Un problema mondiale: la pretesa sconfitta delle malattie infettive 
e l’antibiotico-resistenza

Elisabetta Alti Medico di medicina generale a Firenze, Responsabile di AFT.

Alessandro Bartoloni Direttore SOD Malattie Infettive e Tropicali, AOU Careggi, Firenze.

Luisa Galli Direttore SOD Malattie Infettive, AOU Meyer, Firenze.

Angelo Raffaele 
De Gaudio Ordinario di Anestesia e Rianimazione, Università degli Studi di Firenze.

Francesco Menichetti Professore Straordinario di Malattie Infettive, Università di Pisa, Direttore UOC Malattie Infettive, AOUP.

Marco Scatizzi Direttore della Unità Operativa Complessa di Chirurgia Generale ed oncologica, Ospedale di Prato.

Andrea Vannucci Coordinatore Osservatorio Qualità ed Equità della Agenzia Regionale di Sanità della Toscana.

 

TOSCANA MEDICA - Quale è la dimensione complessiva del fenomeno dell’antibioticoresistenza, costi diretti ed indiretti, impatto sulle scelte di cura, modifiche eventuali dei nostri atteggiamenti nei confronti delle malattie infettive, importanza a livello ospedaliero e territoriale ecc.?

 

MenichettiMENICHETTI - Si tratta di un fenomeno di assoluto rilievo, in particolare a livello ospedaliero dove sempre più spesso ci troviamo di fronte ad infezioni causate da germi multi- o addirittura panresistenti che in molti casi vanno a colpire soggetti già deboli come ad esempio i pazienti chirurgici o quelli in trattamento chemioterapico. Un esempio è rappresentato dagli enterobatteri resistenti ai carbapenemici, responsabili di gravissime setticemie e polmoniti spesso mortali. Per fronteggiare tali infezioni oggi disponiamo soltanto di “vecchie” molecole come colistina, tigeciclina, fosfomicina e gentamicina mentre attendiamo con impazienza la commercializzazione di nuovi antibiotici.

 

Alessandro BartoloniBARTOLONI - In Italia circa il 5% dei pazienti ricoverati in ospedale contrae un’infezione durante la degenza. A causa di queste infezioni associate alle pratiche assistenziali si verificano 5.000-7.000 decessi ogni anno, con costi che si aggirano intorno ai 100 milioni di Euro annui. Penso che solo questi dati possano fare capire al meglio la drammaticità del fenomeno dell’antibioticoresistenza.

 

VannucciVANNUCCI - Io vorrei affrontare il problema dal punto di vista della popolazione, in sostanza cioè della Sanità Pubblica. Generalmente si tende a considerare l’antibioticoresistenza un fenomeno essenzialmente ospedaliero, dimenticando invece che i suoi orizzonti sono molto più ampi ed interessano un gran numero di professionisti della salute tra i quali anche, ad esempio, i veterinari ed i pediatri, entrambi per lo più grandi prescrittori di antibiotici. Questo significa che la lotta al suo contrasto necessita inevitabilmente di una politica condivisa e concertata a più livelli. Si tratta di un problema molto grave, in preoccupante aumento come dimostrano anche i dati ottenuti dagli studi condotti dall’Agenzia Regionale di Sanità insieme a vari soggetti quali istituzioni regionali, ospedali, laboratori di microbiologa eccetera. Purtroppo in alcuni casi i risultati toscani ottenuti sono anche peggiori di quelli nazionali ed abbiamo così osservato, ad esempio, casi di Klebsielle resistenti alle cefalosporine di terza generazione o di Escherichia Coli insensibili ai fluorochinolonici. Tra l’altro abbiamo evidenziato in Toscana un consumo molto più alto rispetto alla media nazionale e difficilmente spiegabile proprio di chinolonici rispetto ad altre classi di antibiotici, oltre che una significativa variabilità di prescrizione terapeutica tra ospedali diversi della nostra Regione. Possiamo però affermare che il nostro consumo di antibiotici in ospedale appare ancora inferiore rispetto ai valori europei.

