Il regalo al medico

Alberto DolaraAlberto Dolara, Nato a Firenze nel 1932. Laurea in Medicina, Firenze 1957. Specializzazione in Cardiologia, 1961. Perfezionamenti: Ospedale Niguarda (Milano), 1968; Hammersmith Hospital (Londra), 1980; NIH (Bethesda-USA), 1983, 1987. Direttore Unità Cardiovascolare, S. Luca-Ospedale Careggi, Firenze, 1979-2002

 

 

L’atto simbolico del regalo (dono) al medico, oggi oscurato da molteplici fattori negativi, può in realtà scaturire dalle nostre emozioni e dai nostri sentimenti verso chi con capacità professionali e amorevoli attenzioni ci prende in cura nell’incontro con la malattia. Lo regola il principio della reciprocità. Un gesto che fa uscire l’individuo da sé stesso, il “valore aggiunto” del dono è indipendente dal suo valore reale.

 

Parole chiave: dono, regalo, medico, Kula, natale, Big Swap

 

In un tempo come quello odierno dominato da rapporti interpersonali molto estesi, ma troppo spesso virtuali e superficiali, l’atto del regalo (dono) ha ancora significato? Se riferito al medico al quale ci affidiamo per consigli e cure risulta oggi oscurato da molteplici fattori: l’impallidire della figura del dottore di famiglia come referente, la super specializzazione per cui il paziente si trova di fronte a una miriade di operatori sanitari, lo sviluppo di una medicina ipertecnologica e burocratizzata che pone in secondo piano il contatto umano e ancora gli episodi di malasanità enfatizzati dai media, i risultati talvolta contraddittori della scienza medica e la pressione economico-commerciale sull’attività sanitaria. 

Nel nostro Paese vi sono anche motivazioni storiche; già nell’era mutualistica e successivamente con l’istituzione del servizio sanitario nazionale il paziente non paga direttamente al medico le prestazioni professionali, che sono finanziate indirettamente dallo stato, mediante le tasse. Il servizio sanitario nazionale viene considerato come un servizio “gratuito” allo stesso modo della scuola e dei servizi pubblici e non sono previsti regali per i ferrovieri o gli insegnanti. Tutto questo fornisce il substrato a una domanda lievemente provocatoria, ma ricorrente: “ma il medico non dovrebbe essere già gratificato dai risultati delle sue prestazioni senza bisogno di regali?”.

L’economia e la logica non tengono tuttavia conto dell’arcipelago delle emozioni e dei sentimenti che sono dentro ognuno di noi nell’incontro con la malattia: timore, speranza, sollievo, gratitudine, vengono naturalmente proiettati verso le persone che con capacità professionali e amorevoli attenzioni ci prendono in cura. Da qui può anche scaturire l’atto del dono (regalo). Personalmente desidero ringraziare i pazienti che mi hanno gratificato e qualche volta commosso con i loro regali durante la mia lunga attività di medico. A mia volta, con vivo piacere, ho contraccambiato la professionalità e le attenzioni dei colleghi ai quali mi sono rivolto come paziente.

Regalo o dono? La parola regalo, di origine recente, proviene dalla lingua spagnola del XVI secolo, ed essendo correntemente usata per ogni evenienza, viene qualche volta riportata in vicende che hanno scarsa o nessuna attinenza con l’etica. Dono è una parola antica, di origine indoeuropea, evoca una qualche sacralità dell’atto, ha una filiazione in donazione, attività benefica e diffusa anche in medicina. Tuttavia, si tratti di regalo o dono, nell’accezione del termine è insito il principio della reciprocità, dell’interscambio senza il quale le conseguenze possono essere negative. Perché i Greci avrebbero dovuto lasciare in dono un cavallo di legno sulla deserta spiaggia di Troia? Il verso virgiliano “Timeo danaos et dona ferentes” trova del resto riscontro nel detto popolare odierno “nessuno regala niente per niente”. Un invito alla prudenza, qualche volta utile nella vita pratica…

