Contro il Taylorismo

 Antonio Panti


Antonio PantiAncora prima che nascessero la “spending review” e i “tagli orizzontali”, gli amministratori del servizio sanitario erano affascinati dalle teorie di Frederick Taylor, un ingegnere americano che rivoluzionò l’industria, convinto che qualsiasi produzione potesse essere realizzata al meglio ottimizzando tempo e efficienza. La migliore organizzazione, secondo Taylor, era quella che consentiva di produrre il maggior numero di beni nel tempo minore, garantendo sì la qualità del prodotto, ma meno la protezione degli addetti. La diminuzione dei costi implica la scomparsa dell’antico artigiano, con i suoi ritmi e il suo rapporto personale col lavoro, travolto dal sistema produttivo di cui diviene un semplice anello. 
È una trappola in cui i medici sono caduti e i cittadini, quando se ne sono accorti, hanno attribuito la colpa ai professionisti, diventati “disumani”, e non all’organizzazione. Ma oggi è così. La cura deve seguire standard produttivi (tot prestazioni/ora) e l’uso dei mezzi informatici si trasforma in format che condizionano il colloquio, ingabbiando la libera narrazione anamnestica in schemi predefiniti. La relazione personale sembra un arcaico sentimentalismo.

Ora però c’è un ritorno alla “medicina narrativa”, cioè alla relazione come base della cura, e alle terapie personalizzate, la “precision medicine”, in cui il vecchio discorso di Osler, che si deve sapere “quale malato ha quella malattia e non quale malattia ha quel malato”, riaffiora attraverso il combinarsi della necessaria flessibilità dell’EBM con l’intreccio dei dati genetici e epigenetici di ognuno. Una correzione importante, che esige tempo - e denaro -, ma che non esaurisce il problema. Il medico non soltanto è il dominus della sickness, definisce chi è malato e quindi portatore di un diritto sociale, ma rappresenta con la sua scienza il ponte tra illness e disease, tra l’ontologia tassonomica della malattia e il vissuto della persona. La società affida ai medici compiti assai impegnativi. La questione si complica alla fine della vita. La medicina non può esorcizzare l’accanimento terapeutico con tecnologie sempre più raffinate, costose e inutili. La fase end stage della vita dovrebbe essere preparata col paziente e con i familiari, con ampio margine di tempo, attraverso l’ascolto, l’empatia, lo stimolo alla resilienza e al coping. La società è matura per affidare al medico la “buona morte”, quanto più possibile serena e scevra da sofferenze. Al medico manca forse la cultura, ma di sicuro non dispone liberamente del suo tempo.
I medici sono pagati dai servizi pubblici non dai singoli pazienti. Perché sono pagati? Ovvio perché sanno operare, effettuare chemioterapie, curare infezioni, vaccinare, fare un’enormità di cose importanti. Ma non sono pagati, almeno sembra, per il tempo che occorre per prendersi cura del malato, per capire di cosa ha bisogno e, soprattutto, per comprendere quando è opportuno o no, per quel particolare malato, intervenire. Quali siano le funzioni o gli scopi reali della medicina e per cosa dovremmo pagare i medici è un problema non del tutto risolto. Le regole del gioco sono incomplete: il medico dichiara che qualcuno è malato e cerca di riparare il danno. Non sempre una vita degna e una buona morte fanno parte delle cure mediche, eppure il medico dovrebbe essere determinante in una medicina intesa in modo più umano e più ampio. Questo è un ruolo più vasto che potrebbe diventare anche troppo vasto. La cura si accompagna alla ricerca di senso, “perché proprio a me”, e siccome la speranza e l’aiuto si chiedono alla medicina la cosa ci riguarda.
Le linee guida servono per la clinica che però si fonda sulla relazione con l’uomo. “Il tempo della comunicazione è tempo di cura” sostiene l’articolo 20 del Codice Deontologico. Cosa aspettiamo a rivendicarlo? I contratti e le convenzioni non rispondono più alle reali esigenze dei cittadini. Non possiamo più misurare il lavoro del medico sulla numerosità delle prestazioni ma dobbiamo ricompensare la sua capacità di prendersi cura di ciascun paziente. Vale la regola di William Baumol: un ciabattino nel Settecento faceva una scarpa al giorno, un moderno operaio ne produce centinaia; ma una sonata di Mozart dura lo stesso tempo allora e oggi. La produttività della medicina dipende dalla tecnica e basti pensare ai laboratori. Ma la relazione umana no, e il rapporto con l’uomo è ancora fondamentale per il risultato delle cure. Ed è ciò che la società chiede ai medici. Non sono più accettabili rapporti di lavoro fondati sulla giustapposizione di mansioni, registri, notifiche, certificati, tutte cose importanti ma che non devono ostacolare il vero scopo della medicina. Taylor e i suoi corifei hanno torto, prima l’uomo poi il sistema.

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