Benzina senza motore

Antonio Panti

 

Antonio Panti

Ogni volta che i medici si incontrano o comunque parlano di se stessi e della loro professione si lamentano e i massa media e la società fanno coro. Troppi cambiamenti, troppa burocrazia, pazienti troppo esigenti, politici incompetenti, amministratori miopi, magistrati ostili, la medicina procede troppo rapidamente e la sanità che vorremmo si allontana sempre di più. C'è molto di vero in questo. Siamo nati e cresciuti nel dogma di un avvenire migliore del presente e ora,in quest'epoca di caotiche trasformazioni, è come se avessimo paura del futuro. Tutte le incredibili invenzioni della tecnica, le scoperte della scienza, l'ingrandirsi continuo dei servizi medici che seduce le élite, professionali, evocano anche il timore di perdere posizioni sociali, di scendere nella scala del benessere, portano a superficie la difficoltà di stare al passo, e finiscono col sostituire la diffidenza, il disagio, la paura alla speranza. Quindi un agitarsi e un protestare dei medici cui tuttavia non seguono azioni coerenti, non si intravede una via d'uscita, non si sente una parola d'ordine nella categoria. Come benzina che scorre, che ha voglia di infiammarsi, cui manca il motore, non c'è un'idea di medico per il duemila. Sono entrato per la prima volta a Santa Maria Nuova nel novembre 1955. Al di la dei ricordi giovanili, fatalmente idealizzati, il mondo era alquanto peggiore, la sanità più misera, la medicina era dotata di strumenti primitivi rispetto a quelli odierni. E intanto il progresso delle conoscenze e delle tecnologie non si arresta, anzi si esalta. Però le differenze non sono solo queste. Da un lato è innegabile l'eccessivo peso di un'amministrazione che rende difficile l'agire quotidiano dei medici, dall'altro un sentirsi sempre sotto pressione, quasi incompresi. Tutto deve esser fatto di gran fretta e bene e questo non è quasi mai possibile. In effetti l'autonomia del medico si è assai ristretta. Nell'epoca dei maggiori successi della medicina l'attore principale di questi, il medico, si sente insoddisfatto del proprio lavoro, incerto sul futuro professionale, quasi alla ricerca di un'identità perduta. Il rischio allora è di rifugiarsi nel ricordo di un passato che non è mai esistito, come se la medicina degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando ho cominciato a studiare, fosse migliore di quella di oggi. E così, nei medici e nella gente, torna la nostalgica rimembranza del vecchio condotto col calesse, del medico amico che si permetteva lunghe visite a casa col bicchierino di rosolio, dell'infermiera devota, del tressette col farmacista. Una sorta di utopia del passato; quando il domani non si annuncia migliore privilegiamo fantasticare sopra un ieri rassicurante. Di fronte a un domani angosciante ci inventiamo un passato migliore. Il futuro non è un posto nel quale ci si reca in gita; è il frutto della vita presente costruita sulle radici del passato comune e cresce nella realtà che ci è data. Tuttavia mai come ora i governanti che dovrebbero disegnare l'avvenire per i governati sono propensi a venir meno alle promesse. Il rapporto tra potere e cittadini si è incrinato. Tutti, governanti e cittadini, sembrano aver perso il controllo sulla globalizzazione del mondo che procede con regole sue che molti criticano ma nessuno riesce a cambiare. È più facile allora rivolgersi alla parte ancestrale di ciascuno e capita che ottengano più successo quelli che in campo sindacale o ordinistico evocano impossibili ritorni a un medico che forse non è neppure mai esistito invece che affrontare razionalmente la realtà dei fatti. Il medico si deve posizionare come l'attore indispensabile del processo di assistenza, il leader naturale del percorso di cura. Il che, nonostante difficoltà o ostilità, è possibile anzi facile. Basta sapere la medicina e riuscire a ascoltare il malato. Certamente bisogna adeguare qualche comportamento, ad esempio rendersi conto per rendere conto di quel che si fa. O pensare come rivalidare la laurea o abituarsi a dire la nostra su questioni nodali per la società quali il prezzo dei farmaci o che fare nel fine vita. Ma recriminare è la soluzione peggiore. Per fortuna i giovani non lo possono fare perché conoscono solo il loro tempo e non hanno ricordi. Ma sanno ragionare sul loro futuro? I vecchi sanno solo parlare del passato, i giovani non lo conoscono. Eppure si potrebbe tenere tutto in una sorta di passaggio di valori. Ancora utopia?

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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