 

De GaudioDE GAUDIO - Come tutti sappiamo le Rianimazioni sono Reparti in cui il rischio di infezione è più alto e questo dipende da diversi motivi. Il più importante è rappresentato dal fatto che, ad oggi, circa il 60% dei nostri pazienti sono di età superiore ai 65 anni, mentre il 7% supera gli 85. La mortalità si aggira sul 20% ed i germi maggiormente coinvolti sono prevalentemente Gram negativi, seguiti dai Gram positivi e dai Funghi. Questi pazienti anziani sono sempre più frequentemente sottoposti ad interventi chirurgici di elevata complessità, che favoriscono, in maniera significativa, la depressione della risposta immunitari e li espongono al rischio infezione.

 

TOSCANA MEDICA - Nello specifico della vostra attività lavorativa quanto ritenete importante il fenomeno dell’antibioticoresistenza?

 

ScatizziSCATIZZI - La mia esperienza di chirurgo generale è assolutamente condivisibile con quella dei colleghi rianimatori nel senso che molto spesso dobbiamo gestire insieme pazienti di questo tipo in scadentissime condizioni generali. È quanto capita ad esempio in caso di sepsi addominali dovute a deiscenze anastomotiche o perforazioni intestinali che hanno richiesto pesanti procedure chirurgiche e che nel post operatorio si sono dimostrate del tutto insensibili a qualsiasi terapia anti infettiva. In queste situazioni il chirurgo oggi sempre più spesso si vede costretto ad aumentare la propria “aggressività”, a riportare più e più volte il paziente in sala operatoria per bonificare il focolaio infettivo, ad impiantare una terapia topica a pressione negativa, cercando in ogni maniera di favorire al massimo la diffusione dell’antibiotico all’interno dell’organismo, il tutto con risultati però talvolta assolutamente scoraggianti.

Oggi la Chirurgia non si ferma praticamente davanti a niente ed anche i grandi anziani con la loro fragilità e le loro polipatologie diventano sempre più spesso nostri pazienti, con tutto quello che ne consegue in termini di possibili complicanze infettive durante tutto il percorso chirurgico.

 

AltiALTI - Per quanto riguarda il territorio ci sono due aspetti che vorrei sottolineare. Il primo è legato alla questione delle resistenze alla terapia, situazione che a livello di medicina generale sta diventando sempre più evidente, come dimostrano le preoccupanti infezioni delle vie urinarie resistenti praticamente a tutto come quelle da Escherichia Coli contro le quali non sappiamo più cosa impiegare. Il secondo è la tendenza ad una diminuzione nell’impiego degli antibiotici a livello territoriale (meno 6.6%), con penicillina, macrolidi e fluorochinolonici saldamente ai primi posti.

Tradotto in cifre, nella mia AFT fiorentina che conta circa 27.000 assistiti, si vede che nel 2015 noi abbiamo speso ad esempio 56.000 Euro per l’associazione amoxicillina - acido clavulanico localizzata al 12mo posto nella lista dei primi sessanta farmaci maggiormente prescritti. In 29esima posizione abbiamo la rifampicina , in 53esima la levofloxacina ed a oltre metà graduatoria il ceftriaxone, con una percentuale del 18% di antibiotici per via parenterale rispetto alla totalità di quelli utilizzati in linea con quella indicata come obiettivo regionale.

Purtroppo lo stesso non può dirsi per quanto riguarda la prescrizione di fluorochinolonici, che sono oltre la percentuale indicata come obiettivo regionale. Non abbiamo macrolidi tra i primi sessanta principi

Concludo ricordando la necessità assoluta per il territorio di disporre di dati costantemente aggiornati ed attendibili sulla prescrizione farmaceutica e sulle resistenze locali, per permettere agli operatori di valutare con esattezza la valenza dei propri comportamenti prescrittivi e di attuare le modifiche eventualmente ritenute necessarie.

 

GalliGALLI - In ambito pediatrico le antibiotico resistenze incidono molto sia a livello territoriale che ospedaliero. Nel primo caso bisogna riconoscere che in passato è stato fatto abuso e maluso degli antibiotici e che ancora oggi i pediatri sono dei grossi prescrittori di queste molecole, soprattutto a pazienti nelle prime età della vita. Sul territorio uno dei problemi più gravi è rappresentato dalla resistenza dello Pneumococco ai macrolidi, proprio a causa dell’uso eccessivo che ne è stato fatto in passato, aggravato dalla resistenza del batterio alla penicillina. Peraltro, l’amoxicillina rimane ancora oggi farmaco di prima scelta nelle polmoniti pneumococciche, se prescritto a dosi adeguate. 

