UNIVERSALISMO DISEGUALE: UN FATTO, NON UN CONCETTO

Considerazioni e dati sulla crisi attuale del sistema pubblico    

di Bruno Rimoldi

Meglio pubblico o privato? Un dilemma che non dovrebbe esistere da un punto di vista teorico in uno stato democratico a forte partecipazione statale, ma che negli ultimi anni si pone per tutta una serie di problemi, ingravescenti, che stanno toccando il nostro paese dal punto di vista dell’assistenza e della spesa sanitaria.


Due dati per riflettere:
• la spesa sanitaria privata annuale ammonta, nel quadriennio 2013-2016 a 35,2 miliardi di euro (+ 4,2% rispetto al 3,4% della spesa per consumi in generale nel quadriennio precedente);
• Le persone che rinviano e/o rinunciano a prestazioni sanitarie in un anno sono 12,2 milioni (+ 1,2 milioni rispetto all’anno precedente).

Ciò per dire che oggi il fabbisogno sanitario degli italiani non trova piena copertura nell’offerta di servizi e prestazioni del servizio sanitario pubblico. Ciò segue pure la logica del ripristino degli equilibri finanziari delle sanità regionali, che nel periodo 2009-2015 la Corte dei Conti ha quantificato in – 1,1% annuale.
Un raffronto con altre potenze europee ci dice che, in rapporto al Pil, la spesa sanitaria pubblica è:
• in Germania al 9,4%
• in Francia all’8,6%
• in Italia al 6,8%.
Perché questo maggiore ricorso al privato rispetto al pubblico nel nostro paese? Varie sono le cause, ma soprattutto:
• la lunghezza delle liste di attesa che non si risolvono;
• la non omogeneità dei servizi in tutte le zone di residenza: essi mancano o sono qualitativamente inferiori rispetto ad altri.
Chi ci rimette di più? Sicuramente i cittadini a basso reddito, chi ha maggior bisogno di cure, gli anziani e i malati non autosufficienti, coloro che abitano in zone disagiate.
E così diminuisce a vista d’occhio – stando alle statistiche – dei malati cronici in buona salute delle regioni meridionali rispetto a quelli del Centro-Nord.
Il cosiddetto “universalismo” delle speranze in materia di salute pubblica si deve incollare il pesante aggettivo di “disuguale” se si osservano e si calcolano i fatti.
Qualche progresso? Sicuramente i nuovi Lea, il Piano nazionale delle cronicità, il Piano nazionale per la prevenzione vaccinale… Ma non bastano: troppe sono infatti ancora le disparità nelle opportunità di cura nelle varie zone della Penisola.
La Figura 1 mostra le nette diversità della spesa sanitaria privata pro-capite per classi di età (anno 2016).

I dati inizialmente riferiti sulla spesa sanitaria privata non includono quelli per assicurazione sanitaria, mentre includono la spesa per la compartecipazione sanitaria, ovvero i ticket sanitari e quelli per i farmaci che, in termini reali nel 2015 (ultimo dato disponibile) rispetto al 2007 sono aumentati del 53,7% con + 162,2% per il ticket farmaci e + 6,1% per le compartecipazioni per prestazioni sanitarie.
Significativa la Figura 2 in cui si osserva l’aumento cospicuo degli italiani che hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria nell’ultimo anno.
Quella delle liste di attesa sembra essere una prerogativa tutta italiana. Secondo un’indagine Censis del 2017 sono stati 31,6 milioni gli italiani che hanno avuto urgente bisogno di almeno una prestazione sanitaria e a causa di liste di attesa troppo lunghe nel pubblico si sono rivolte al privato. Si possono osservare questi dati, esaminando le Figure 3 e Figura 4.
Quali sono le conseguenze sociali provocate dal finanziamento di una spesa sanitaria privata annuale così ingente, che pesa sulle taschi dei cittadini italiani?
È questo il quesito chiave per capire gli impatti sociali; in concreto, le spese sanitarie che gli italiani affrontano di tasca propria creano un gorgo di difficoltà e disuguaglianze che risucchia milioni di persone e che, a oggi, è troppo poco compreso nella sua meccanica e rilevanza sociale.
In estrema sintesi si rileva che per affrontare spese sanitarie di tasca propria:
• 13 milioni di italiani hanno avuto difficoltà economiche con, ad esempio, una riduzione del tenore di vita;
• 7,8 milioni di italiani hanno dovuto utilizzare tutti i propri risparmi e/o indebitarsi con parenti, amici o presso banche e istituti di credito;
• 1,8 milioni di persone sono entrate nell’area della povertà, dando vita alla cosiddetta fascia dei “saluteimpoveriti”.
Merita infine un occhio di riguardo la considerazione della Figura 5, di cui si valutano le difficoltà economiche in rapporto alle prestazioni sanitarie.
Che ne pensano di questa situazione i diretti interessati? Il 31,8% è convinto che nell’ultimo anno il Servizio Sanitario Nazionale sia peggiorato, il 12,5% che sia migliorato e il 55,7% sia rimasto stabile (come si legge nella fig. 6).
Le Figure 7 e 8 ci riferiscono alcuni dettagli sul problema avvertito dalla popolazione italiana.

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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