clochard

Marginalità e disastri

Giada BrandaniGiada BrandaniCentro di Bioclimatologia, Università degli Studi di Firenze

 

 

 


Le persone che si trovano in condizioni di marginalità, vivendo spesso al limite della sussistenza, in povertà, in condizioni di esclusione sociale, di discriminazione risultano inevitabilmente vulnerabili in un contesto di emergenza, non avendo accesso a tutti i tipi di risorse disponibili. La gestione dei gruppi marginali da parte degli attori coinvolti (Protezione Civile, Croce Rossa, Vigili del Fuoco, Sistemi Sanitari, Aziende Ospedaliere ecc.) risulta, purtroppo, non sempre efficiente per lacune nelle procedure di intervento. Il lavoro presentato riassume parte dei risultati del progetto CARISMAND (Culture and Risk Management in Man-made and Natural Disasters, D2). Il progetto CARISMAND ha ricevuto finanziamenti dal programma di ricerca e innovazione Horizon 2020 dell’Unione Europea nell’ambito della convenzione di finanziamento n. 653748.

 

Parole chiave: emergenze, disastri, disabilità, vulnerabilità, resilienza


Introduzione

Secondo la definizione proposta da Gatzweiler et al. (2003), la marginalità indica una posizione involontaria oppure la condizione di un individuo o di un gruppo di persone, ai margini dei sistemi sociali, politici, economici, ecologici o biofisici, che impedisce loro l’accesso a risorse e servizi, ne limita la libertà di scelta, lo sviluppo delle capacità, causandone povertà. In aggiunta, in linea con Gaillard e Cadag (2009), le cause della marginalità possono essere fisiche (ad esempio vivere in luoghi o in spazi pericolosi, avere una mobilità ridotta a causa di menomazioni fisiche), sociali (come essere membri di etnia o minoranza etnica, avere problemi di salute mentale), economiche (ad esempio essere senza casa a causa della povertà) ecc.

La disabilità, sia essa fisica o mentale, è una delle condizioni che può determinare l’aumento del rischio in caso di disastro. La presenza di procedure specifiche e la formazione dei soccorritori risultano essenziali per mitigare gli impatti di un disastro, a partire dalle prime fasi della risposta alle emergenze.

Nella prossima sezione l’attenzione sarà focalizzata sui disabili e altri gruppi vulnerabili.

Disabili

In caso di disastro, le persone con disabilità sono più vulnerabili poiché impossibilitate a reagire in modo efficace nelle situazioni di crisi, necessitando di procedure e attenzioni particolari da parte dei soccorritori. In un contesto di emergenza, infatti, è necessario che i soccorritori siano preparati a gestire in modo efficiente diverse tipologie di disabilità dal momento che ciascuna richiede un’adeguata e specifica competenza. Esistono tante forme di disabilità come la paraplegia, la cecità, la sordità, il ritardo mentale, la demenza senile, il morbo di Alzheimer. Le disabilità comprendono anche la dipendenza da apparecchi elettromedicali, attrezzature e rifornimenti per il sostegno delle funzioni vitali. Tutto questo rende le persone con disabilità molto vulnerabili nonché soggette a discriminazione perché non in grado di usufruire degli stessi mezzi per poter far fronte all’emergenza e mitigare gli impatti del disastro. Solo per fare un esempio, le persone sorde, o affette da difetti visivi, potrebbero non riconoscere un pericolo o non sentire istruzioni verbali che intimino l’evacuazione (Kailes 2002).

Negli ultimi anni è emersa una maggiore sensibilità riguardo a questo tema, soprattutto nei Paesi europei. La Carta di Verona sul salvataggio delle persone con disabilità in caso di disastri, adottata nel 2007, che si è aggiunta alla risoluzione del Parlamento Europeo sulle catastrofi naturali e alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità, all’articolo 11 ricorda l’impegno assunto da tutti gli Stati Membri a prendere “tutte le precauzioni necessarie per garantire la protezione e la sicurezza delle persone con disabilità in situazioni di rischio, incluse le situazioni di conflitto armato, emergenze umanitarie e disastri naturali”. Lo scopo della Carta di Verona (art. 1) è quello di delineare le basi per articolare una visione comune e universale riguardo tutti gli aspetti delle attività necessarie per garantire la protezione e la sicurezza di persone con disabilità in situazioni di rischio (Protezione Civile, 2011).

Un altro esempio è rappresentato dal Toolkit for good practice on major hazards and people with disabilities proposto in Belgio (2015) al fine di fornire esempi di buone pratiche per i professionisti della protezione civile, per ridurre la vulnerabilità delle persone con disabilità ai disastri, descrivendo alcune iniziative intraprese in vari Paesi europei. Il Toolkit è stato concepito sul principio di uguaglianza secondo il quale le persone con disabilità non meritano di avere meno diritti rispetto ad altri gruppi, non solo durante le emergenze, ma anche durante l’intero “ciclo del disastro”, prevenzione (compresi l’adattamento degli edifici e l’educazione alla preparazione al rischio) - risposta - ripristino.

Relativamente a un’altra forma di disabilità, e cioè persone con problemi di salute mentale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha pubblicato il Piano di Azione 2013-2020 per l’approccio alla salute mentale durante le emergenze, includendo strumenti e raccomandazioni tecniche a supporto dei Paesi per lo sviluppo di politiche e piani atti a migliorare globalmente la qualità e la disponibilità delle cure.

Risulterebbe, pertanto, di fondamentale importanza dare un ruolo primario alle persone con disabilità nella pianificazione delle attività e nella ricerca di soluzioni per la riduzione del rischio nelle situazioni di disastro, migliorando sempre di più le procedure di intervento da parte dei soccorritori.

Senza fissa dimora

Un altro gruppo vulnerabile è rappresentato da persone senza fissa dimora o senzatetto. A oggi questa categoria ha ricevuto una scarsa attenzione nel campo della gestione delle catastrofi, con poche eccezioni (Settembrino 2013; Walters & Gaillard 2014). È importante sottolineare che l’attenzione ai senzatetto è stata del tutto trascurata in una politica orientata alla riduzione del rischio di catastrofi (ad esempio, la Strategia Internazionale delle Nazioni Unite per la riduzione dei disastri del 2011). Per essere in grado di pianificare meglio gli interventi mirati, è fondamentale spiegare adeguatamente le cause che hanno portato al problema dei senzatetto, poiché le strategie di resilienza che possono essere attivate sono molto diverse nel caso di problemi di salute economica, sociale o mentale.

Conclusioni

Le caratteristiche psicosociali e culturali di alcuni gruppi specifici potrebbero renderle particolarmente fragili e vulnerabili nel contesto di catastrofi. Nei decenni passati è stata dedicata grande attenzione ad alcuni gruppi (ad esempio donne e bambini), tuttavia altri gruppi necessitano di molta più attenzione (ad esempio i disabili). Un’attenzione specifica per gruppi particolarmente fragili e vulnerabili dovrebbe essere resa obbligatoria nelle discussioni e nelle politiche sull’agenda internazionale. Solo quando saranno esplorati in profondità i processi attraverso i quali i fattori di rischio di questi gruppi si traducono in livelli più elevati di marginalità e vulnerabilità nel contesto di disastri, sarà possibile sviluppare strategie preventive e gestionali efficaci.

 

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Il nostro sito utilizza i cookies per offrirti un servizio migliore.

Se vuoi saperne di più o avere istruzioni dettagliate su come disabilitare l'uso dei cookies puoi leggere l'informativa estesa

Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o cliccando su Accetto, presti il consenso all’uso di tutti i cookies.