Lorenzo Borri (Firenze 1864, Forte dei Marmi 1923): Medico, giurista e letterato

Francesco CarnevaleFrancesco CarnevaleÈ stato assistente presso l’Istituto di Medicina del Lavoro dell’Università di Padova e poi di Verona dal 1969 al 1986, quindi sino al 31.12 2009 dirigente di medicina del lavoro nell’Azienda Sanitaria di Firenze. È cultore di Storia della Salute dei Lavoratori

 


Medicina e Legge nell’opera di un grande Medico del passato, impegnato nella tutela della salute dei lavoratori e dei loro diritti.


Parole chiave: infortuni sul lavoro, Medicina Legale, Medicina del Lavoro, previdenza sociale, Gaetano Pieraccini


“Mi par di godere ancora osservando quella sua testa solida, nuda e quadrata, in cui era la manifestazione fisica, anzi anatomica, della sua robusta e complessa mentalità. Studioso senza stanchezza e uomo di mondo senza posa. Amante dei libri e amante della natura. Scrittore elegantissimo e parlatore incisivo. Cesellatore di periodi e impetuoso polemista. Ricercatore da laboratorio ed educatore di giovani. Medico, giurista e letterato…”

Con queste parole, certo d’occasione, Francesco Carnelutti (1879-1965), rinomato avvocato e giurista, delinea la figura di Lorenzo Borri (Figura 1); le stesse valutazioni saranno a lungo condivise e tramandate in una vasta letteratura da molti estimatori del maestro e dell’uomo, nell’ambiente accademico, medico e giuridico, e non soltanto in questo.

borri

La famiglia Borri riconosce le proprie origini nella nobile casata aretina dei Dal Borro, insediata in un castelletto medievale nella Valle dell’Arno superiore e conta fra i propri membri anche dei banchieri, quelli del “Banco Borri, Bombicci e C” attivo nella metà dell’Ottocento, e degli industriali con interessi, ad esempio, nella nuova (prima dei Fenzi) “Fabbrica Meccanica di Botti” ricostituita nel 1889-90 alle porte di Firenze, in località “Due Strade”. Il padre di Lorenzo è Giovanni Battista socio della “Società Anonima Edificatrice” per la costruzione di case operaie e per artigiani costituita nel 1848 e attiva fino al 1876 alla quale si devono interventi edilizi, specialmente ai tempi di Firenze capitale, nel Quartiere di Barbano, in via della Mattonaia, in via del Campuccio, in via San Niccolò. Le condizioni economiche della famiglia non dovevano essere floride se, a conclusione degli studi universitari iniziati a Bologna e continuati nel 1887 presso il Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze, il nostro deve rinunciare alla carriera di chirurgo propostagli dal clinico Giuseppe Corradi (1830-1907) per divenire medico condotto interino nel Comune di Cutigliano nel pistoiese dal giugno all’ottobre 1888 e subito dopo, sino a tutto il 1890, medico condotto effettivo nel Comune di Montopoli. Avvenimento, questo, che ha segnato una perdita per la Chirurgia ma un acquisto insostituibile per la Medicina Legale. Infatti, in seguito a un fattivo intervento di Angiolo Filippi (1836-1905) viene nominato aiuto nel Laboratorio di Medicina Legale del Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze.

Ammirevole risulta subito l’attivismo di Borri nella nuova disciplina; nel 1894 ottiene la libera docenza in Medicina Legale, nel 1898 è professore straordinario alla cattedra di Medicina Legale della Facoltà Medico-Chirurgica di Modena; nel 1905 viene nominato professore ordinario ma rinuncia preferendo accogliere la proposta della Facoltà Medica del Regio Istituto di Studi Superiori di Firenze di succedere a Filippi come professore straordinario; il 1° maggio del 1906 è reintegrato nel grado di professore ordinario, posizione che manterrà fino alla morte, avvenuta prematuramente al Forte dei Marmi il 30 agosto 1923 per infezione tifoidea, contratta, a quanto è stato detto, nell’eseguire la necroscopia giudiziaria di una giovinetta morta per questa forma morbosa.