A livello ospedaliero i dati sono forse anche più sconfortanti, come anche posso ricavare dalla mia esperienza di responsabile del Comitato per le Infezioni ospedaliere del “Meyer”. In linea di massima possiamo dire che ad oggi abbiamo un 40% di Pseudomonas aeruginosa multiresistenti, tra le Enteribacteriacee circa il 10% appare resistente ai carbapenemici e ben il 40% degli Stafilococchi presenta meticillinoresistenza. Nel caso di quest’ultimo batterio un fenomeno sta oggi assumendo particolare gravità in ambito pediatrico, vale a dire l’infezione da Stafilococco meticillinosistente di comunità che, proveniente dagli Stati Uniti e dall’America Latina si sta adesso diffondendo anche alle nostre latitudini. Si tratta di un fenomeno molto complesso nel quale non sono implicati soltanto gli abusi terapeutici ma anche altri fattori come ad esempio specifiche mutazioni genetiche dei microorganismi coinvolti.

Un altro aspetto peculiare in ambito pediatrico e che consegue al fenomeno delle multiresistenze è la necessità di ricorrere, per il trattamento di infezioni da microrganismi multiresistenti, a molecole antibiotiche impiegate in modalità “off label” con tutto quello che ne può conseguire in termini di alterata farmacocinetica e farmacodinamica nonché di possibile comparsa di eventi avversi anche di notevole gravità.

 Figura 1

 

TOSCANA MEDICA - Alla luce di quanto detto dal medico di famiglia e dal pediatra, quale è la valutazione degli specialisti infettivologi?

 

MenichettiMENICHETTI - Tra le cause dello sviluppo di resistenza agli antibiotici la più importante è rappresentata dalla pressione selettiva correlata al loro abuso prescrittivo. Spesso l’appropriatezza delle scelte terapeutiche è discutibile e le stesse problematiche che si osservano in ospedale si riscontrano anche a livello territoriale dove si registra un consumo di antibiotici nettamente superiore a quello che si verifica in ospedale.

Nella realtà ospedaliera pisana cerchiamo di governare il fenomeno con la cosiddetta “stewardship antimicrobica” o prescrizione assistita. In pratica insieme ai colleghi che lavorano negli altri reparti concordiamo una lista di molecole antinfettive che viene sottoposta a delle restrizioni di impiego, discusse, condivise ed accettate da tutti. La gestione di questi farmaci è affidata agli infettivologi che hanno la “responsabilità” di autorizzare gli altri colleghi a prescriverli e che garantiscono un servizio di consulenza attivo sulle 24 ore.

Questo modello organizzativo, che ovviamente richiede una grande comunione di intenti tra tutti i professionisti interessati, funziona abbastanza bene in ospedale che, per quanto grande ed articolato, è pur sempre una comunità relativamente ristretta. La sua applicazione alla realtà extra-ospedaliera mi sembra onestamente non impossibile ma certamente più ardua.

 

AltiALTI - Sono d’accordo con il dottor Menichetti ed anche io credo che la condivisione di linee - guida e protocolli debba essere favorita al massimo anche a livello territoriale. Noi abbiamo assoluto bisogno di dati ed informazioni (ed in questo grande aiuto lo possono fornire infettivologi e microbiologi) per impostare il più correttamente possibile la terapia delle infezioni che più spesso ci troviamo ad affrontare, quali quelle delle alte e basse vie respiratorie e delle vie genito-urinarie. La nuova organizzazione della medicina generale fornisce oggi gli strumenti per costruire percorsi condivisi e validati.

Un altro aspetto a mio parere di fondamentale importanza è poi l’educazione sanitaria dei pazienti. Oggi nessuno vuole più aspettare il decorso naturale di condizioni come il raffreddore o la bronchite ed immediatamente tutti, in particolare i genitori di pazienti pediatrici, richiedono l’antibiotico, in questo purtroppo assecondati da alcuni medici che finiscono così per potenziare sempre di più il deleterio effetto della cosiddetta “prescrizione indotta”.

