Forgotten men

ANTONIO PANTI


Antonio PantiDovrebbe essere motivo di riflessione la parola d’ordine con cui Donald Trump ha vinto inopinatamente le elezioni americane. Trump non si è rivolto ai poveri o ai diseredati anzi, a giudicare dalla composizione del suo governo, questa non sembra la sua massima preoccupazione. Il candidato Presidente ha parlato alle persone che si sentono dimenticate, trascurate dalla politica, escluse da ogni forma di potere, quelle stesse che fino a qualche tempo prima rappresentavano ceti in ascesa sociale, certi che i propri figli avrebbero avuto un avvenire migliore del loro. Ebbene, questo disagio si è manifestato col voto, diretto contro il potere che si era dimenticato di loro; un voto non per essere governati secondo idee nuove, a favore di un diverso contratto sociale, ma un voto per dire “ci sono anche io” e voglio cacciare tutti e mi affido a qualcuno che agita le mie stesse paure e ne fa una bandiera, qualcuno da cui mi sento riconosciuto.
Ora sembra che tra i medici fluttui una sorta di analogo disagio. La medicina attraversa un periodo di straordinario sviluppo, tanto da essere seguita quasi con sforzo dagli stessi professionisti stretti tra due contrarie pressioni sociali, da un lato dal desiderio di eterna giovinezza, di guarigione da ogni morbo, di immortalità, dall’altro dalle preoccupazioni crescenti nel rapporto coi pazienti, dalla difficoltà di mantenere una relazione umana, altresì sempre più richiesta. La vecchia figura del medico, più umanistica che tecnologica, stenta a ritrovarsi nella crisi del moderno professionalismo. La medicina nasce e si sviluppa come professione libera, caratterizzata da un forte impegno di servizio, da una deontologia stringente, dall’esercizio di una riconosciuta autonomia, da un’assoluta indipendenza di giudizio. Nel ventunesimo secolo questi antichi valori hanno poco spazio. Da un lato trionfa il liberismo finanziario che sconfigge alcune antiche certezze sui limiti della concorrenza, sulle regole che, ad avviso dei medici, servono a tutelare la salute dei cittadini i quali, al contrario, vogliono decidere da soli utilizzando il medico quale mero strumento per soddisfare i loro desideri. Dall’altro i costi enormi della sanità, pubblica o privata che sia, costringono gli amministratori a porre regole ferree all’operato del medico, continuamente costretto a rendicontare il proprio lavoro, e ne erodono progressivamente gli spazi di autonomia.
In questa difficile e complessa situazione le organizzazioni professionali sembrano incapaci di reagire e di esprimere un programma condiviso, di accettare il confronto con le altre professioni sanitarie, di rispondere alle sfide poste dai bisogni dei cittadini. Quando, pochi mesi fa, la Federazione degli Ordini ha detto una parola seria e forte sulla questione dei vaccini, la stampa e il Ministero hanno raccolto e compreso l’appello; i medici in tal modo hanno svolto un ruolo concreto nelle dinamiche sociali. Purtroppo le organizzazioni mediche recriminano soltanto sul bel tempo che fu o chiedono riconoscimenti per legge, quando il medico afferma la sua potestà professionale con i fatti e con i comportamenti.
Altresì è constatazione quotidiana la mancanza di un interlocutore politico, come se la sanità fosse un argomento troppo impegnativo per decisioni di largo respiro. I Governi preferiscono provvedere con piccoli tagli economici, con modeste furbizie che sfuggono ai veri problemi: come mantenere un sistema universale a risorse decrescenti e costi incrementali? La sensazione che colpisce la categoria è come se si considerino i medici quasi un intralcio e mal si sopportino le loro rivendicazioni a favore dei pazienti, spesso in contrasto col necessario controllo di gestione dell’impresa sanitaria, e che si sottovaluti il loro lavoro e il loro sforzo per tenere in piedi un sistema sanitario che non si sa più bene quanto e quale interesse reale provochi in chi dirige la politica e l’economia. I medici subiscono quella stessa carenza di ascolto che viene loro rimproverata dai pazienti. La mancanza di cultura e di rispetto per l’esperienza dei professionisti mina il rapporto tra medici e amministratori; un patrimonio di conoscenze, quello dei medici, che pesa sempre meno sulle decisioni politiche.
Anche il forte ricambio generazionale, il passaggio dai “nativi mutualisti” agli “ipertecnologici millennials”, non sembra aprire spiragli di chiarezza. A prima vista si profila un’accentuazione degli aspetti burocratici, con tutte le conseguenze sulla serenità del lavoro, e una tendenza all’anomia, quasi una simultanea accettazione dei canoni della medicina amministrata e di quella ultraliberista. Ma tutti percepiscono la lontananza della politica e manifestano insofferenza per l’amministrazione. Il rischio è che le reazioni emotive prevalgano sull’esame razionale dei fatti. Un brutto rischio per una professione che si fonda sulla razionalità del sapere scientifico.

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