Pubblichiamo il ricordo del prof. Graev e le parole pronunciate dalla figlia alla cerimonia funebre

In ricordo di Mario Graev

Mario Graev

Il prof. Mario Graev era nato a Firenze il 18 novembre 1925.

Sua madre lo abbandonò all’età di due giorni e lo affidò per l’allattamento mercenario a una poverissima donna di campagna, lo abbandonò materialmente ma non economicamente. 

Nel 1929 lo abbandonò definitivamente. Di lei e del padre non si è saputo più niente. Visse in questa povera famiglia nelle ristrettezze materiali e spirituali. La gente del vicinato diceva che lui era il figlio di nessuno.

All’età di 13 anni fu accolto nell’orfanotrofio Madonnina del Grappa fondato da Don Giulio Facibeni che gli fu veramente padre e maestro.

Si laureò in Medicina e Chirurgia.

Intraprese la carriera universitaria e dopo 4 anni era già libero docente di Anatomia e Istologia Patologica e dopo altri due anni libero docente di Medicina Legale e delle Assicurazioni.

Vinse il concorso di professore ordinario di Medicina Legale chiesto dalla Facoltà di Giurisprudenza di Macerata. Insegnò Medicina Legale, oltre che nella Facoltà di Giurisprudenza di Macerata, anche nella Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Ferrara, e finalmente fu chiamato dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia di Firenze.

Insegnò Medicina Legale nella cattedra prestigiosa dove avevano insegnato i grandi maestri della Medicina Legale italiana: il Filippi, il Borri e il Leoncini. È stato autore di circa 150 pubblicazioni.

Che dire?

Tu avresti cominciato così

Ripenso alla tua storia di bambino, tu che sei nato più nudo di ogni altro bambino.

Storia di sofferenza, con la voglia di uscire da quella nudità profonda con tenacia e caparbietà.

Dall’iniziale desiderio di diventare un maestro sei diventato quello che sei diventato.

Certo per molto tempo non ci siamo capiti

Mi è però bastato uscire dal ruolo di figlia ed entrare in quello nascosto di madre che tutto si è acquietato, l’abbandono sanato, la serenità dispiegata.

Sciolta la paura di amare così evidente in te.

Tanto evidente la tua paura nell’evitare qualsiasi contatto fisico, un abbraccio, un bacio.

Con Niccolò dovevamo farti gli agguati per darti un bacino. Nel tuo gesto caratteristico, il braccio teso e roteante, ci scacciavi, ma in fondo sorridevi, anche se non ci eravamo lavati le mani!

Mi hai insegnato il silenzio e la solitudine, la loro semplicità.

Sono qui a ringraziarti del tuo innato modo di essere nobile.

il tuo misterioso modo di non fare pesare la tua scienza.

Del tuo profondo amore per gli altri.

Della tua generosità verso il prossimo, il tuo saperlo ascoltare.

Quel tuo grande senso di fratellanza che unisce tutti i figli del Padre.

Mi hai insegnato l’amore per le piante, il tuo attaccamento per l’orto, che è sempre stato per te il grande senso della vita, conquistato con sudore e fatica, la soddisfazione di poterne cogliere i frutti.

Negli ultimi anni la continua e intensa gioia nell’osservare il giardino, la gioia di vedere l’upupa o la cincia che venivano a trovarci, il dispiacere nello scoprire che non c’erano più le farfalle, o mettere noci allo scoiattolo per farlo tornare.

Coltivare ciò che nasce spontaneo.

Osservare i tuoi pensieri che seguivano ipnotici il continuo itinerare del robottino tagliaerba.

Sono stati questi ultimi anni di solitudine, la tua, la mia, e in qualche modo ci siamo fatti compagnia.

Ti devo non solo la vita, ma tutto, nel senso più ampio.

Rispettando la vita, ma soprattutto la morte devi essere lasciato libero di andare.

Voglio salutarti con qualcosa che ho scritto tanto tempo fa e che a suo tempo ti ho condiviso, grande fu il tuo complimento: “ora ho capito perché non vuoti mai il posacenere!”

Brindo a te, naturalmente con un Tamarindo Carlo Erba, e come tu dicevi “Viva l’Italia!”

corri 

annusa l’aria

ritrova i tuoi occhi di bambino

annusa l’aria

corri

pensa

una mattina

di sole e di quiete

guarda

tra rami secchi 

e foglie marce

un vecchio dolore

sempre nuovo

mai dimenticato

annusa l’aria

corri

verso la vita

o un vuoto

corri

annusa l’aria

fermati

con gli occhi socchiusi

e le mani ferme

in un respiro

l’acqua scorre in un filo

(aprile 2006)


Ricordare il professor Mario Graev, mancato il 14 ottobre u.s., è un privilegio che deriva dall’averlo conosciuto professionalmente e umanamente da quando, nel 1982, giunse all’Istituto di Medicina Legale di Firenze, onorandomi della sua stima e amicizia: come non rammentare, negli ultimi anni quando non era più in Istituto, le sue cene di compleanno, organizzate dall’amata figlia Titti e dal nipote Niccolò, attorniato, a capotavola, dall’affetto degli amici e degli allievi a lui più cari.

