Messaggio in una bottiglia

di Antonio Panti

PantiIl paziente giunse in ospedale, una piccola avveniristica costruzione, più simile a un resort di lusso, e un tecnico lo indirizzò al posto assegnato dalla consolle di comando. I robot di servizio iniziarono subito ad attuare il piano personalizzato mentre il chiosco mobile per gli accertamenti cominciò a darsi da fare; i servizi di imaging erano già tutti robotizzati e l’HS (health smartphone) dell’infermiere riceveva i dati per trattarli sulla base di app. Al centro operativo, in una stanza lontana, il medico seguiva il tutto applicando le ultime linee guida ministeriali appena giunte sul suo personal. Anche i pazienti chirurgici restavano ricoverati poco tempo; il medico poteva seguirli a domicilio mediante un sistema di connessioni che sfornavano a getto continuo dati assemblati dalla piattaforma informatica secondo precisi algoritmi. L’infermiere domiciliare consultava il medico al bisogno perché gli stessi algoritmi dirigevano il paziente bloccando il sistema in caso di pericolo e dettando le modifiche previste della terapia. Insomma il libero mercato coniugato con l’innovazione tecnologica aveva risolto il maggior problema della medicina moderna, l’assistenza ai cronici, mediante la sorveglianza continua consentita dalla medicina virtuale. Già oggi tutto può essere connesso e letto in remoto, ma se questo è il futuro che ci attende quale professionista servirà, un medico o uno specialista in burocrazia? Dovrebbe essere utile un medico il quale, tuttavia, dovrà essere più esperto nella relazione umana oppure nella gestione dei dati? Agirà, il medico, nell’interesse del paziente oppure nell’interesse dell’azienda o tenterà di sdoppiarsi in questa duplice veste? E quanti medici serviranno?
Più o meno il quadro descritto si realizzerà entro pochi anni. Compreso il potenziamento delle funzioni biologiche per cui ai medici sarà chiesto di intervenire per migliorare le capacità dell’uomo. Che ne sarà allora della conoscenza dell’uomo, delle sue passioni, delle sue emozioni, del suo vissuto individuale, di quell’essere unico che è ogni persona e che tuttora rappresenta lo specifico campo della medicina? Che è nata per rispondere alla sofferenza e non può mai essere virtuale né, credo, affrontabile con un algoritmo o con qualche battuta su Facebook. Non è facile resistere alla marcia trionfante della tecnica. Ma se questa scelta, tra un professionista della virtualità e un esperto dell’uomo, si pone davvero, allora molto si gioca, qualora volessimo mantenere il ruolo sociale della medicina al servizio dell’uomo, sull’indipendenza del medico, sulla sua libertà, che non è anarchia ma riproposizione del difficile quesito tra il bene del paziente e le esigenze della comunità. In buona sostanza come usare le risorse disponibili dal momento che una medicina selettiva per censo non è credibile?
E c’è un secondo problema: di quanti medici ci sarà bisogno? Non è facile rispondere anche perché dovremmo prevedere quale sarà la capacità di resilienza dei servizi sanitari e basti pensare a come è difficile per Trump eliminare l’Obamacare. Quale politica, per quanto dipendente dalle multinazionali, sarà capace di abbassare oltre un certo limite i livelli assistenziali? E poi si guadagna sulla malattia non sulla prevenzione. Tuttavia il problema esiste. È indubbio che, in questo enorme riassestamento tecnologico della sanità, i medici dovrebbero essere in minor numero, più competenti e capaci di coniugare professione e gestione; però resterà sempre un ambito libero dalla virtualità digitale e risolvibile solo mediante l’esercizio dell’intelligenza umana.
Lo spazio operativo più importante del medico rimane la relazione umana. Nonostante il fascino della tecnica che, è vero, consente ai medici oggi di avere chances enormi rispetto ai nostri antenati, l’uomo quando è malato ha bisogno del rapporto con l’uomo. E questa è la grande forza della medicina per cui è necessario in ogni occasione riaffermare l’orgoglio di essere medici e rilanciare l’unità della categoria. L’indipendenza del medico è la maggior garanzia per la tutela della salute e l’appello all’unità si sostanzia nella capacità di abbandonare i personalismi ottusi. Gli Ordini dovrebbero avere il fondamentale compito di tutelare la professione attraverso la collegialità. Auguriamoci un futuro unitario per l’indipendenza della medicina. Questo è il messaggio nella bottiglia per le prossime generazioni.

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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