HCV 2017: eliminare il virus

MAURIZIA ROSSANA BRUNETTO, Direttore dell’UO Epatologia dell’AOU Pisana.

ANDREA DE LUCA, Direttore dell’UO Malattie Infettive dell’AOU di Siena.

ALESSIO NASTRUZZI, Medico di medicina generale a Firenze, Segretario Regionale Toscano della FIMMG.

CLAUDIO MARINAI, Direttore del Reparto Health Technology Assessment di ESTAR.

LORENZO ROTI, Dirigente dei Servizi Territoriali della Regione Toscana.

FABIO VOLLER, Coordinatore del Dipartimento di Epidemiologia dell’Agenzia Regionale Toscana di Sanità.

ANNA LINDA ZIGNEGO, Direttore del Centro Interdipartimentale di Epatologia (MAaSVE) dell’AOU Careggi di Firenze.

 

a cura di Simone Pancani


✔ TOSCANA MEDICA - La recente disponibilità di nuove, efficaci e costose opzioni di cura per l’infezione da virus C ha portato grande attenzione alla gestione di questa malattia e causato notevoli polemiche di carattere economico e relative alla scelta dei pazienti ai quali riservarle. Prima di entrare nel merito della questione, descriviamo la situazione attuale dell’infezione da HCV nei suoi molteplici aspetti.

Fabio VollerVOLLER - Uno dei campi di maggiore interesse ai quali l’Agenzia Regionale di Sanità si è particolarmente dedicata negli ultimi anni è stato proprio cercare di individuare con la maggiore accuratezza possibile i contorni epidemiologici della infezione da HCV nella nostra Regione, attività certamente non facile visto ad esempio il grande numero di persone che neppure sapevano di averla contratta.
Utilizzando un metodo statistico detto “della cattura e ricattura”, che esamina le differenti fonti di informazioni amministrative disponibili, abbiamo stimato in circa 40.000 il numero di soggetti che andrebbero trattati perché si arrivasse in Toscana all’eradicazione dell’infezione.
Un altro settore della nostra attività si è invece dedicato all’epidemiologia clinica della condizione ed ha stimato in Regione il numero annuo dei pazienti affetti oscillante tra i 4.500 ed i 5.000 casi. La prevalenza toscana dell’infezione da HCV appare oggi più bassa rispetto alla media nazionale, rispettivamente l’1 – 1.2% contro il 1.5%.

Lorenzo RotiROTI - L’OMS stima che nel mondo vi siano 130-150 milioni di persone affette da HCV. In Italia, si stima che i pazienti portatori cronici dell’HCV siano oltre un milione, di cui 330.000 con cirrosi. L’Italia è il paese più colpito in Europa per numero di persone HCV positive e per mortalità per tumore primitivo del fegato. L’HCV è la causa o la concausa nei 2/3 delle oltre 20.000 morti che annualmente avvengono in Italia per malattie croniche del fegato. Con questi numeri l’accesso alle terapie disponibili, efficaci e necessarie per la cura del paziente e per l’eradicazione di una infezione a così alta prevalenza si configura come un tema di salute pubblica, in analogia a quanto accaduto tempo addietro per HIV e AIDS.

 

Alessio NastruzziNASTRUZZI - I pazienti affetti da epatite C sono generalmente seguiti sia in ambito territoriale dai medici di medicina generale sia in ambito specialistico. Il medico di famiglia segue il paziente soprattutto nelle fasi di cronicizzazione e di relativa stabilità della malattia, mentre lo specialista può valutare meglio lo stato di gravità dell’interessamento epatico, la eziopatogenesi genomica e proporre le relative terapie farmacologiche che solo fino a poco tempo fa erano relativamente limitate e gravate da effetti collaterali significativi. In questo scenario è stato piuttosto difficile per i medici di famiglia riuscire ad intercettare i soggetti affetti, se non magari in qualche caso particolare come una dipendenza alcolica che attira l’attenzione sulla situazione epatica oppure una qualche forma di ipertransaminasemia di lunga durata.
Oggi in questo campo le cose sono cambiate ed i pazienti possono, ad esempio, essere già correttamente inquadrati dal punto di vista genomico e venire loro proposto un possibile trattamento seguendo gli 11 criteri identificati da AIFA e quindi inviarli allo specialista per il proseguimento dell’iter di diagnosi e cura.