 

De GaudioDE GAUDIO - Il problema della scarsa appropriatezza terapeutica in campo infettivologico, i rianimatori lo vivono quotidianamente quando si trovano a dovere gestire malati provenienti dal territorio affetti, per esempio, da insufficienza respiratoria acuta in corso di broncopolmonite da Stafilococco meticillino resistente, acquisito in comunità. Questa condizione clinica fino a 10 anni fa era molto rara e la meticillino resistenza veniva attribuita ad uno stato infettivo contratto ed aggravatosi esclusivamente in ospedale. Lo stesso discorso può essere fatto anche per la Klebsiella pneumoniae, germe divenuto multiresistente e causa di gravi complicanze in moltissime Terapie Intensive.

 

VannucciVANNUCCI - La scarsa appropriatezza prescrittiva in campo infettivologico nel nostro Paese si associa anche ad un panorama di molecole disponibili sostanzialmente immutato ormai da tanti anni, che solo in questo ultimo periodo sta dimostrando qualche interessante novità.

Dal punto di vista della farmacoeconomia è poi interessante notare che, nonostante il costo degli agenti antiinfettivi risulti ancora oggi piuttosto elevato, la pressione dei controlli e gli inviti alla correttezza delle prescrizioni da parte delle Autorità di controllo, vanno sostanzialmente ad indirizzarsi verso altre classi di farmaci.

Una buona notizia a mio parere in questo campo è rappresentata dalla presenza di un vero e proprio Piano nazionale di prevenzione per il periodo 2014 - 2018 basato su quattro punti principali: miglioramento dei meccanismi di sorveglianza delle patologie infettive, monitoraggio del consumo degli antibiotici (attività che per la prima volta rientra a pieno titolo nel sistema dei LEA), organizzazione tramite manifestazioni di consenso di appositi protocolli di stewardship antibiotica, potenziamento delle attività di formazione nel campo della patologia infettiva e delle sue terapie. I primi risultati positivi di questo impegno iniziano a farsi vedere proprio in questi mesi.

 

BartoloniBARTOLONI - Anche a mio parere la 
“stewardship antimicrobica”, nella cui organizzazione includerei anche il farmacista ed il farmacologo, appare di fondamentale importanza, in primo luogo nell’interesse del paziente e anche per questioni di carattere puramente economico. Nel caso di un’infezione da germi multiresistenti se non viene somministrato precocemente il farmaco appropriato è evidente che le conseguenze possano essere potenzialmente fatali per il paziente. Inoltre deve essere considerato il costo derivato da trattamenti inutili, procedure diagnostiche strumentali e microbiologiche, e allungamento della degenza. Comunque nell’ottica di limitare al massimo la diffusione delle resistenze, un campo sul quale a mio parere è necessario garantire un grande sforzo è quello del controllo delle infezioni, sia in ospedale che sul territorio. Certamente operare in questo senso rappresenta un dovere etico per il personale sanitario a livello territoriale, inoltre,  bisogna che i medici svolgano una corretta educazione sanitaria a pazienti e familiari per aumentare le conoscenze sui rischi di trasmissione di infezioni e indirizzare i comportamenti verso il contenimento del problema.

 

TOSCANA MEDICA - Ma gli antibiotici quanto incidono sul consumo totale di tutti i farmaci?

 

BartoloniBARTOLONI - Uno studio condotto nel 2012 su 43 ospedali della Toscana ha descritto una prevalenza di utilizzo di antibiotici pari al 47%, con il maggior utilizzo registrato nei reparti di Terapia Intensiva, Geriatria e Chirurgia.

 

MenichettiMENICHETTI - A Pisa la terapia anti infettiva grava più o meno per il 25% sulla spesa farmaceutica complessiva, percentuale equamente divisa tra i farmaci antiretrovirali e farmaci antibatterici ed anti fungini, attestandosi circa sui 7-8 milioni di Euro all’anno.

 

GalliGALLI - In campo pediatrico i dati dei quali disponiamo provengono per lo più da un grosso progetto europeo (al quale il “Meyer” partecipa) denominato ARPEC, cioè Antibiotic Resistance and Prescribing in European Children, che mira a valutare sia l’antibioticoresistenza che le prescrizioni di farmaci antiinfettivi in ospedale e sul territorio in molti Paesi europei. I risultati di questo studio evidenziano che in Italia l’84% dei bambini sotto i due anni di vita, fascia di età in cui la stragrande maggioranza delle infezioni sono di origine virale, ha ricevuto almeno una volta un antibiotico; che sempre nel nostro Paese la prescrizione di antibiotici ai bambini è 4 volte superiore a quella del Regno Unito e 6 volte a quella dell’Olanda; che l’antibiotico preferito dai pediatri italiani è l’amoxicillina-clavulanato anche se le maggiori linee - guida suggeriscono che la semplice amoxicillina non protetta è in grado di contrastare la massima parte delle più comuni condizioni.