Tanti sono i primati di Lorenzo Borri a cominciare dall’ampia cultura umanistica, letteraria, artistica e musicale, che ha caratterizzato la sua vita privata, quella pubblica ed anche quella professionale. I suoi principali allievi, Attilio Cevidalli (1877-1926), Francesco Leoncini (1880-1953), Antonio Cazzaniga (1885-1973) hanno testimoniato questo aspetto del maestro con la pubblicazione di un’antologia di scritti di varia umanità (Lorenzo Borri, Discorsi e conferenze, Firenze: Luigi Battistelli 1924) tra i quali, oltre a una completa e ordinata bibliografia, spiccano: Scorci di medicina politica, e Linee di un’etica medico sociale, un omaggio a Luigi Pasteur, e Per alcuna chiosa medico psicologica al Poeta Divino dove si rileva come Dante ammonisse a non perdere di vista “l’unità intrinseca della sapienza, di cui le scienze tutte sono membra” e si incitano i giovani alla lettura e alla meditazione del “Poema”, nel quale, accanto all’intuizione di tante verità scientifiche, “sono scolpiti dettami di virtù, che oggi ancora, spogliati del caduco e dell’accessorio, sanciscono immutabili verità morali”.

Quando l’autore era ancora in vita, erano state pubblicate sue poesie e prose su Cutigliano, paese amato, e poi una traduzione in versi della Ballata del carcere di Reading di Oscar Wilde dove si ricanta la “sorte sciagurata, che spinge l’uomo a distruggere ciò che ama”; e quindi “Le città del silenzio di Gabriele d’Annunzio” e “L’opera di Cesare Lombroso nella scienza e nelle sue applicazioni”. La pratica professionale e sociale e, coerentemente, gli scritti, parlano di un Borri come sicuro riformatore, moderato, mai schierato politicamente, laico, impegnato in alcuni periodi nella pubblica amministrazione fiorentina in particolare per gli aspetti della sanità, delle strutture ospedaliere, della scuola e dell’infanzia disagiata; egli è stato interventista nella prima guerra mondiale, a lungo impegnato a Prato nella direzione di un presidio sanitario militare; in questa occasione ha scritto un appassionato Commemorando in nome di Mazzini i soldati morti per la patria.
Al magistrato di Borri si deve il prestigio acquisito dalla “scuola” medico-legale fiorentina, per la capacità tecnica di rispondere, anche a fini peritali, a quesiti di ordine tossicologico e istopatologico mediante analisi di laboratorio e in particolare l’uso (e da qui la sua diffusione) del “metodo spettroscopico”, illustrato dalle fortunate pubblicazioni della scuola a partire dai trattati più volte ristampati e dai materiali consegnati al Museo di Medicina Legale. Ma la prova capitale di questo prestigio va ricercata nell’influenza che l’attività del direttore e in generale del suo istituto ha impresso sull’orientamento della giurisprudenza nonché sull’evoluzione delle leggi di carattere penale e previdenziale, promuovendo un vero Programma di costruzione giuridico sociale; a questo proposito risulta di grande importanza quanto sostenuto da Salvatore Ottolenghi (1861-1934), un altro grande cultore della Medicina Legale, che, commemorando il fiorentino, scrive: “si comprende come Lorenzo Borri abbia, meglio di ogni altro docente la disciplina nostra, accentuato il carattere giuridico della medesima. Quel carattere giuridico che non solo manca completamente a chi si volge alla nostra scienza con puro intendimento anatomo-patologico, ma differenzia a sua volta la mentalità medico-legale dalla mentalità puramente clinica per quanto come dicemmo dalla clinica dovesse partire la mentalità nostra e la nostra cultura. Ché, facendo della personalità umana obbietto principale di studio il medico legale non alla cura è rivolto ma alle applicazioni delle leggi, che non è possibile applicare senza rigorosi intendimenti’ giuridici - i quali solo danno al medico legale la vera sua mentalità”.

