La continuità terapeutica come problema complesso

Antonio Panti

Antonio PantiSembra facile definire come “innovazione” le novità che appaiono sul mercato dei farmaci. In realtà non è così, perché vi possono essere cambiamenti nella formulazione o nella somministrazione di un farmaco o anche nuove sostanze chimiche che in realtà non hanno diritto a questo titolo. Un farmaco è innovativo, sostengono i nostri esperti, quando aggiunge realmente qualcosa alla terapia, cioè modifica il decorso naturale della malattia. Inoltre deve essere più sicuro e più sostenibile sul piano dell’uso delle risorse, oltre a avere un meccanismo di azione biologicamente più moderno.
Esiste una classificazione amministrativa delle innovazioni farmacologiche, che però ha il difetto di usare algoritmi non sempre precisi e validati. Tuttavia è pacifico che i farmaci biologici rappresentino una grande novità, che ha modificato il destino terapeutico e la qualità di vita di molti pazienti, dall’artrite reumatoide ad altre patologie reumatiche, alla psoriasi grave, alle malattie croniche intestinali, fino alle più recenti acquisizioni in campo oncologico. Sono farmaci costosi, ma la valutazione farmaco-economico complessiva, relativa alla diminuzione dei costi umani e sociali di una patologia, ne rende l’uso indispensabile relativamente alla appropriatezza del target. Nella discussione è emerso con forza, di fronte a farmaci come questi di esclusivo uso specialistico, il problema dei percorsi assistenziali. È evidente che di fronte a pazienti assai frequentemente affetti da comorbilità e passibili di molteplici complicanze il rapporto con il medico di famiglia diventi fondamentale e questo non è favorito né dalle limitazioni prescrittive volute dall’AIFA, né dalla scarsa informazione rivolta ai medici generali, né dalla carenza di specialisti in posizione intermedia fra i centri di riferimento e il territorio.
Come al solito la collaborazione tra specialista e medico di famiglia è fondamentale per il buon esito della terapia, ma spesso è più demandata alla buona volontà dei singoli che ad un solido impianto organizzativo.
In questo quadro si inserisce un’altra variabile che è la formulazione sottocute di alcuni TNF, che da un lato facilitano il passaggio in carico al territorio, dal’altro finiscono con il favorire un ulteriore deficit di aderenza dei pazienti.
Ecco quindi che si pone il problema della continuità terapeutica, particolarmente vivo nel caso dei biosimilari la cui uguaglianza clinica rispetto all’originator è certa ma che, derivando da modelli produttivi non sovrapponibili, possono modificare la risposta dei pazienti già in cura con i farmaci originali. Il problema sembra riguardare fondamentalmente i pazienti già in cura, non i nuovi soggetti posti in terapia. L’orientamento dei medici e delle autorità sanitarie è quello di non costringere in alcun modo a modificare le terapie in atto. Probabilmente sarebbero opportuni studi osservazionali più precisi sui nuovi farmaci. In conclusione possiamo dire che il costo del farmaco non può essere il solo strumento di valutazione e che occorre comunque seguire attentamente le continue evoluzioni del mercato farmaceutico con la sua estrema variabilità di offerta sul piano clinico ed economico. Tutto ciò rende difficile il problema della concessione delle innovazioni a carico del Servizio Sanitario. Il criterio di riferimento, tuttavia, è quello di valutare complessivamente i benefici sociali ed economici della terapia e il vantaggio clinico del paziente.

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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