La pietà dei medici

La pietà si addice ai medici?

 DI TERESITA MAZZEI

Dalla cronaca recente leggiamo che in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario il Procuratore Generale di Torino, da uomo di legge, ha pronunciato una frase di eccezionale intensità riferendosi alla ormai celebre “questione migranti”: “la pietà è morta, almeno quella declinata nel suo senso laico”.

Altrettanto recentemente “L’Espresso”, affrontando temi completamente diversi, ha dedicato diverse pagine alla questione del fine vita, prendendo spunto dalla ricorrenza dei dieci anni della morte di Eluana Englaro avvenuta il 9 febbraio 2009. In un articolo intitolato “Quella sera nel Palazzo morì anche la pietà” si ripercorrono i drammatici momenti di lite, insulti e rabbia che caratterizzarono l’aula del Senato alla notizia della morte della ragazza in stato vegetativo da 17 anni.

In entrambi questi esempi l’attenzione di chi legge viene immediatamente e inesorabilmente attratta dalla parola “pietà”. Si tratta di un vocabolo che tutti impieghiamo con grande frequenza e in moltissimi contesti, da quelli più elevati a quelli di più immediata e generale comprensione, del tipo “questo film fa veramente pietà!”.

Eppure probabilmente molti di noi non si soffermano sul reale significato della parola e, se richiesti di darne una definizione quanto più precisa possibile, verosimilmente si troverebbero in notevole difficoltà.

Allora torniamo studenti e andiamo con umiltà a cercare sui libri.

L’Enciclopedia Treccani fornisce le seguenti definizioni della parola “pietà”: “sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e di solidarietà che si prova nei confronti di chi soffre”, “la disposizione a sentirsi solidali con chi soffre”, “disposizione dell’animo a sentire affetto e devozione verso i genitori, verso la patria, verso Dio e a operare di conseguenza o, più in generale, rispetto reverenziale per ciò che è considerato sacro” (con significato più vicino a quello originario del latino pietas), “devozione religiosa”.

In aggiunta “pietà” può descrivere anche “nell’iconografia cristiana l’immagine, dipinta o scolpita, della Madonna che tiene in grembo Cristo morto” (vedi la celeberrima Pietà di Michelangelo) o addirittura, in araldica, riferirsi alla “denominazione dei nati del pellicano, di solito tre, che esso nutre nel nido con il suo sangue aprendosi il petto con il becco”.

Indipendentemente dalle religioni e delle ideologie alle quali ognuno di noi fa riferimento, appare ovvio che il concetto di “pietà” (cosa ben diversa, badiamo bene, dal più ambiguo e sfuggente pietismo) si lega strettamente all’operato del medico, permeandone necessariamente comportamenti ed attitudini.

Credo pertanto che siano assolutamente da condividere le parole del Presidente della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) Anelli quando descrive la pietà dei medici come il riconoscimento nell’altro della comune natura umana, del comune sentire e dei comuni diritti, fondamento imprescindibile dell’attività di cura e assistenza da riservare a qualsiasi persona, senza discriminazione alcuna, nell’esercizio sempre autonomo e indipendente della professione.

In tempi di grande confusione e incertezze, di urla e prevaricazioni, al di là dei proclami e degli schieramenti di qualsiasi parte, credo che ogni medico non dovrebbe dimenticarsi di coltivare con cura il proprio personale concetto di pietà, adattandolo al proprio lavoro e modellandolo sui dettami della nostra Deontologia nell’interesse precipuo di chi sta soffrendo e chiede il nostro aiuto. Da sempre, con i dovuti adattamenti alle differenti realtà storiche, i medici fanno questo.

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