C’è accordo nel sostenere che il nucleo principale della produzione di Lorenzo Borri, ciò di cui è stato in Italia il vero artefice, è la Medicina Legale degli infortuni del lavoro, o come fu da lui denominata “Infortunistica medico legale”. Il suo interesse a riguardo nacque con l’approvazione da parte del Parlamento (Ministro dell’Agricoltura, dell’Industria e del Commercio era Francesco Guicciardini, 1851-1915) della legge n. 80/17 marzo 1898 sull’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro in alcuni settori industriali. Anche in Italia era scaduto il tempo della Lex Aquilia de damno secondo la quale l’operaio era paragonato alla cosa del proprietario, tanto che a costui solo spettava l’azione per danni, e, cosa molto difficoltosa, l’indennizzo era possibile solo a fronte della colpa del datore di lavoro provata in giudizio dal lavoratore. Con il Testo Unico n. 51 del 31 gennaio 1904 e il Regolamento n. 141 del 13 marzo 1904 veniva raggruppata la normativa di tutela estendendola ad alcune, poche, lavorazioni agricole e si introduceva il concetto di “rischio professionale”. Borri tratta della materia a cavallo tra i due secoli nella “Rivista infortuni” e nei primi lavori a carattere monografico, dall’agile Avviamento alla perizia medico-legale delle lesioni derivanti da infortuni del lavoro edito nel 1899 (Società Editrice Libraria, Milano) al ben più ponderoso Le lesioni traumatiche di fronte ai codici penale e civile ed alla legge sugli infortuni del lavoro, apparso nello stesso anno presso lo stesso editore. Poi fonda con Luigi Bernacchi ed Enrico Serafini la “Rivista di Diritto e Giurisprudenza, Patologia Speciale e Medicina Forense sugli Infortuni del lavoro”, con Bernacchi e Gustavo Pisenti (1861-1945) il periodico “La medicina degli Infortuni del lavoro e delle Assicurazioni sociali”, con Cesare Biondi (1867-1936), Guido Y. Giglioli (1875-1939) e Gaetano Pieraccini (1864-1957) il periodico “Il Ramazzini”, pubblicato a Firenze dal 1907 al 1917; quindi diventa uno dei principali collaboratori della “Rassegna della previdenza sociale”, la rivista mensile della Cassa Nazionale d’Assicurazione per gli infortuni degli operai sul lavoro pubblicata dal 1919 al 1940.
Nel primo numero de “Il Ramazzini” del 1907 Borri usa parole tanto crude quanto realistiche per chiarire il concetto di rischio professionale: “L’infortunio del lavoro è quindi, né più né meno, che un fenomeno d’ordine economico. Come per le vicende commerciali, i logorii, le rotture ed i crolli dei mezzi e degli strumenti di lavorazione, l’industria è esposta ai rischi ed ai compensi che possono derivarle dalla locazione dell’opera umana. L’operaio è un congegno eletto, manipolatore di materia prima, o liberatore di energie, o esecutore di movimenti; è un estrinsecatore dell’attività industriale. Egli dispone di una somma di attitudini e di forze che mette a servizio dell’industria; e, qualora questa, a causa di un infortunio, limiti, modifichi, sopprima quella somma di energie virtuali o ne renda impossibile o imperfetta la esplicazione, essa ha il dovere di indennizzare, sia pure in disproporzione, il danno arrecato all’operaio cui fu menomata o inaridita questa fonte di produzione e di guadagno”.