Anna Linda ZignegoZIGNEGO - I medici di medicina generale sono un presidio fondamentale nella identificazione e nella gestione complessiva dei soggetti con HCV e questo in Toscana avviene ormai da tempo in maniera efficace e costruttiva.
Ritornando al fatto che molte persone neppure sono a conoscenza di essere infettate dal virus HCV, vorrei ricordare una recente iniziativa alla quale ho preso parte chiamata “Lions in piazza”. Per iniziativa dei Lions Club è stata offerta alla popolazione la possibilità di effettuare gratuitamente delle consulenze specialistiche tra cui anche quella epatologica. Ho avuto pertanto modo di avvicinare una cinquantina di persone che immaginavo avessero in qualche modo già sostenuto, per motivi diversi, una sorta di preselezione che avesse loro consigliato di rivolgersi allo specialista del fegato. Ebbene ,ho scoperto che solo il 10% di questi soggetti in passato aveva indagato il proprio rapporto con l’HCV, magari in occasione di eventi quali una procedura chirurgica oppure una gravidanza. La stragrande maggioranza erano invece dei cosiddetti “baby boomers”, vale a dire popolazioni a rischio nate per lo più durante i venti anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale che ignoravano completamente la propria situazione nei confronti del virus epatitico C.
Credo pertanto che molto impegno debba essere dedicato a cercare di fare emergere quanto più possibile una consistente quota di “sommerso” ancora oggi presente.

✔ TOSCANA MEDICA - È cambiato qualcosa in questi ultimi anni relativamente all’evoluzione clinica e all’epidemiologia della malattia?

Andrea De LucaDE LUCA - Certamente in tempi recenti ci sono stati dei cambiamenti, legati non soltanto all’introduzione di nuovi farmaci molto efficaci e ben tollerati.
La situazione in passato era difficilmente quantificabile anche in termini epidemiologici perché le valutazioni fino a qualche anno fa erano condotte su campioni di popolazione datati e di dimensioni piuttosto limitate.
La prima grande diffusione dell’epatite C in Italia è iniziata negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, seguita poi dai picchi degli anni Settanta-Novanta (legati soprattutto al consumo di stupefacenti). In molti dei soggetti dei primi gruppi non è stato possibile determinare con esattezza se la causa di morte sia stata veramente da imputare all’infezione da virus C oppure ad altri motivi, per cui le valutazioni di carattere epidemiologico non sono state mai troppo accurate.
Oggi le cose sono per fortuna cambiate e le nostre conoscenze in materia (anche per quanto riguarda la nostra Regione) sono molto progredite, tanto che abbiamo iniziato a domandarci se davvero convenga trattare con i nuovi, costosi farmaci i soggetti ancora in vita appartenenti alle coorti infettate dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Nel campo delle conoscenze fisiopatologiche una delle osservazioni relativamente recenti di maggiore interesse è stata l’identificazione della stretta correlazione tra infezione da virus C e molte patologie, tra le altre, le crioglobulinemie, i linfomi, le più comuni patologie cardiovascolari, il diabete e l’insufficienza renale.
Esistono poi evidenze certe che l’infezione da virus C, in una sorta di circuito riverberante, contribuisca ad aggravare l’andamento di molte delle condizioni prima ricordate con un impegno spesso generalizzato dell’intero organismo.
Fino a poco tempo fa avevamo ben poco da offrire in termini di terapia a questi pazienti, molti dei quali addirittura presentavano delle controindicazioni assolute nei confronti di questo tipo di cure. Oggi non è più così ed i farmaci di più recente introduzione, dotati di efficacia terapeutica vicina al 99% e dispensabili secondo le indicazioni di AIFA, non presentano praticamente controindicazione alcuna.
Certamente di fronte a questa situazione sono emerse delle problematiche prima semplicemente impensabili: ad esempio, considerato il costo elevato delle nuove sostanze, dobbiamo curare comunque tutti i pazienti con infezione da virus C, anche i cosiddetti “grandi vecchi” ed i soggetti con importanti comorbosità associate? Quali sono i criteri che dobbiamo seguire per eradicare la malattia, risultato oggi verosimilmente a portata di mano? Come ci dobbiamo comportare di fronte alle tante richieste dei malati, in assenza di linee-guida internazionali e di fronte a sempre più pressanti esigenze di carattere economico?

