La postmedicina

Antonio Panti

Antonio PantiViviamo un’epoca di transizione; il vecchio mondo scompare e il nuovo non è ancora abbozzato. Da qualche decennio si parla di “postmodernità”, una condizione culturale conseguente alla crisi della modernità nelle società occidentali a causa della dimensione planetaria dell’economia e dei mercati: un’epoca dominata dal disincanto dopo il fallimento delle utopie del ventesimo secolo, un mondo senza finalità apparenti, confuso da una polifonia di voci discordi e da flussi indecifrabili di dati. Nella conseguente crisi delle istituzioni, incapaci di dominare la finanza globale, emerge quella che alcuni politologi chiamano “postdemocrazia”. L’intreccio tra le grandi multinazionali e i mass media sembra svuotare la prassi democratica, in difficoltà di rappresentanza, e i diversi populismi spesso sfociano in oligarchie in cui si spezza il legame tra ideologia e voto. E allora nel mondo si affaccia la “post-verità”, in cui paure, diffidenze, sospetti, aggressività latenti, rendono irrilevante l’esposizione dei fatti e prevalente la narrazione emotiva e la convinzione personale, il pregiudizio.
Forse il mondo ha fatto indigestione di razionalità o forse mantenere le conquiste sociali e difendere i diritti costa troppo sacrificio, ma è come se l’irrazionale avesse preso il sopravvento. Più abbiamo bisogno di riflettere per comprendere quel che ci accade intorno, più il mondo va in fretta e non ci si riesce ad abituare al fatto che la molteplicità delle voci, delle necessità, delle culture, delle idee è la condizione che ci tocca vivere. La crisi della modernità sta tutta nell’incapacità di accettare la polifonia dei valori o almeno di farsene una ragione.
In questa straordinaria epoca la medicina, che è una prassi che si svolge in un mondo di valori e si avvale di molteplici scienze, di per sé dovrebbe passare indenne. Tuttavia la crisi sottende due fattori che incidono sul ruolo del medico. Da un lato la post-modernità significa la rottura di ogni rapporto gerarchico, il che mette in discussione il ruolo del medico quale gestore professionale della salute e della malattia; dall’altro, quella che chiamiamo post-verità indebolisce anzi sconfessa gli esperti, guardati con diffidenza e sostituiti dal consenso della “rete”. Questa difficoltà generale si innesta sulla contemporanea crisi delle professioni libere. Queste si affermano come ideale di servizio al cittadino da parte di gruppi di persone che posseggono uno specifico sapere e perseguono una deontologia vocazionale di altruismo e che, infine, operano in autonomia di giudizio. Una terza logica, rispetto a quella di mercato o a quella burocratica, che l’evoluzione della società sta cancellando.
Infatti la logica liberista valuta il professionista come un’impresa individuale all’interno di un mercato in cui valgono solo le regole della libera concorrenza e il valore riconosciuto non è il servizio agli altri ma il successo economico; al contrario, nel servizio sanitario, costruzione costosissima e complessa, si afferma la logica amministrativa del controllo sulla spesa e sui risultati del professionista, che così vede progressivamente diminuire la propria autonomia. Tutto ciò accade mentre le “converging technologies” indirizzano la medicina verso il superamento dei limiti biologici dell’uomo e la “medicina personalizzata” non è soltanto l’empatica relazione con l’uomo (che sostiene la massima parte dell’essere medico) ma la stella polare della moderna terapia dai costi talmente ingenti da porre in crisi il concetto di uguaglianza di fronte alla malattia.
Viviamo nell’epoca “post” e non sappiamo bene cosa ci aspetta. L’epoca della “post-medicina”. Infinita è l’elencazione dei problemi: il decrescere degli investimenti in sanità; l’aumento dei determinanti sociali delle malattie; l’eccesso di aspettative e di delusioni nella medicina che provoca sovra-diagnosi e sovra-trattamento; la medicalizzazione della vita e della morte; l’incertezza nella pratica clinica che causa l’eccessiva variabilità delle cure e la difficoltà di essere “appropriati”; il condizionamento dell’industria chimica e il conseguente conflitto di interesse; l’enfasi sull’ospedale rispetto alle cure primarie; l’accento sulla cura delle malattie piuttosto che sulla produzione di salute; gli sprechi e le disuguaglianze. Un complesso di questioni del presente mentre il futuro esplode con le sue continue innovazioni.
Come sarà la medicina fra trent’anni? Possiamo salvare questa professione? Prevarrà la medicina burocratica o quella mercantile? Mai come oggi occorre star saldi nell’uso della ragione. Forse la medicina, come un tempo è stata costruita, deve essere ripensata, purché alla luce della razionalità. I valori di fondo possono ancora sostenere l’urto della crisi economica e sociale che affligge il mondo. Tenere saldi i principi che ispirano i servizi sanitari può contribuire a superare un’epoca di crisi e a non esserne travolti.

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