Chi era il professor Mario Graev? Per descriverlo basterebbero le parole del poeta Vincenzo Cardarelli, a lui molto caro, che teneva incorniciate sulla scrivania della sua stanza in Istituto “La vita io l’ho castigata vivendola”.

Non ha conosciuto i genitori ed ha avuto una prima infanzia segnata dalla povertà essendo stato mandato a balia in una povera famiglia contadina alle Spianate, piccola frazione del comune di Altopascio, infanzia dominata da ristrettezze materiali e spirituali ma mai rinnegata, anche quando era diventato professore universitario, tant’è che sempre ci tornava anche per trascorrervi alcuni giorni delle vacanze estive; a ulteriore riprova di quanto quegli anni giovanili lo avessero segnato, Mario Graev si recava, al termine di una giornata costellata da plurimi impegni accademici, in sala settoria, in Tribunale, in studio, “nell’amato orto” da lui percepito fonte di fatica, di sudore ma anche di soddisfazione nel poterne cogliere i frutti.

Illuminante e forgiante l’incontro a 13 anni con Don Giulio Facibeni che gli fu veramente padre e maestro all’Opera della Madonnina del Grappa, cui è stato indissolubilmente legato per tutta la vita.

Si laureò in Medicina e Chirurgia il 18 luglio 1953 e intraprese la carriera universitaria, conseguendo, dopo 4 anni, la libera docenza in Anatomia e Istologia Patologica e, dopo altri 2 anni, in Medicina Legale e delle Assicurazioni.

Il percorso accademico, nell’alveo della cosiddetta Scuola Fiorentina di Medicina Legale che ha avuto origine dal Borri, lo portò in più sedi universitarie, inizialmente seguendo il professor Renzo Gilli negli atenei di Sassari, Siena e Torino, per poi approdare a Macerata con il professor Clemente Puccini ove prese il ruolo di incaricato stabilizzato nel 1969, ricoperto fino al 1 novembre 1975 quando diventò Professore Straordinario. Sotto la Sua direzione l’Istituto di Medicina Legale di Macerata ebbe notevole impulso organizzativo, anche attraverso la costituzione della Scuola di Specializzazione in Medicina Legale e delle Assicurazioni, attiva dal 1980 al 1984.

Nel 1982 il professor Mario Graev è stato chiamato a ricoprire la seconda cattedra di Medicina Legale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi di Firenze ove è rimasto fino al fine ruolo avvenuto nel 2000.

La carriera di professore universitario è testimoniata non solo dalla produzione di oltre 150 pubblicazioni a stampa e dalla partecipazione a congressi nazionali e internazionali di Medicina Legale, ma in specie dal ricordo delle sue coinvolgenti lezioni di Medicina Legale al corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, sempre affollate e seguite, ove spaziava dalla norme penalistiche alla tanatologia, alla lesività, al suicidio, al referto e a quant’altro utile al corredo culturale del futuro giovane medico, appassionando e attirando l’attenzione dell’uditorio, a seconda dell’argomento, con fare ora compassionevole, ora arguto.

Il professor Mario Graev, tra l’altro insignito, nel 1987, dell’onorificenza di Commendatore al Merito della Repubblica Italiana, con la sua generosità verso il prossimo e il suo saperlo ascoltare è stato sempre disponibile a chi, non solo studenti e colleghi, si è rivolto a lui per un consiglio o un aiuto, professionale, deontologico, umano.

Infine come non ricordare che il professor Mario Graev con i lineamenti fini, la figura slanciata ed elegante, lo sguardo penetrante aveva un innato modo di essere, come si sarebbe detto un tempo, un vero signore, i cui trascorsi rimarranno affettuosamente nella memoria di chi lo ha conosciuto.

Aurelio Bonelli


Hodah un saggio gentile

L’ebraico hodah significa non solo riconoscere un debito e ringraziare, ma anche essere veritieri e onorare. Avverto il peso leggero di un simile dovere nei riguardi di Mario Graev. 

Egli non è più tra noi, ma la memoria di lui rimane in quanti lo hanno conosciuto e inevitabilmente amato.

Non lo ebbi come docente di Medicina Legale. Lo era stato Vittorio Chiodi, diverso per carattere e scelte di campo, ma anche lui straordinariamente perspicace nel leggere l’animo degli studenti che sottoponeva a esame e lieto quando vi rinveniva un’onestà umana prima che intellettuale.

Mario Graev aveva un eloquio e uno stile grave e sorridente insieme.

Era quieto, gentile, luminoso quanto ciascuno, presumibilmente, io di certo, aspira a essere, spesso non riuscendovi.