Mentre per il valore simbolico-religioso del dono è sufficiente ricordare i doni al Bambino riferiti dal Vangelo, meno conosciuti sono i significati economici e politici. Li ha illustrati Marino Niola, antropologo, in un articolo pubblicato su La Repubblica nel 2015, intitolato Quando il dono diventò la base dell’economia, con due esempi che provengono da attività umane molto diverse tra loro, la Kula degli abitanti delle isole Trobriand dell’oceano Pacifico e il Big Swap degli odierni cittadini degli Stati Uniti. La Kula è stata studiata da Bronislaw Malinowski, un giovane antropologo polacco che si trovava nel 1915 in Australia allo scoppio della I guerra mondiale. Come suddito dell’impero austroungarico, e quindi cittadino di un paese nemico, gli sarebbe toccato l’internamento in un campo, ma riuscì a convincere le autorità australiane a confinarlo nell’arcipelago delle Trobriand, oggi isole Kiriwina, dal quale non c’era pericolo che fuggisse. Questo gli permise di proseguire le sue ricerche sugli usi e i costumi delle tribù di questi atolli corallini che si trovano nel Pacifico occidentale, tra la Nuova Guinea e le isole Salomone. 

Malinowski fu attratto in particolare da un circuito di scambi, denominato appunto Kula: gli indigeni affrontavano traversate oceaniche lunghissime e piene di pericoli a bordo delle loro piroghe per portare agli abitanti di isole lontane doni consistenti in collane e braccialetti di conchiglia. 

Una generosità incomprensibile e un coraggio ai limiti dell’incoscienza, visto che a viaggiare su quelle acque tempestose e infestate di squali era una bigiotteria senza valore. Questi ornamenti da poveri venivano poi a loro volta portati nell’isola più vicina da chi li aveva ricevuti, i quali a loro volta prendevano il mare per andare a farne omaggio agli abitanti di altre terre. Per molti economisti occidentali la Kula, descritta da Malinoski nel suo capolavoro Gli argonauti del Pacifico occidentale, pubblicato nel 1922, rimaneva un rompicapo, non riuscivano a trovare senso in un comportamento tanto irrazionale, senza che vi fosse un guadagno. 

In realtà la ragione di quella fatica, apparentemente inutile, non stava nel valore d’uso degli oggetti, bensì nel loro valore di scambio. Che si fondava soprattutto sulle alleanze e partnership prodotte da quel circuito di reciprocità. Il dono insomma funzionava come un contratto sociale, facendo di tante popolazioni straniere, lontane e potenzialmente nemiche, un vero e proprio sistema. Una federazione che metteva in moto una rete di relazioni sovralocale. Dalla quale non si usciva mai. Infatti i Trobriandesi dicevano con orgoglio che “l’appartenenza al Kula è per sempre”. 

Marino Niola così conclude il suo articolo, commentando la girandola di doni e controdoni che caratterizzano il Natale e che gli americani chiamano Big Swap, il grande scambio. “Si tratta di un messaggio importante anche per quelli che “nessuno ti regala niente per niente… Un circuito cerimoniale che tiene in equilibrio reciprocità e gratuità, generosità e socialità, obbligo e piacere. 

Col risultato di riaffermare il principio dell’utile, ma proiettandolo su un piano più generale, e soprattutto meno egocentrico.

Perché quel che regaliamo oggi ci verrà restituito in qualche modo con gli interessi. E non necessariamente da chi ha ricevuto.
Come dire che il dono è la forma più sottilmente disinteressata del profitto, perché è l’origine stessa del legame sociale, il gesto primario, incondizionato e gratuito che fa uscire l’individuo da sé stesso e lo lega agli altri in una rete che assicura scambio protezione, solidarietà.

E di conseguenza anche guadagno. Non è un caso che le religioni nascano tutte da un dono fatto al dio. E che il dio ricambia. Ecco perché, perfino il nostro Natale consumistico, continua ad essere animato da quell’energia collettiva messa in moto dallo spirito del dono. Che anche se per pochi giorni all’anno, fa di quelle isole che noi siamo un solo arcipelago”.

Sono affermazioni del tutto condivisibili, anche per quanto riguarda il regalo al medico e non credo sia necessario entrare in merito al valore del regalo.

Qualunque sia il suo “valore aggiunto”, risulta già ben dimostrato dalle popolazioni che, a torto, consideriamo primitive.

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