Maurizia Rossana BrunettoBRUNETTO - Vorrei rimanere nel campo dell’epidemiologia e della quota “sommersa” dell’infezione da virus dell’epatite C. I dati italiani al momento disponibili stimano la prevalenza dell’infezione attiva (HCV-RNA positiva) compresa fra lo 0.7 e l’1.7%; si ritiene che circa il 25% dei pazienti infetti non ne sia al corrente. Come discusso, la prevalenza dell’infezione di HCV in Italia si è significativamente ridotta per la naturale riduzione dei soggetti che acquisirono l’infezione nel primo dopoguerra e il relativamente basso tasso di nuove infezioni. Grazie alla disponibilità di farmaci altamente efficaci e gravati da scarsi effetti collaterali diventa importante garantire il trattamento a tutti i soggetti infetti: ciò permetterà non solo di prevenire l’evoluzione della malattia nel singolo paziente, ma anche di ridurre ulteriormente le nuove infezioni.


Claudio MarinaiMARINAI - A mio parere i nuovi farmaci contro l’infezione da virus C hanno rappresentato un vero e proprio spartiacque nella gestione delle risorse disponibili da parte dei sistemi sanitari. Per la prima volta infatti abbiamo la disponibilità di prodotti per la cura realmente efficaci, in grado di eradicare una malattia grave come l’epatite C. Il SSN non ha però le risorse necessarie per garantire la terapia a tutti i pazienti che potrebbero trarne davvero giovamento.
La Toscana, riconoscendo la gravità dell’infezione da virus C, si è posta da tempo questo problema e già nel 2015 con la Delibera 647 cercò, purtroppo senza risultato, di acquisire i nuovi farmaci ad un prezzo accessibile per le proprie risorse.
Oggi le cose si sono in parte modificate con una notevole riduzione dei costi per una serie di farmaci.
Questo ovviamente presuppone una riorganizzazione profonda dei nostri comportamenti di cura e delle scelte di carattere farmaco economico.

Anna Linda ZignegoZIGNEGO - In tema di costi l’eradicazione dell’infezione da virus C, alla distanza, non potrebbe che portare beneficio. A tal proposito è bene considerare che ai costi delle conseguenze epatiche dell’infezione, più noti e studiati, si aggiungono quelli delle conseguenze extraepatiche. Questi ultimi, secondo una recente indagine, solo in Italia raggiungerebbero il “costo” sensazionale di circa un miliardo di euro all’anno.

 

 

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Maurizia Rossana BrunettoBRUNETTO - Approfondisco alcune considerazioni relative all’evoluzione della situazione durante gli ultimi anni. La situazione epidemiologica italiana (riduzione spontanea dei casi cronici/pochi casi di nuove infezioni), le caratteristiche dei farmaci disponibili (alta efficacia, scarsi effetti collaterali) e l’impatto di tali farmaci sull’infezione/malattia (eliminazione dell’infezione in oltre il 95% dei soggetti trattati/risoluzione della malattia di fegato se in fase precoce; spegnimento dell’attività di malattia nel paziente con cirrosi) creano una condizione assolutamente unica: la possibilità di giungere al controllo definitivo della malattia e dell’infezione da HCV con un intervento altamente specifico (trattamento di tutti i soggetti infetti), ma limitato nel tempo. Infatti, a differenza di altre patologie croniche il cui tasso di incidenza è stabile, se non in salita, nel caso di HCV il tasso di nuove infezioni è molto basso (e ulteriormente ridotto dal trattamento dei soggetti infetti). Quindi, è realistico e attuabile un programma per il controllo dell’infezione da HCV in Italia. La sua attuazione comporta tuttavia non solo lo stanziamento dei fondi necessari a garantire la copertura economica delle terapie necessarie, ma anche un adeguato supporto dei percorsi sanitari necessari a garantire un efficace ed appropriato intervento terapeutico.

✔ TOSCANA MEDICA - Ad oggi possiamo dire che abbiamo in tutto o in parte risolto il problema dei casi più gravi di malattia? Ed ancora quale evoluzione possiamo attenderci per quelli che ancora non sono stati affrontati?

Fabio VollerVOLLER - Fatta salva la considerazione che dal punto di vista etico la cosa più corretta sarebbe quella di offrire a tutti i malati le migliori opzioni di cura, la domanda non può prescindere dalla questione del già ricordato “sommerso”. È infatti di fondamentale importanza identificare tutti quei soggetti che neppure sanno di essere portatori dell’infezione da virus C, organizzando adeguate campagne di screening, non certamente a livello di popolazione totale ma basate sui dati dell’epidemiologia, che ci indirizzano sostanzialmente verso le classi di età superiori ai 45 anni. Evidentemente in questa azione di selezione dei pazienti, oltre ai flussi dei vari archivi informatici, grande importanza viene rivestita dagli operatori della medicina generale.
A livello regionale è poi necessario garantire la massima uniformità di scelta delle metodiche di screening e della loro esecuzione, al fine di garantire un percorso strutturato il più breve possibile che conduca all’eradicazione della malattia.

