Le due culture

Antonio Panti

Antonio PantiQualche decennio or sono il libro di Percy Snow dal titolo “Le due culture” aprì una accesa discussione sulla necessità di conciliare la cultura scientifica con quella umanistica. Una questione ancora viva, un dilemma che si affaccia tuttora nella medicina moderna, stretta tra il riduzionismo tecnologico, che ha portato ai grandi trionfi dell’arte medica, e quella parola, “arte”, che ancora oggi dipinge bene l’agire del medico, una prassi che si avvale di scienze e che opera in un mondo di valori. Donde la medicina narrativa e il ritorno della relazione umana come base di quella pragmatica che chiamiamo “scienza medica”, spesso tuttavia avendo idee differenti.
La domanda è se sia possibile far convivere la cultura specialistica, tecnologica, innovativa ed estremamente costosa, volta ora anche al superamento dei limiti biologici dell’uomo, con la cultura della medicina generale, olistica e diacronica, volta all’individuo, alla famiglia e alla collettività, più povera e socialmente inclusiva. Prima di rispondere occorre precisare il ruolo e i fini della medicina generale nell’attuale contesto storico e scientifico. Ovvero, che cosa vogliamo far convivere? Perché, a parole, vi è accordo sul significato e sul ruolo della medicina generale ma, mentre lo specialismo si mostra per quello che è attraverso le continue innovazioni, non altrettanto può dirsi della medicina generale e, come spesso accade, se non troviamo un comune terreno linguistico, tutti auspichiamo, tutti discettiamo, ma il fine non è chiaro.
In America si parla moltissimo di medicina generale, ma intanto Trump è tornato indietro verso una sanità sempre meno preventivista e olistica, in Inghilterra, laddove la medicina generale è nata, ora il NHS è in difficoltà e stravolge proprio il ruolo dei general practitioners, in Europa convivono moltissime soluzioni e, infine, in Italia si va dal modello toscano, avanzato ma a metà del guado e lì fermo da troppo tempo, a quello lombardo, che smonta la medicina generale con ciò, ipso facto, specializzandola. Ciò accade perché la vera questione è a monte: cosa ci si attende dalla sanità, cioè dall’organizzazione delle cure mediche? In Italia si discute poco di sanità; non vi è partito che non voglia mantenere il servizio sanitario pubblico. Prendiamo per buona questa affermazione, anche se poco realistica perché i rimedi proposti rivelano concezioni troppo diverse, e diamo per scontata l’idea che le due culture debbano comunque convivere all’interno di un sistema che garantisca l’universalità della tutela del diritto alla salute e l’uguaglianza delle prestazioni.
Si torna all’assunto iniziale. Il fine della medicina è la tutela della salute, il mezzo è la serenità e il riconoscimento sociale di tutti i professionisti della sanità. Per quanto attiene ai servizi specialistici, fondamentalmente ospedalieri, è ovvio lo sforzo per coniugarne l’appropriatezza con il controllo della spesa. Sembra prevalere un problema di giustizia. Assai meno chiaro appare il ruolo della medicina generale nel sistema sanità. Si ha l’impressione che molti pensino a un ruolo ancillare che non solo è errato ma del tutto inutile. Dovrebbe essere facile, definita la mela, descriverne le due metà, ma non è così. E allora nascono varie soluzioni che confondono le idee e che corrispondono a concrete divergenze fra gli stessi medici generali.
Il dibattito è aperto ma la soluzione esiste. La medicina generale deve articolarsi in presidi territoriali con precise funzioni proprie. Il medico generale isolato non può più essere ammesso. Nel presidio, opera un team multifuzionale che risponde alle esigenze del territorio, escluse quelle che non possono essere trattate altro che in ospedale. Il team affronta le problematiche del Chronic Care Model  e della medicina di iniziativa; inoltre i professionisti, compresi gli infermieri e le professionalità presenti, coprono diverse esigenze: dalla formazione alla ricerca, dall’ecografia alla stewardship per gli antibiotici, dai medici sentinella per l’ambiente alla lotta alle dipendenze e così via. Un presidio polimorfo che risponde a complesse esigenze e non solo a una di queste. Esattamente il contrario del modello lombardo. Però tutti i professionisti impegnati nel presidio territoriale (casa della salute, AFT che dir si voglia) prestano la massima attenzione alla relazione umana, sono medici dell’ascolto prima che professionisti dell’azione. Ugualmente tutti sono impegnati nella tutela della salute della comunità: dai vaccini ai rischi ambientali, il diritto dell’individuo e l’interesse della collettività sono inscindibili. Su questa base teorica dovrebbe svilupparsi la riflessione degli stessi medici generali.
Non vi sono alternative. Altrimenti la medicina generale potrebbe soccombere ai costi dello specialismo o di fronte a modelli meno onerosi, affidati ad altro personale o al di fuori del servizio pubblico.

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

Invia un articolo

INVIA UN ARTICOLO

Scarica PDFSCARICA LA VERSIONE PDF DEI BOLLETTINI MENSILI

CERCA ARTICOLI

newsACCEDI AL NOTIZIARIO

Il nostro sito utilizza i cookies per offrirti un servizio migliore.

Se vuoi saperne di più o avere istruzioni dettagliate su come disabilitare l'uso dei cookies puoi leggere l'informativa estesa

Cliccando in un punto qualsiasi dello schermo, effettuando un’azione di scroll o cliccando su Accetto, presti il consenso all’uso di tutti i cookies.