A livello ospedaliero è stato poi riscontrato un larghissimo impiego di antibiotici in profilassi in ambito neonatale. Negli ospedali pediatrici italiani, tra cui anche il “Meyer”, è stato anche documentata una predilezione per le cefalosporine di terza generazione per la profilassi perioperatoria, comportamento assolutamente non condivisibile e contrario alle raccomandazioni delle linee guida nazionali e internazionali. A questo proposito devo dire che al “Meyer” è stato, negli ultimi anni, portato avanti un progetto di formazione che ha avuto come oggetto l’applicazione delle linee guida sulla profilassi perioperatoria, ottenendo una riduzione della prescrizione incongrua di profilassi ovvero la scelta dell’antibiotico corretto (cefalosporina di prima generazione), quando vi era invece l’indicazione alla profilassi.

Risultati non esaltanti sul consumo di antibiotici nella realtà pediatrica italiana ospedaliera sono il ricorso di prima linea alle cefalosporine di terza generazione, in particolare il ceftriaxone, nella terapia delle polmoniti di comunità ed il largo uso dei carbapenemici (9% rispetto alla media europea del 5%). In particolare, i carbapenemici vengono anche utilizzati 
off label nei primi tre mesi di vita, fascia di età in cui il ricorso a queste classi di farmaci, soprattutto il meropenem, non è autorizzato.

Questi dati mettono in evidenza senza ombra di dubbio quanto lavoro ci sia ancora da fare in ambito pediatrico nel nostro Paese.

 

ScatizziSCATIZZI - In Chirurgia le cose ormai sono piuttosto ben definite e, per fare un esempio, ormai da tempo è esattamente codificata la profilassi antibiotica preoperatoria secondo linee - guida che in Italia in molti casi sono anche più restrittive di quelle statunitensi.

In linea di massima, per interventi puliti il farmaco che usiamo in profilassi è la cefazolina, alla quale aggiungiamo il metronidazolo in caso di procedure a rischio infettivo maggiore.

In caso di chirurgia di superficie (ad esempio una ernioplastica) addirittura le nostre linee-guida non prevedono profilassi antibiotica preoperatoria, al contrario di quanto invece avviene negli Stati Uniti.

Ovviamente anche secondo me la collaborazione con i colleghi infettivologi appare di fondamentale importanza ed a Prato devo dire che le cose in questo senso stanno andando ormai da anni nella giusta direzione. Proprio per questo, per fare un esempio, noi chirurghi abbiamo accettato il fatto di non essere autorizzati ad usare le tetracicline, se non dietro indicazione dello specialista, anche se si tratta di molecole estremamente utili nella gestione delle forme severe di sepsi addominali.

 

MenichettiMENICHETTI - La resistenza antimicrobica riconosce due determinanti principali, la pressione selettiva esercitata dagli antibiotici che può essere contenuta con la già citata antimicrobic stewardship e la diffusione crociata dei microorganismi resistenti, fenomeno soprattutto evidente in ambito ospedaliero. Purtroppo bisogna riconoscere che le procedure di infection control in ospedale sono ancora piuttosto carenti, spesso basate più su documenti teorici e di programma che su azioni concrete e di pratica applicazione.

A questo si associa poi un’altra criticità rappresentata dalla mancanza di novità terapeutiche significative, visto che l’industria da tempo ha depotenziato la ricerca di nuovi antibiotici a vantaggio di altre molecole più redditizie come ad esempio gli antiretrovirali. In questo senso sarebbero necessarie nuove regole da parte degli organismi di controllo (AIFA e EMA) oltre a nuovi incentivi, sull’esempio di quanto fatto negli Stati Uniti da parte dell’amministrazione Obama che ha reso disponibili un miliardo e duecento milioni di dollari per le aziende che sono tornate ad investire e a studiare nuove molecole.

Un ulteriore problema è poi rappresentato dalla carenza di nuove strategie terapeutiche legata, per così dire alla “povertà” della ricerca indipendente.

