Differenze di genere

La “cecità” di genere: una sindrome poco conosciuta

Cristiana BaggioreCristiana Baggiore, Direttore SOC Diabetologia dell’Azienda USL Toscana Centro, componente Commissione Diabetologica dell’Organismo Toscano per il Governo Clinico, componente del Consiglio dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Firenze

 

 

Francesca Bandinelli,  Giancarlo Casolo, Valeria Dubini, Elisa Bissoni Fattori, Anita Labonia, Lara Lenzi, Maria Antonia Pata, Ida Rubino, Francesca Sani: Componenti Commissione “Medicina di Genere”, Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Firenze

 

La “cecità di genere” nasce dall’assunto che al di là della sfera sessuale, l’uomo e la donna siano uguali. Essere uomo o donna condiziona l’insorgenza, il decorso e la sintomatologia delle malattie, influenzandone quindi la diagnostica, la cura e la riabilitazione. Oggi è necessario considerare oltre a quelle biologiche anche le differenze di genere, intese come il risultato di un percorso sociale e culturale che differenzia uomini e donne.

 

Parole chiave: medicina di genere, equità dell’assistenza, prospettiva di genere


Ippocrate diceva “… è più importante conoscere che tipo di persona abbia una malattia, piuttosto che sapere che malattia abbia una persona”.

La medicina è orientata ancora a valutare e ragionare quasi esclusivamente in termini di differenze biologiche fra individui, mentre oggi è diventata imprescindibile la necessità di considerare insieme a quelle biologiche anche le differenze di genere, intese come il risultato di un percorso sociale e culturale che differenzia uomini e donne. La “cecità di genere” nasce dall’assunto che al di là della sfera sessuale, l’uomo e la donna siano del tutto simili. La medicina di genere quindi va intesa non come “medicina delle donne”, ma in un’accezione più ampia che tenga conto dei vari fattori determinanti per la condizione e lo stato di salute di ciascun individuo con le sue peculiarità, oltre che biologiche, anche ambientali, culturali, sociali e relazionali.

L’essere uomo o donna condiziona sia l’insorgenza che il decorso e la sintomatologia delle malattie, influenzandone quindi la diagnostica, la cura e la riabilitazione.

La risposta farmacologica può essere molto diversa fra uomini e donne e il paradigma che vuole farmaci testati sull’uomo, studiati su maschi di circa 70 kg di peso, validi per tutta la popolazione, oggi appare come del tutto inadeguato.

La metabolizzazione dei farmaci segue dinamiche diverse nei maschi e nelle femmine e forse in taluni casi anche meccanismi d’azione diversi. Quindi protocolli diagnostici, costruiti essenzialmente sulla popolazione maschile, hanno determinato la sistematica sottovalutazione o interpretazione errata dei diversi sintomi nelle donne con conseguenti comportamenti clinici distorti, risposte terapeutiche inadeguate, reazioni avverse ai farmaci (superiori nelle donne del 50% rispetto agli uomini e soprattutto nella popolazione anziana politrattata), maggiori tassi di mortalità, come nel caso delle patologie cardiache, in particolare dell’ischemia acuta.

Parlare di una “prospettiva di genere” in medicina, pertanto, non è una perifrasi per indicare l’attenzione alla salute delle donne, significa includere le relazioni di genere nel punto di vista da cui si osserva la scienza medica: anche gli uomini possono essere svantaggiati in termini di salute dai loro ruoli di genere. Per esempio, la salute emotiva degli uomini è scarsamente oggetto di ricerca e di pratica: particolarmente rilevante è l’esempio della depressione che è spesso causa di ideazione e comportamenti suicidari e il numero dei suicidi, nella maggior parte dei Paesi occidentali, compresa l’Italia, è maggiore tra gli uomini, forse anche a causa di una ridotta diagnosi di depressione negli uomini stessi.

L’obiettivo rimane quello di curare la persona al meglio, maschio o femmina che sia. Perché se è vero che la medicina di genere nasce dall’evidenza dell’esclusione delle donne dalla ricerca e dalla pratica clinica, “inforcare gli occhiali di genere” è indispensabile se si vuole garantire l’equità nell’assistenza sanitaria. La medicina avanza e la politica tenta la risposta. Ed ecco il cosiddetto DL Lorenzin approvato il 22-12-2017 e pubblicato il 15 febbraio 2018 che inserisce nell’articolo 3 l’applicazione e la diffusione della medicina di genere nel Servizio Sanitario Nazionale. Le necessità impellenti sono: sperimentazione; formazione; ricerca e informazione per la salvaguardia della salute della donna in un’ottica di differenza di genere.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha inserito dal 2000 la medicina di genere nell’Equity Act, in cui si dice espressamente che il principio di equità implica non solo la parità di accesso alle cure di donne e uomini, ma anche l’adeguatezza e l’appropriatezza di cura secondo il proprio genere. In anni più recenti l’OMS ha stabilito il “genere” come tema base della programmazione 2014-2019.

L’ISTAT segnala che l’8,3% delle donne denuncia un cattivo stato di salute contro il 5,3% degli uomini e la disabilità risulta nel 6,1% delle donne contro il 3,5% degli uomini. D’altronde in Italia il 70% delle persone con demen­za è assistito a domicilio e per il 70% dei casi il caregiver è donna, quindi a maggior rischio per il proprio benessere psi­co-fisico. Anche le violenze contro le donne (10-14%) hanno una forte rilevanza sanitaria, per le conseguenze immediate delle lesioni fisiche ma anche per gli effetti secondari: depressione, ansia, disturbi dell’alimentazione, sessua­li e ginecologici.

L’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro (European Agency for Safety and Health at Work, EU-OSHA) ha evidenziato nei suoi studi come lo stress lavoro-correlato sia una delle sfide principali con cui l’Europa deve confrontarsi e che le malattie lavoro-correlate sono diverse tra uomini e donne, prevalentemente a causa delle differenze di genere. Affinché la dimensione di genere diventi uno strumento di programmazione sanitaria e di pratica clinica, a garanzia di una medicina sempre più personalizzata basata sulla centralità del paziente, occorre ancora molta ricerca e appare evidente e incontrovertibile la necessità di promuovere la cultura e la conoscenza della medicina genere-specifica per limitare le diseguaglianze in ambito diagnostico-terapeutico e garantire il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione.

 

Si ringrazia per la fattiva collaborazione la dott.ssa Lucrezia Catania.