Appartiene a Borri ed è spesso ancora mutuata la sistemazione di concetti quali causa violenta, valutazione delle cause e delle concause, il problema dell’occasione di lavoro, tutti strettamente connessi con i vari aspetti dell’infortunistica, illustrati con abbondanza di esempi tratti dalla pratica peritale e quasi canonizzati in maniera definitiva nei due volumi del 1910 e 1912 Gli infortuni sul lavoro sotto il prospetto medico legale (Società Editrice Libraia, Milano). È merito di Lorenzo Borri se la legge infortuni ha teso ad assumere le sembianze di una provvidenza sociale invece di rappresentare un campo aperto alle esercitazioni fiscali di periti più o meno improvvisati. Alla “causa violenta in occasione di lavoro”, base su cui posa tutto l’edificio giuridico in materia di infortuni, egli è riuscito a imprimere un significato assai esteso: ha sostenuto che nella causa violenta rientrano le energie lesive d’ordine meccanico, fisico, chimico, biologico; anche in una malattia infettiva, contratta in speciali condizioni, si deve riconoscere la causa violenta e quindi la necessità dell’indennizzazione a norma di legge. Il concetto che i “virus” rientrino nel novero delle energie lesive è stato accettato dalla dottrina e dalla giurisprudenza così che si deve ritenere che “il termine di causa violenta abbraccia non solo il trauma veramente detto, ma qualunque influenza esterna, la quale operando in tempo e in modo determinato, cioè improvvisamente e rapidamente in occasione di lavoro, abbia in sé efficienza adeguata a perturbare la salute o sopprimere la vita”. È seguendo tale interpretazione che sin dal 1904 la peste bubbonica è stata considerata infortunio così come sono stati ritenuti indennizzabili il carbonchio, la febbre gialla, la sifilide dei vetrai e “la polmonite contratta da un operaio che ha eseguito, per ordine del principale, un lavoro sotto la pioggia”.

Pubblicazioni Carnevale

Il Borri ha dato un decisivo contributo anche allo sviluppo della dottrina della concausalità, con l’idea che la condizione morbosa preesistente e le complicazioni sopravvenute nell’infortunio – note col nome di concausalità anteriore e posteriore – non menomano il diritto al risarcimento. “Le concausalità non hanno importanza nella liquidazione, perché in infortunistica l’obbligo di risarcimento deve intendersi come reintegrazione di tutto il danno (damnum non iniuria datum). E questo è perfettamente logico. Il valore dell’operaio economicamente è rappresentato dal salario percepito al momento dell’infortunio: ora lo scopo della legge, per essere una vera provvidenza sociale, deve mirare a risarcire quel complesso di capacità lavorativa effettiva o potenziale diminuita nel sinistrato, all’infuori di qualsiasi considerazione che ne riduca l’entità”.

La classificazione degli infortuni proposta da Borri nella sua ampia trattatistica tende a separare il concetto eziologico da quella effettuale e considera le modalità di azione delle varie cause lesive; tale criterio, nella sostanza, sarà adottato per lungo tempo dalla Cassa Nazionale Infortuni per offrire al pubblico delle statistiche per gli infortuni del lavoro un criterio con sicuro valore medico-legale e assicurativo ma anche un valore limitativo se non accompagnato da altri e sicuri indicatori e denominatori per una più utile lettura epidemiologica del sempre grave fenomeno infortunistico, accompagnatore apparentemente inevitabile della cresciuta come della decrescita industriale e produttiva dei Paesi.
Come è noto, perché l’assicurazione degli infortuni copra anche i lavoratori dell’agricoltura, bisognerà attendere il 1917 (decreto legge Luogotenenziale n. 1450/23 agosto 1917) mentre l’assicurazione per le malattie professionali (soltanto 6) verrà resa obbligatoria in Italia con il regio decreto n. 928 del 13 maggio 1929 ed entrerà in vigore solo il 1° gennaio 1934.