Oggi i ricercatori ricevono per lo più le committenze dalle industrie farmaceutiche e non accade più come in passato quando erano loro stessi a studiare, ideare e realizzare i protocolli di ricerca proponendoli poi alle aziende.

 

De GaudioDE GAUDIO - Un altro aspetto che vorrei sottolineare parlando di antibioticoresistenza è quello del dosaggio al quale somministriamo gli antibiotici. I farmaci che usiamo quotidianamente sono stati testati quasi sempre in volontari sani che presentano risposte farmacologiche molto diverse da quelle dei pazienti infetti o, peggio ancora, settici. Sulla scorta di questa considerazioni potrebbe essere utile impostare schemi di cura che prevedano all’inizio dosaggi più alti per prevenire la resistenza, eventualmente regolando la dose in seguito, in base all’evoluzione clinica del quadro di malattia.

Un altro aspetto da non sottovalutare è il ricorso attuale a “vecchi” farmaci (ad esempio la gentamicina) che per anni sono stati un po’ messi da parte e, una volta reintrodotti, hanno dimostrato una sorprendente efficacia su molti microorganismi con i quali per lungo tempo non avevano avuto contatto.

 

MenichettiMENICHETTI - Il batterio è un organismo molto semplice, in grado di adattarsi anche a condizioni non propriamente favorevoli alla sua sopravvivenza semplicemente mutando. Le mutazioni cromosomiche sono infatti il meccanismo classico che porta allo sviluppo delle resistenze: l’antibiotico “avvelena” una determinata popolazione di batteri eliminandone una quota parte, mentre un’altra muta diventando resistente a quel “veleno”. Questa resistenza è tra l’altro spesso trasmissibile tramite plasmidi per cui il microrganismo la trasmette ad altra popolazione della stessa famiglia o anche di famiglie diverse.

Figura 2

Questo è quello che storicamente è sempre accaduto per qualsiasi antibiotico introdotto in terapia e questo spiega la necessità di ricorrere a più farmaci per la cura di malattie come ad esempio la tubercolosi o l’HIV.

La resistenza batterica. può essere in pratica considerata un meccanismo darwiniano di sopravvivenza che certamente viene potenziato dall’uso improprio degli antibiotici che espone i microorganismi ad una pressione selettiva del tutto inutile quando non francamente pericolosa.

 

TOSCANA MEDICA - Dal punto di vista farmacologica si intravede qualche novità all’orizzonte oppure l’industria continua ancora ad essere disinteressata all’argomento?

 

BartoloniBARTOLONI - Qualcosa recentemente si sta per fortuna muovendo e stiamo assistendo allo sviluppo ed alla prossima messa in commercio di nuovi farmaci, combinazioni di beta - lattamici con inibitori degli enzimi deputati a distruggere gli antibiotici stessi, che potrebbero dare un grosso aiuto nella gestione delle infezioni da Gram negativi multiresistenti.

Ci sono anche alcune nuove molecole molto efficaci sui Gram negativi che sui Gram positivi, che possono essere somministrate anche una volta alla settimana oppure in monosomministrazione con evidente vantaggio in termini di compliance da parte dei pazienti.

Alcuni di questi sono già in commercio, altri lo saranno a breve.

 

MenichettiMENICHETTI - Il regolatorio di queste nuove molecole purtroppo varia da Paese a Paese e può pertanto accadere che negli Stati Uniti i pazienti ne possano già disporre al contrario di quanto avviene per i malati italiani o di qualche altra nazione europea. Sarebbe pertanto auspicabile che il prima possibile queste diseguaglianze venissero sanate, a beneficio sia dei pazienti che delle industrie che hanno investito risorse e giustamente si aspettano ora dei ricavi.

 

GalliGALLI - La situazione in ambito pediatrico è ancora più complessa. Infatti tutti i farmaci che vengono autorizzati all’immissione in commercio dalle autorità regolatorie dovrebbero essere stati opportunamente testati anche sulla popolazione pediatrica. Purtroppo questo non sempre succede e questi studi o non vengono neppure intrapresi oppure vengono iniziati e mai condotti a termine. A complicare ulteriormente la situazione poi si associa una notevole discrepanza tra quello che AIFA ed EMA autorizzano o meno per l’impiego di cura nei bambini.

