Uomini e donne uguali? Forse anche no

di Teresita Mazzei

Il “Dizionario della Lingua Italiana” di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli a pagina 841 riporta la definizione del termine “genere”, avvertendo all’inizio del paragrafo che si tratta di “nozione comprensiva di più speci”. Alla ricerca pertanto tra le dotte spiegazioni di quello che maggiormente si avvicina ai nostri interessi, leggiamo che il genere può essere “il complesso  dei caratteri essenziali e distintivi di una categoria”, oppure anche “ciascuna delle varie forme di espressione artistica secondo i canoni della tradizione (ad esempio il genere epico o quello strumentale) o ancora una “categoria grammaticale che, secondo le lingue, contrappone un genere animato e uno inanimato, oppure un genere maschile, uno femminile e uno neutro (come il tedesco), oppure uno maschile e uno femminile soltanto (come l’italiano)”. Però i guardiani della nostra ortodossia linguistica ci dicono che genere può significare anche “nella sistematica zoologica e botanica un raggruppamento, superiore alla specie e inferiore alla famiglia, comprendente specie tra loro affini per determinati caratteri”.
Lasciando perdere le definizioni grammaticali e le sistematizzazioni zoologico-botaniche, all’interno delle quali appare oggettivamente difficile posizionare (appunto!) il genere umano, fermiamoci un attimo a pensare a quanto, in tempi relativamente moderni, sia cambiato il punto di osservazione medica degli uomini, delle donne e della loro condizione di malattia.
Fino a poco tempo fa probabilmente solo a pochi era venuto in mente che i grandi trial della letteratura internazionale, quelli cioè capaci di influenzare la nostra attività di diagnosi e cura con un dubbio passaggio tra una teoria a dir poco artefatta e una pratica quotidiana popolata da persone vere in carne e ossa, erano stati in realtà costruiti su coorti omogenee di pazienti, nella fattispecie quasi sempre di sesso maschile, ordinatamente divisi in ben definite classi di età.
E con altrettanta probabilità pochi si saranno fermati a riflettere sul fatto che alcune situazioni e alcune malattie inevitabilmente si ritrovano solo nelle donne o, a seconda, negli uomini come dimostra l’ovvia constatazione che la gravidanza, il parto e le loro eventuali complicazioni non possono che essere prerogativa delle prime, mentre il cancro della prostata non può che affliggere soltanto i secondi.
Il progredire delle conoscenze, quella tumultuosa ondata di sapere e saperi che ha dato piena dignità a quella che oggi comunemente si chiama “Medicina di genere”, ha costretto i medici a confrontarsi con una realtà fino a ora ben poco conosciuta, anche a causa di una sostanziale assenza di queste tematiche all’interno di qualunque processo di formazione accademica e professionale. I medici però si sono velocemente adeguati a questi nuovi e stimolanti scenari e hanno iniziato a studiare la materia nei differenti ambiti specialistici arrivando a conclusioni talvolta veramente significative.
Regioni concettualmente predisposte alla novità (vedi non a caso la Toscana), hanno fornito il proprio apporto amministrativo e legislativo e proprio nella nostra Regione la Delibera n. 144 del 24/2/2014 ha sancito la nascita del Centro regionale di coordinamento della Salute e Medicina di Genere, successivamente entrato a fare parte delle strutture del Governo clinico regionale. A oggi il Centro, tramite l’articolazione garantita da specifiche strutture attivate a livello aziendale, “rappresenta il necessario strumento di raccordo e integrazione delle azioni e delle iniziative poste in essere ... per lo sviluppo di una rete multidisciplinare e multiprofessionale integrata, al fine di promuovere e garantire percorsi di presa in carico della persona che tengano conto della differenza di genere, oltre a definire percorsi di sensibilizzazione e formazione degli operatori sanitari verso il determinante genere” (Medicina di Genere Newsletter, gennaio 2017).
L’inevitabile evoluzione del concetto di differenza di genere ha poi travalicato i limiti strettamente medici dell’anatomia, della fisiologia e della risposta alla malattia di uomini e donne, per andare a interessare sociologia, antropologia, filosofia, cultura in senso più ampio e articolato.
Ecco allora che siamo venuti a sapere che complessivamente le donne vivono più degli uomini (l’aspettativa di vita in Toscana è di 85 anni per le prime, 80 per i secondi) però passano l’ultima parte della vita in condizioni di salute e socio-economiche non proprio ottimali.
Le donne inoltre in numero molto maggiore rispetto agli uomini svolgono la funzione di caregiver, con evidente impossibilità a realizzarsi in lavori extradomestici e a questo si può associare la necessità di stare lontane dal lavoro durante la gravidanza e per la successiva cura dei figli piccoli. Simili situazioni possono generare stress, stati di ansia e anche una maggiore incidenza di malattie cardiovascolari che ben rappresentano un paradigma della caratterizzazione dei generi di cui stiamo parlando.
Ancora. I dati complessivi relativi, ad esempio, a incidenza di alcune malattie, abitudine al fumo e alcool, pratica di attività sportive, episodi di violenza sia in ambito lavorativo che al di fuori, salari e opportunità di carriera, alimentazione e disturbi del comportamento alimentare, cronicità, cambiamenti socio-demografici, riportano un quadro segnato da differenze più o meno profonde, comunque sempre facilmente evidenziabili.
Come medici non possiamo assolutamente trascurare questi aspetti del moderno vivere civile, ricordandoci sempre di valorizzare al massimo la funzione sociale della nostra professione.

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