Ti guardava affettuosamente, ti ascoltava senza distrazione e coglieva il cuore del tuo pensiero con immediatezza fraterna. Dopodiché si metteva al servizio delle teorie che condivideva, con generosità semplice.

Forse fu buona scuola per lui l’avere trascorso gli anni della seconda infanzia e dell’adolescenza sotto gli occhi di Don Facibeni, il benefattore fiorentino che ha allevato migliaia di minori sans aveu, senza padrone, privi di adulti di riferimento affidabili, facendone degli uomini. D’altra parte, quando ci si forma per somiglianza con il proprio nome, chiamarsi Facibeni deve essere un indubbio vantaggio. Meno, se si sceglie di muoversi in antitesi rispetto a tale significante.

Mario Graev era un bambino abbandonato e non ne faceva mistero. Quel suo essere solo, quel suo essere costretto a portare il fardello amaro di un abbandono ante litteram, quella bastarditudine che ne minacciava l’esistenza sono stati la sua forza, anche grazie al salutare coming out che lo portò a non mascherare le proprie origini, anzi a ricercarle.

A venticinque anni, mentre svolgeva la sua opera nella Clinica Ostetrica dell’Università degli Studi di Firenze, dove sapeva di essere stato messo al mondo, volle scoprire, per il tramite di una facile ricerca di archivio e dell’aiuto di una caposala, chi fossero i suoi genitori.

Fu così che si scoprì figlio di un nobile russo e di una giovane donna, anch’ella russa, di nome Eva, che lo mise al mondo, lo diede a balia e poi sparì. Pare che i due avessero casa ad Alessandria d’Egitto.

Un romanzo familiare autentico e non la fantasia di ogni essere umano, quando a un certo punto del suo sviluppo prova a immaginare di avere genitori diversi da quelli naturali. Allevato in una dimora contadina, dove la miseria generava disperazione, il piccolo Mario sarebbe finito a lavorare nei campi, se una signora non avesse colto la sua perspicacia e non lo avesse aiutato a intraprendere un diverso cammino esistenziale, il percorso che lo avrebbe portato tra le braccia di Don Facibeni. 

Ardisco pensare che quella signora fosse stata catturata per un verso dalla corrispondenza tra l’acume del bambino e i suoi lineamenti fini, la figura flessuosa e slanciata, la carnagione chiara, lo sguardo trasparente, per l’altro dalla discordanza tra questi aspetti e la condizione di povertà astiosa in cui si trovava immerso, come un parvenu. Una Fata Turchina, quella signora, che corrobora l’invito a credere nella bontà degli sconosciuti.

Quando fondai la rivista Il reo e il folle, con la pretesa di gettare una luce nel buio dell’ignoranza che dominava il tema della malattia mentale reclusa, il Professor Graev fu tra i pochissimi accademici italiani a schierarsi al mio fianco.

Si era alla metà degli anni ’90 e lui non era uno psichiatra, ma comprese appieno l’importanza dell’azione intrapresa perché non fosse volgarmente negato un problema che la Legge 180 aveva collocato fuori delle competenze della Salute Mentale e dunque anche della psichiatria, lasciando alla Giustizia il compito di gestire la cura, oltre alla pena, di persone che soffrono e fanno soffrire.

Nel 2012 presentai una relazione al convegno voluto dall’Ordine dei Medici di Firenze in difesa della professione medica, surclassata dalla prepotenza politica, il cui testo diventò un articolo di Toscana Medica, dal titolo Il sogno del dottore, rintracciabile integralmente nella lettera che spedii al Direttore di Quotidiano Sanità e che fu pubblicata su questo giornale il 6 gennaio 2018. 

Ebbene il Professor Graev, che da anni non vedevo, dopo avere letto il mio intervento su Toscana Medica, non esitò a chiamarmi per pronunciare poche parole semplici e avvertite, parole scaturite con immediatezza dalla mente del cuore: “Dottoressa cara, volevo dirle solo questo: se lei ha scritto quello che ha scritto, mi creda, potrà scrivere qualsiasi cosa!”. Era commosso il Professore nel parlarmi e capivo che non avrebbe rinunciato in alcun modo a esprimere il suo parere.

Lo faceva anche per me, ma soprattutto lo faceva in quanto avvertiva che le mie parole erano utili ai più.

Per essermi stato vicino in maniera gratuita e sorprendente in quella circostanza, per avermi persuaso a insistere e a non mollare, per avere creduto nel bene comune, non posso che hodah il Professor Mario Graev, e cioè riconoscere il mio debito con lui, ringraziarlo, dire la verità e onorarne la memoria e con la sua quella di tutti gli uomini capaci di trasformare il proprio veleno interiore in un rimedio per sé e in un mezzo di guarigione per l’altro, come ebbe a dire Constantin Brancusi.

Gemma Brandi