La mancanza di studi finisce per penalizzare proprio quelle classi di bambini più complessi che non possono quindi ricevere le nuove molecole, come i bambini con patologia oncoematologica, quelli con fibrosi cistica o vari quadri di immunodeficienza, i neurologici oppure quelli ricoverati nelle Terapie Intensive.

Come infettivologi pediatri chiediamo perciò da tempo che gli studi di sperimentazione clinica e di farmacovigilanza vengano sempre realizzati anche sulla popolazione pediatrica.

 

De GaudioDE GAUDIO - In Terapia Intensiva la sfida più ardua è quella di cercare di limitare al massimo i danni causati da ESKAPE, acronimo che significa Enterococco, Stafilococco meticillino-resistente, Klebsiella pneumoniae, Acinetobacter, Pseudomonas aeruginosa, Enterobacteriacee. Sul versante Gram positivi siamo relativamente tranquilli anche se lo stesso non può dirsi sul quello dei Gram negativi che continuano a creare grossi problemi.

Anche noi ovviamente guardiamo con grande interesse alle novità farmacologiche che tra breve dovrebbero essere disponibili.

 

TOSCANA MEDICA - I medici sono oggi sufficientemente formati ed informati su queste tematiche oppure qualche iniziativa in merito potrebbe essere utile? Ed ancora, quanto conta l’educazione sanitaria delle persone di fronte a chi con 38° gradi di febbre pretende inevitabilmente l’antibiotico?

 

AltiALTI - Io mi occupo tra l’altro anche della formazione dei futuri colleghi medici di medicina generale e devo dire che nell’ambito dello specifico tirocinio molta importanza viene riservata alla antibioticoresistenza ed alla corretta gestione delle terapie antibiotiche. Inoltre, anche l’attuale organizzazione della medicina generale, permettendo il superamento della divisione tra medico di famiglia e di continuità assistenziale ed avendo dato vita alle AFT, ci consente di organizzare occasioni di confronto e dibattito tra di noi e con gli specialisti dei vari settori, nonché con coloro che devono fornirci i dati relativi ai farmaci e alle resistenze per potere organizzare al meglio il nostro lavoro. Modificare un atto medico non può dipendere solo da un protocollo o da una linea - guida, ma richiede confronto, condivisione e, soprattutto, analisi accurata del proprio modo di agire, di quello che abbiamo fatto e di quello che invece avremmo dovuto fare.

 

BartoloniBARTOLONI - Educazione sanitaria significa anche osservanza di alcune regole elementari, sia in ospedale che sul territorio, da parte soprattutto dei professionisti della salute, come lavarsi frequentemente le mani ed usare correttamente il gel alcolico. In questo modo, dando l’esempio, il medico riesce a divulgare comportamenti virtuosi presso i propri pazienti.

 

GalliGALLI - La linea - guida certamente non rappresenta la soluzione per ogni problema, però ha il vantaggio enorme di tutelare il medico ed i pazienti di fronte alla sempre più devastante medicina difensiva ormai ben radicata anche in ambito pediatrico.

Un grosso aiuto alla correttezza terapeutica nel mio settore potrebbe derivare dalla sempre più diffusa disponibilità di metodiche diagnostiche attendibili e rapide: esempio banale, l’uso del test rapido per la ricerca dello Streptococco Beta emolitico di tipo A può ad esempio evitare l’antibiotico in tutte quelle forme di faringotonsillite che nel bambino sono spessissimo di natura virale. Ovviamente poi i pediatri devono lavorare molto sul versante educativo, facendo chiaramente capire ai genitori i danni delle resistenze e placando la loro ansia di fronte a situazioni di semplice gestione clinica.

Tutti i medici devono comunque potere contare sul supporto attivo e convinto delle istituzioni in questa lotta contro l’inappropriatezza delle prescrizioni di antibiotici.

 

VannucciVANNUCCI - Gli amministratori dovrebbero avere il coraggio di fare proprie le ultime considerazioni della prof.ssa Galli e decidere di allocare le risorse al momento disponibili in quegli ambiti dove veramente possano essere di utilità: la lotta alle antibioticoresistenze potrebbe essere proprio uno di questi.

 

 

 

Progetto realizzato con il sostegno di

panti antibiotici

 

 

 

 

 

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