Violenza sui medici

La violenza sui medici e la cronaca nera: riusciremo a cambiare qualcosa?

di Teresita Mazzei

Racconta un Collega che quando “faceva la Guardia medica” qualche anno fa in una postazione del Chianti fiorentino una notte fu chiamato per una visita in una casa in cima a una collina, al termine di una strada sterrata immersa nel bosco.

Al momento di salire in macchina per tornare in sede (una gloriosa Panda dell’allora USL locale!) la padrona di casa gli disse: “Mi raccomando dottore, passando per il bosco faccia attenzione ai cinghiali, ce ne sono tanti a giro con i piccoli; se li dovesse incontrare si fermi e li faccia passare, vedrà che dovrebbe andare tutto bene!” è facile pensare quanto quel condizionale del verbo “dovere” abbia accompagnato il notturno viaggio solitario del povero dottore, chiuso nella scassata utilitaria e verosimilmente circondato da creature della notte più o meno in agguato. 

Lo stesso evidentemente poco fortunato Collega raccontava poi che durante un’altra notte di guardia nella medesima località, alla ricerca di una colonica isolata per una visita, si era improvvisamente trovato perso in mezzo a una uliveta senza avere la minima idea di dove fosse andato a finire: in assenza di navigatori e Google maps, trovare con la fida Pandina la via di casa fu impresa non da poco.

Certo i ponti hanno visto passare tanta acqua e le disavventure agresti narrate fanno sorridere al confronto con quello che molti medici devono affrontare oggi sul proprio luogo di lavoro.

Come se non bastassero infatti le centomila difficoltà di tutti i tipi che affliggono la categoria, i medici sempre più spesso diventano loro malgrado protagonisti di sconcertanti episodi di “nera”, spesso insieme ai professionisti che con loro lavorano a stretto contatto (vedasi le aggressioni al personale dei Pronto Soccorso o agli equipaggi del 118; la recente morte del medico legale ucciso da un proprio paziente).

Senza dubbio l’attuale quotidianità delle aggressioni agli operatori sanitari ha raggiunto livelli a dire poco preoccupanti, però il fenomeno era conosciuto già diversi anni fa. Non per niente una Raccomandazione ministeriale datata 2007 aveva codificato quelle che potevano diventare potenziali situazioni di rischio tra le quali, leggendo in ordine sparso, troviamo “l’aumento di pazienti con disturbi psichiatrici acuti e cronici dimessi dalle strutture ospedaliere o residenziali”, “l’accesso senza restrizione di visitatori presso ospedali e strutture ambulatoriali”, “la mancanza di formazione del personale nel riconoscimento e controllo dei comportamenti ostili e aggressivi”, “le lunghe attese nelle zone di emergenza o nelle aree cliniche, con possibilità di favorire nei pazienti o accompagnatori uno stato di frustrazione per l’impossibilità di ottenere subito le prestazioni richieste”.

Cercare di affrontare e possibilmente risolvere anche solo alcune delle condizioni adesso ricordate appare oggettivamente cosa di non facile esecuzione, in particolare quando si debbano gestire situazioni strutturalmente complesse quali, ad esempio, l’enorme problema del sovraffollamento dei DEA e la mancanza cronica di personale.

Tra l’altro non dobbiamo dimenticare che al momento ben pochi sono i dati disponibili a livello internazionale per cercare di disegnare i confini epidemiologici della violenza sul luogo di lavoro, fenomeno che già nel 2002 l’OMS considerava un importante problema di salute pubblica.

Per questo di particolare interesse sono i risultati emersi dal recente questionario on line che la FNOMCeO ha dedicato a questo argomento e al quale la Toscana ha fornito un contributo statisticamente rilevante. Sono arrivate risposte da circa 5000 professionisti (medici, infermieri, ostetriche, odontoiatri, per la maggior parte di sesso femminile) che nel 50% dei casi hanno subito aggressioni verbali durante l’ultimo anno, mentre il 4% riferisce di avere subito anche violenza fisica. Più del 56% degli intervistati ritiene che l’evento avrebbe potuto essere previsto, anche se ben il 78% ignora se nel proprio ambito di lavoro siano attive procedure specifiche per contrastare il fenomeno. Molti operatori sanitari dichiarano di non sentirsi sicuri (38%) e più del 46% è seriamente preoccupato dalla possibilità di venire aggredito durante il lavoro.

Un dato ulteriore emerso dal questionario che non può che allarmare, come ha sottolineato anche il Presidente della FNOMCeO Anelli, è la diffusa sensazione di impotenza e rassegnazione che si registra in molte risposte: il 48% di coloro che sono stati aggrediti verbalmente considera “abituale” l’accaduto e il 12% addirittura “inevitabile”, mentre in presenza di violenza fisica l’evento era “inevitabile” per il 16% degli intervistati e “abituale” per il 42%.

Simili percentuali di risposte giustificano lo scarso ricorso alla denuncia alle autorità e una sempre più preoccupante condizione di demotivazione da parte di chi ha subito aggressioni di qualsiasi tipo, soprattutto in assenza di efficaci manovre di contenimento del fenomeno.

La questione va evidentemente affrontata a livello politico e per questo non possono che essere valutati positivamente i tentativi che si stanno adesso cercando di concretizzare in termini di progetti di legge di iniziativa parlamentare e governativa: mandare i medici di guardia medica a fare le visite domiciliari con la “scorta” dei volontari della peraltro benemerita Associazione Nazionale Alpini come è stato fatto in alcune ASL non appare infatti strada ubiquitariamente perseguibile!

Gli Ordini dei medici in questo scenario devono continuare a rivestire un ruolo di capitale importanza e i tre milioni di euro stanziati dalla Federazione Nazionale destinati, tra l’altro, anche al finanziamento delle iniziative delle singole realtà locali ne sono la concreta rappresentazione, insieme al Corso FAD specificamente destinato alle tematiche della violenza contro i medici.

20 maggio 2017, a Firenze presso l’Ospedale di San Giovanni di Dio su iniziativa dell’Ordine si parlava di questi argomenti: il titolo del Convegno strillava “Rischiare la vita curando: basta!”. Ancora oggi l’impegno continua.