Le lettere che fanno bene al cuore

di Simone Pancani

Qualche tempo fa è arrivata all’Ordine una lettera scritta su un foglio a righe da scuola elementare con una grafia larga e rotonda, da bambino. Eccola.

Spettabile Ordine dei Medici, spero vogliate accettare questa mia con l’intento di illuminare alcune zone d’ombra della Sanità. Sono molto anziana e malata e vorrei prima di morire avere la certezza che l’operato del mio medico di famiglia sia tale da meritarsi un riconoscimento morale. Il dottore in questione si chiama xxxxxx, è ancora giovane ma si comporta come il medico di altri tempi, coniugando capacità professionali di alto livello con umanità e coscienza, interprete delle problematiche familiari, stessa disponibilità per giovani e anziani, ha un modo di porsi davanti al paziente così rassicurante facendoci sentire meno malati. La mia conclusione è questa: se vado in ospedale muoio prima, se mi curo a casa con il dottor xxxx ho più possibilità di vivere!! Cordiali saluti, Nome e Cognome, paziente”.

Il contenuto di questa lettera, della quale ogni medico vorrebbe probabilmente essere il protagonista, racchiude una miriade di spunti di riflessione che sostanziano l’essenza stessa della nostra professione. Provo a elencarne qualcuno. L’importanza capitale del rapporto medico/paziente, oggi più che mai sodali e “complici” sullo stesso piano nel fronteggiare la malattia. La necessità per una persona anziana e malata di potersi curare a casa, seguita dal medico che verosimilmente la conosce da sempre, lontana per quanto possibile dalla tecnologia fredda e impersonale delle corsie di ospedale. Il bisogno che questa signora ha avvertito di scrivere all’Ordine affinché il “suo” dottore potesse avere il giusto riconoscimento morale al proprio operato. Questo Collega le appare come un medico di altri tempi, probabilmente perché capace di ascoltare, di entrare davvero in sintonia con il paziente e la sua sofferenza, senza limitarsi ai soli aspetti tecnici della situazione: nelle parole dell’anziana signora la celebrazione più bella del concetto antico e oggi tornato in grande spolvero secondo il quale il “tempo di ascolto è tempo di cura”!

Però allora potremmo anche chiederci: noi medici di oggi come appariamo agli occhi dei pazienti, quanto rispondiamo con il nostro lavoro alle loro aspettative?

La speranza ovviamente è di non risultare sempre e comunque perdenti nei confronti degli antichi Colleghi!

E poi quanta tenerezza nelle ultime parole della lettera, quando la signora, dopo essersi firmata con nome e cognome, si qualifica come “paziente”, quasi ad auto classificarsi in una speciale categoria di difficile e dolente inquadramento. Sarebbe bello se di fronte alle lettere larghe di queste pagine senza dubbio sincere qualsiasi medico trovasse la voglia e il tempo di emozionarsi ancora.