E adesso un po’ di silenzio e riflessione

di Teresita Mazzei

Era inevitabile che si arrivasse a questo punto. La presa di posizione della FNOMCeO sul recente pronunciamento della Corte Costituzionale in tema di suicidio assistito ha suscitato polemiche a non finire, finendo per creare pericolose divisioni ideologiche tra medici sostenitori di istanze differenti. Bisogna con onestà riconoscere che arrivare a questo punto era, appunto, pressoché inevitabile, quando cioè le coscienze vengono messe in maniera ineludibile di fronte ad argomenti che oltre alla questione deontologica più stretta investono il sentire profondo di ogni uomo. A maggior ragione se parliamo di medici che hanno fatto della lotta alla sofferenza il substrato vitale del proprio operare. 

L’argomento è stato immediatamente amplificato dai media (e anche questo era facilmente prevedibile) in una ribalta spesso sguaiata di opposti pensieri e con l’opinione pubblica all’improvviso catapultata in un turbinare di pronunciamenti più o meno di parte. Il tutto nell’assoluto silenzio della politica che, non avendo ancora avuto il coraggio di affrontare la questione con la dovuta chiarezza, non sembra nemmeno avere ben compreso l’enorme importanza di quanto sancito dalla Suprema Corte. 

In attesa che le acque si calmino, che i toni ritornino a un livello di accettabile confronto e che, soprattutto, venga reso noto l’impianto complessivo del pronunciamento, credo che potrebbe essere utile cercare un temporaneo “punto fermo” nella lettura della Comunicazione n.124 della nostra Federazione Nazionale degli Ordini che cerca di riportare la questione nei confini di una accettabile dialettica. La pubblichiamo di seguito integralmente.

 

AI PRESIDENTI OMCEO

AI PRESIDENTI CAO

AL COMITATO CENTRALE

COMUNICAZIONE N.124

 

Cari Presidenti,

il 25 settembre u.s. la Corte Costituzionale si è pronunciata sul suicidio assistito ritenendo “non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. È stata ritenuta una sentenza storica in quanto nel nostro Paese per la prima volta il principio all’autodeterminazione del cittadino non è limitato solo ai trattamenti sanitari, ma riguarda la possibilità di disporre della propria vita. Naturalmente, “la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa sul consenso informato, sulle cure palliative e sulla sedazione profonda continua (articoli 1 e 2 della legge 219/2017) e alla verifica sia delle condizioni richieste che delle modalità di esecuzione da parte di una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”. Nello stesso tempo, la Consulta ha auspicato, anzi ha ritenuto “indispensabile l’intervento del Legislatore” per normare e rendere fruibile tale diritto. Per comprendere in maniera esaustiva quanto la Corte ha statuito è necessario leggere l’intero impianto della sentenza, che sarà disponibile nelle prossime settimane. Un tema che sta suscitando differenti reazioni in quanto richiama le proprie e diverse convinzioni etiche, insite nella coscienza di ognuno di noi.

Alla FNOMCeO e a tutti gli OMCeO tocca l’applicazione delle norme e il riconoscimento dei diritti, coerentemente con quanto riconosciuto dalla Corte e definito dalla Costituzione. Non v’è dubbio che tutto ciò non può lasciarci indifferenti e richiede un ampio dibattito interno per armonizzare le disposizioni previste dal Codice con la nuova previsione costituzionale.

La Federazione Nazionale con comunicazione n.41 del 22 marzo 2019 prot.n.4979, ha messo a disposizione di tutti il documento redatto dalla Consulta Deontologica sul suicidio assistito e presentato come parere al Comitato Nazionale per la Bioetica e al Parlamento, approvato dal Comitato Centrale in data 14 marzo 2019. In quei documenti abbiamo affermato “che i principi del nostro Codice sono esaustivi dell’esercizio della professione, e che il paradigma che l’ha ispirato continua a essere valido”. È evidente che “persone che si trovano in condizioni siffatte dal punto di vista clinico non possono essere affidate che a un team medico possibilmente composto dal curante, da un medico legale e da un clinico esperto, oltre che da uno psicologo”. Mai abbandoneremo i nostri pazienti, assicurando l’assistenza anche in situazioni drammatiche come quelle previste dalla sentenza della Corte. Ciononostante, nel riconoscere il diritto del cittadino bisognerà comprendere quale ruolo e quali compiti devono essere affidati al medico in un percorso che porta a una pratica estranea all’attività medica quale il suicidio, peraltro tutta ancora da normare. Lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di evitare lacerazioni all’interno della nostra comunità professionale rendendo, se fosse possibile, compatibili i principi presenti nel nostro Codice di Deontologia medica con quanto stabilito dalla Corte Costituzionale. Con questo spirito abbiamo affrontato in questi giorni, molto particolari per me, il dibattito che si è avviato dopo la pronuncia della Corte. Abbiamo la necessità di definire tutti insieme una posizione.

Ho chiesto al Presidente Muzzetto di predisporre, attraverso la Consulta Deontologica, un documento da presentare in Consiglio Nazionale. Nel contempo, i vari incontri organizzati nei diversi OMCeO e il convegno di Parma del prossimo 18 ottobre sul suicidio assistito ci aiuteranno ad approfondire tale tematica. Appena possibile vi comunicherò la data del Consiglio Nazionale.

Cari saluti.

Filippo Anelli