Quanto è grande la medicina!

Antonio Panti

Un rapido elenco, assai parziale, di notizie apparse sulla stampa negli ultimi tempi. Quanti sono i casi di “Hikomori”, una sorta di autismo da computer che colpisce gli adolescenti? I “big data”, estratti dalla rilevazione informatica delle nostre azioni quotidiane, quanto possono prevedere, attraverso algoritmi comportamentali, i nostri gusti a fini commerciali o, chissà, le nostre trasgressioni, realizzando la profezia di “Minority report”? Il reggiseno smart mostrerà con anticipo un possibile tumore del seno, informandone la paziente prima del medico? La tecnologia Crispr, già testata in Cina, sarà in grado di curare le malattie tagliando e cucendo il DNA come un qualsiasi ago da sarta, aprendo la strada per incidere sul patrimonio genico trasmissibile? Altre novità nascono, come in passato, da diverse imprese umane, specialmente militari. Il potenziamento del combattente (già proponibile in medicina) produce gli occhiali Google, le molteplici forme di enhancement, il progetto TALOS (Tactical Assault Light Operator Suite), che consente performances al di là dei limiti biologici e possibilità impensabili di sopravvivenza.
Che cosa lega tutto ciò alla medicina? La scienza moderna ha imparato a pensare in termini di convergenza tecnologica (nanotecnologie, biotecnologie, ICT, scienze cognitive, genetica). Così si possono affrontare moltissime patologie, ma ciò non rappresenta soltanto l’estensione scientifica e tecnologica della medicina all’interno dei suoi compiti tradizionali; i confini della medicina si stanno dilatando enormemente, dalla cura, l’agire con mezzi artificiali sul decorso naturale della malattia, al potenziamento dell’uomo. La “Dichiarazione transumanista” del 1998 sostiene che “in futuro l’umanità sarà radicalmente cambiata dalla tecnologia… riprogettando la condizione umana, inclusi parametri quali l’invecchiamento, i limiti dell’intelletto, il controllo degli stati emotivi, la sofferenza e la prigionia sul pianeta Terra. “I transumanisti sostengono che è “un diritto morale usare la tecnologia per ampliare le capacità fisiche e mentali dell’uomo”.
Il potenziamento umano è un termine ambiguo che, secondo il Comitato Nazionale di Bioetica, “dovrebbe comprendere il tentativo, temporaneo o permanente, di superare i limiti del corpo umano con mezzi naturali o artificiali mediante l’uso di tecniche per selezionare o modificare attitudini o caratteristiche con fini non terapeutici”. Vengono alla mente due questioni gigantesche: che cosa è la salute? Che cosa è l’individuo? In questo quadro vi sono responsabilità sia personali, di chi fa uso di queste tecniche, sia sociali, per definirne limiti di accettabilità e sostenibilità, sia mediche, perché è il medico che consente questi risultati mediante la sua opera. Se il potenziamento è l’uso intenzionale di conoscenze e tecnologie biomediche per interventi sul corpo umano al fine di migliorarne il normale funzionamento, è evidente che il medico ha un ruolo determinante. Ma le questioni sono ancora più complesse. Parliamo del potenziamento di funzioni esistenti o di creazione della nuove capacità organiche o mentali? Ciò che viene potenziato è trasmissibile ai discendenti? Agiamo all’interno della cosiddetta normalità statistica o innalziamo al di là della gaussiana le prestazioni di alcuni o di una popolazione? Tutto ciò mette in discussione i compiti secolari della medicina, il concetto stesso di malattia e quello di normalità. Il Report del Council on Bioethics “Beyond therapy” avverte che la biotecnologia sta aprendo la possibilità di cambiare la condizione umana intervenendo sul patrimonio genetico del nascituro (better children); consentendo prestazioni fisiche e mentali superori (superior performances); prolungando la vita (ageless bodies); eliminando le sofferenze emotive (happy souls).
Le applicazioni sono infinite, ma comunque interferiscono con la prassi medica che ha sempre pensato di rispecchiare l’ordine naturale delle cose. Ciò corrisponde a una nuova domanda di salute o, meglio, a un nuovo concetto di ciò che si può chiedere alla medicina. Oggi è accettato il modello biopsicosociale di malattia che tenta la sintesi di psiche e corpo, di genetica ed epigenetica. La medicina personalizzata rappresenta un rinnovato approccio olistico e relazionale. Così il concetto di salute coinvolge il punto di vista medico di oggettività scientifica (disease), quello della soggettività del paziente (illness), quello pubblico di interesse della collettività e di riconoscimento del ruolo di malato (sickness). All’ontologia nomotetica della patologia corrisponde la biografia della clinica e la costruzione sociale della malattia.
Sembra però che non siano più del tutto chiari gli scopi della medicina e che non sia più sostenibile che la salute sia un problema esclusivamente medico. Altresì non è possibile rinunciare all’idea che il fine della medicina sia la cura e il prendersi cura del paziente. Insomma il potenziamento richiede un nuovo statuto della medicina? L’intervento sul corpo modifica l’identità della persona? La medicina può divenire veicolo d’accesso ai benefici promessi dalle tecniche? E cosa pensare della medicina come strumento non più meramente terapeutico ma di perfezionamento della natura umana? Dobbiamo ridisegnare una medicina al servizio delle biotecnologie? Si ripropone il dilemma dei fini buoni della medicina.
Difficile concludere. Forse occorre una visione legata sempre ai valori di aiuto e di relazione propri della professione ma che, nello stesso tempo, sappia affrontare una dimensione etica più ampia per il singolo e la collettività. Forse, nella drammatica discrepanza fra il travolgente progresso tecnologico e culturale e la costante biologica che condiziona i comportamenti dell’uomo, la medicina potrebbe favorire un’abbreviata pressione selettiva che, utilizzando le conoscenze scientifiche accumulate nell’evoluzione culturale, giunga a migliorare la natura umana.

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