Rare o poco note? Le spondiloartriti sieronegative

Antonio Panti

Antonio Panti Le spondiloartriti sieronegative sono un gruppo di patologie suddivisibili in tre grandi forme: le spondiloartriti anchilosanti, quelle psoriasiche e quelle connesse a forme infiammatorie intestinali come la retto-colite ulcerosa e il morbo di Crohn. Si calcola che nella nostra Area Vasta ne siano affetti circa 20 mila pazienti, quindi l’incidenza e la prevalenza non è così bassa, piuttosto possiamo affermare che queste forme non siano così ben conosciute dai medici. Questo fatto si riflette su un ritardo di diagnosi che, inoltre, è prevalentemente clinica, cioè legata alla capacità del medico, particolarmente in soggetti giovani, di sospettare la patologia di fronte a un mal di schiena legato però ad altri disturbi tendinei e articolari (entesi) e che provoca una rigidità mattutina sempre più prolungata e un dolore vivissimo che non migliora con il riposo notturno. La malattia è fortemente invalidante e quindi, come spesso capita in queste forme croniche, nel conto economico occorrerà valutare il costo dei farmaci ma anche il risparmio per la ripresa della attività lavorativa e per il minore impegno dei familiari quando le terapie funzionano. Tuttavia allo stato attuale delle cose si calcola un ritardo diagnostico di 7 – 8 anni, che incide fortemente sulle possibilità terapeutiche, come sempre legate alla precocità del trattamento. I nostri esperti non hanno segnalato particolari novità da un punto di vista eziopatogenetico e relativamente ai fattori di rischio. Per quanto queste patologie non siano così rare, è evidente che ciascun medico di famiglia ne ha in carico pochissimi casi. Questo rende più difficile il sospetto diagnostico e quindi ritarda l’invio allo specialista che deve confermare la diagnosi e assumere il trattamento. Una proposta ragionevole potrebbe essere quella di incentivare le consulenze periferiche dei reumatologici presso ciascuna AFT o casa della Salute. Tuttavia resta in piedi, come sempre, un problema di formazione e più che altro la consueta difficoltà di comunicazione tra medici intorno al singolo paziente. Il percorso ideale è quello che, di fronte a determinati alert riconosciuti nel paziente, ci sia un precoce intervento del reumatologo. Come tutti i partecipanti al forum hanno sottolineato, queste forme gravissime, se trattate in modo precoce e competente, possono avere un notevole miglioramento del dolore e della qualità della vita. La terapia inizia sempre con 30 giorni di FANS, dopodiché, nelle forme periferiche, attraverso un passaggio con methotrexate o la sulfasalazina porta all’uso degli anti TNF. Questi farmaci hanno portato un radicale cambiamento nella terapia, adesso ulteriormente implementato dall’aggiunta dell’antiinterleukina 17 che consente di aggredire i non responders, i casi con reazioni avverse da precedenti farmaci e anche una casistica più vasta. Per quanto il profilo di efficacia e sicurezza sia buono, è evidente che tutti questi farmaci sono gravati da effetti collaterali e tutti sono di alto costo, per quanto l’ultima innovazione terapeutica in realtà abbia un costo minore. Anche in questo caso è chiaro che la scelta del target è essenziale per ottenere migliori risultati clinici e garantire al meglio la sostenibilità del servizio in una valutazione complessiva dei costi umani e sociali di queste patologie. Come sempre l’accordo tra i medici specialisti e generali è la base per realizzare questi conseguibili scopi.

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