Con la teoria interpretativa sulla causa violenta Borri aveva, sì, in qualche misura, reso indennizzabili alcune malattie-infortunio, tuttavia rimaneva il problema del riconoscimento di tante altre malattie professionali, quelle cosiddette “pure”, che per definizione riconoscono una causa non violenta, diluita nel tempo, come classicamente lo sono le intossicazioni da metalli o da solventi organici o le stesse malattie da accumulo di polveri, ad esempio la silicosi. A proposito di questo problema è nata una polemica tra l’allora molto attivo medico del lavoro Gaetano Pieraccini e Lorenzo Borri; benché per sede di lavoro siano quasi dirimpettai non lontano dal duomo di Firenze, la polemica si svolge a distanza e dilatata nel tempo, quasi fosse cronica. Il primo, Pieraccini, prendendo spunto da un articolo pubblicato dal secondo nel 1902, scrive nel suo ponderoso trattato Patologia del lavoro e terapia sociale dato alle stampe nel 1906 (Società Editrice Libraia, Milano): “l’espressione causa violenta è, secondo il Borri, diversa e più ampia di causa traumatica, e sufficiente ad orientare il nostro pensiero ad una visione più lata di quella, che non sia l’infortunio nel senso ristretto e volgare della, parola… Frattanto a giudizio nostro, non si deve confondere il concetto di malattia professionale, con quello d’infortunio; l’interpretazione estensiva data alla legge dal Borri ed in parte anche dal Celli e da qualche altro, può essere anzi pericolosa, dal punto di vista dell’igiene pubblica e nel senso di arrestare la promulgazione di una legge sull’assicurazione obbligatoria per le malattie del lavoro…Si dovrà nondimeno riconoscere al Borri il grande merito di avere trascinati anche i misoneisti in un terreno di discussione, su cui non altrimenti si sarebbero posti… è da concepirsi fondata speranza che una Legge sull’assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, integrerà ben presto la Legge sugli infortuni”. Lorenzo Borri risponde, almeno a quanto risulta, solo nel 1910 nel primo volume del suo trattato Gli infortuni del lavoro sotto il rispetto medico legale con un testo molto lungo difficile da riassumere, dove, dopo aver sostenuto “Ed io non ho trovato affatto demolitrici le critiche che il mio valoroso amico G. Pieraccini ha portato a quella ch’ei chiama, troppo, cortesemente, ma altrettanto inesattamente, ‘Teoria del Borri’” si ribadisce il “saldo convincimento che tra la malattia professionale e l’infortunio sul lavoro, prescindendo dalle scarse e non frequenti eventualità di contingenze considerabili come facenti parte di una zona intermedia, la distinzione sia sostanziale e ben nettamente rappresentabile… Si erra infatti e ci si illude quando si parla, come di realtà oggettiva, di malattie professionali genuine, perché il carattere essenziale della malattia del lavoro è la lentezza di insorgenza e di conclamazione, correlativa alla protratta e reiterata azione di singoli momenti pregiudicatoli alla salute necessariamente estrinsecantisi per effetto di un dato mestiere, e producenti lesione personale o, a lunga scadenza, la morte: talché il parlar di acutezza di una malattia di tal fatta include quel colossale errore di giudizio che è la contradizione di termini.”

Pare di poter sostenere che la polemica non avrebbe motivi di essere, serve piuttosto, come si suole dire, per stimolare il dibattito; a Pieraccini non dispiace che qualche malattia con carattere occupazionale, seguendo la teoria di Borri, venga indennizzata, ma da riformista rigoroso non può accettare che una tale soluzione, in qualche modo surrettizia, venga utilizzata per procrastinare l’avvio di una vera legge per il riconoscimento di tutte le malattie professionali. Nel mentre si schermisce per il riconoscimento che ottiene, Lorenzo Borri non fa altro che riproporre integralmente la propria legge, argomentando tra le righe che di leggi non promulgate, come è quella delle malattie professionali, lui non si occupa, lo facciano altri.

Sia consentita alla fine una considerazione, sicuramente sorprendente ma in grado di valere come critica: nella disamina della veramente ponderosa mole di scritti usciti dalla penna di Lorenzo Borri sugli infortuni dei lavoratori. Inutilmente si cercherebbe un’annotazione, una divagazione sulla loro prevenzione, sul fenomeno infortunistico che come tale può e deve essere controllato; è pensabile che l’autore, pur cosciente della gravità del problema, non lo considerasse di sua competenza, altri dovevano prendersene cura, lui si era assegnato il compito di intervenire, magistralmente, ma a valle, a danno già consumato.

 

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