione all’impatto delle differenze etniche e culturali nella gestione delle catastrofi è una questione considerata da alcuni decenni. Un esempio storico di lavoro organico e articolato incentrato sulle variazioni culturali in risposta ai disastri è il Natural disasters and cultural responses di Anthony Oliver-Smith (1986).
Una vasta meta-analisi di Norris, Byrne, Diaz e Kaniasty (2002) che ha utilizzato una letteratura quantitativa sui disastri ha descritto le principali conseguenze di un disastro: problemi psicologici specifici, difficoltà non specifiche (condizione non patologica e non innata), problemi e preoccupazioni per la salute, problemi cronici nella vita, perdita di risorse psicosociali e problemi specifici della gioventù. Per quanto riguarda problemi psicologici specifici, un esempio emblematico è rappresentato dal disturbo da stress post-traumatico (PTSD): un certo numero di studi internazionali (Marsella et al., 1996; Young, 2002) ha dimostrato che il modo in cui il PTSD viene espresso dopo un disastro è direttamente correlato a questioni culturali. Diventa quindi cruciale per gli addetti ai lavori essere addestrati alle possibili manifestazioni di questo disturbo che possono essere espresse da minoranze culturali ed etniche durante settimane e mesi dopo il disastro.

Bambini
Durante le emergenze i bambini risultano particolarmente a rischio poiché dipendono dagli adulti per una serie di bisogni (cibo, sicurezza, informazioni, assistenza ecc.) ed hanno maggiori probabilità di essere vittime di negligenza o abuso. Chiaramente, è importante sottolineare che la risposta dei bambini alle catastrofi è legata all’età e al livello di sviluppo. Tuttavia è possibile evidenziare diversi aspetti che sono stati sottolineati dalla ricerca scientifica e dovrebbero essere attentamente considerati nella gestione delle catastrofi sia naturali che generate dall’uomo.
Una prima questione molto importante è concentrarsi in particolare sul modo in cui i bambini esprimono il loro disagio dopo un disastro. Modo che può essere molto diverso da quello vissuto dagli adulti. Come illustrato da Murray (2006), possono verificarsi problemi esternalizzati (comportamenti aggressivi e iperattività) e internalizzati (sintomi depressivi). I più frequenti sono i cambiamenti nel sonno e nell’alimentazione, risposta al dolore, sintomi somatici, paura per la sicurezza, scarso rendimento scolastico. Queste manifestazioni comportamentali possono essere trovate anche negli adulti che sviluppano importanti sintomi psicopatologici; tuttavia, nei bambini possono rappresentare un modo “normativo” e diretto di esprimere la sofferenza senza richiedere l’uso di processi cognitivi che potrebbero non essersi ancora sviluppati. Pertanto è importante che i soccorritori siano educati a essere sensibili alle manifestazioni comportamentali dei bambini, in particolare a prestare specifica attenzione ai segnali di esternalizzazione e internalizzazione dei problemi. Inoltre, i bambini che sono esposti a disastri hanno maggiori probabilità di mostrare alcuni sintomi di sofferenza (concentrazione e iperattività) che sono molto simili a quelli che si verificano nel disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). Questo perché i sistemi di eccitazione cerebrale sono coinvolti in entrambe le condizioni, quindi è importante che gli specialisti siano molto attenti nelle diagnosi e nelle strategie di trattamento per differenziare i bambini affetti da ADHD da quelli che hanno subito un significativo trauma psicosociale.

Conclusioni
Il modo in cui il disastro colpisce le persone cambia in base a molti fattori, come la cultura e le condizioni di fragilità. Di conseguenza, risulta fondamentale rafforzare sia la capacità di prepararsi a situazioni di calamità sia la risposta all’emergenza per accelerare i processi di recupero. Di primaria importanza risulta informare, guidare e facilitare l’implementazione di servizi culturalmente e linguisticamente appropriati nell’assistenza sanitaria, unitamente a particolari azioni sia di assistenza nella fase di recupero una volta finita la fase di emergenza che di prevenzione per mitigare gli impatti di eventi calamitosi successivi. In conclusione, una gestione consapevole e rispettosa degli aspetti culturali locali non solo sarà più efficace ma allo stesso tempo migliorerà anche le capacità di risposta alle catastrofi da parte delle comunità.

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