Andrea De LucaDE LUCA - A fine marzo u.s. in Toscana erano stati completati circa 4.700 trattamenti con i nuovi farmaci anti HCV, evidentemente tutti casi che sono stati in precedenza attentamente presi in considerazione.
Qui vorrei fare una riflessione. Oltre all’innegabile importanza dei medici di base per l’identificazione dei pazienti infetti, non dobbiamo dimenticare che talvolta i test per la genotipizzazione del virus non sono dotati di grande attendibilità, in particolare nei laboratori più periferici: trattandosi di un momento di capitale importanza per la scelta della cura, credo che queste attività di screening dovrebbero essere utilmente concentrate nei Centri specialistici.
In queste strutture tra l’altro si stanno rivedendo le modalità di lavoro, basandosi sul fatto che gli schemi di cura oggi disponibili sono in generale molto più brevi di quelli usati in passato e che anche il follow-up appare oggettivamente di più facile gestione. Dovendo poi trattare un numero sempre maggiore di soggetti con fasi meno avanzate di malattia per periodi di tempo molto più brevi che in passato, i singoli Centri specialistici riescono oggi a gestire con relativa facilità casistiche sempre più numerose, controllando con efficacia anche gli eventuali effetti collaterali delle terapie.
Io credo che la prima popolazione di pazienti nei quali riusciremo ad eradicare l’HCV saranno gli HIV positivi, fattore estremamente favorevole visto quanto la contemporanea presenza delle due infezioni nello stesso organismo influisca negativamente sia sulla situazione epatica che su quella di tutti gli altri organi.
In Toscana il numero di pazienti HIV+ seguiti dai centri è oggi di circa 6.000 unità con in più una quota di “sommerso”; poco più di un migliaio di queste persone presenta anche la coinfezione con HCV e più o meno 350 attualmente sono stati già trattati. In questa coorte HIV positiva la percentuale di successo della terapia per l’HCV arriva al 96% e questo ci fa ben sperare in una relativamente rapida scomparsa dell’infezione epatica in questa particolare popolazione.

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Alessio NastruzziNASTRUZZI - Per quantificare l’impegno della medicina generale in questo campo, ricordo che nella mia AFT stiamo conducendo uno studio basato sull’esecuzione di test orali rapidi per HIV ed HCV, che devono poi essere confermati dal laboratorio ospedaliero il prima possibile (nella giornata stessa) in caso di positività. Pertanto in caso di positività della conferma il soggetto viene quanto prima preso in carica dalle strutture di riferimento per iniziare il trattamento. La medicina generale a mio parere potrebbe essere assai utile per una medicina di opportunità e/o per partecipare all’esecuzione di screening mirati come ad esempio quelli su soggetti nati dal 1945 al 1965 (i cosiddetti “baby boomers”), quelli HIV positivi, quelli con alterazioni persistenti delle transaminasi oppure sui soggetti con problemi di assunzione di alcool. Concludo sottolineando come, a mio parere, il “sommerso” legato all’HIV non sia ai nostri giorni tanto trascurabile, visto il decremento della curva di attenzione della popolazione nei confronti di questa malattia causato dalla erronea percezione della sua minore pericolosità in virtù delle cure oggi disponibili.
Lorenzo RotiROTI - Nel caso di malattie a così elevato impatto la capacità di lavorare sulla prevenzione primaria e secondaria è fondamentale. Per questo il contesto delle cure primarie orientate alla comunità rappresenta un nodo fondamentale per impattare sull’evoluzione dell’infezione.
La maggior parte dei pazienti con infezione HCV non ha una severa malattia epatica e può essere gestita in sicurezza ed efficacia anche nella fase della terapia.
Le AFT in questo senso rappresentano davvero un’opportunità importante per promuovere un’attenzione più proattiva nel riconoscimento di un rischio e quindi di uno screening su target di popolazione mirati o comunque nelle comunità dove sia maggiore la presenza di persone a elevato rischio (ad esempio quelle a maggior popolazione migrante o più alta prevalenza di consumatori di droghe iniettive). In queste aree sono auspicabili anche programmi di formazione specifici rivolti ai professionisti sanitari delle cure primarie

Andrea De LucaDE LUCA - Forse mi sono espresso male, dato che non voglio certo dire che il problema del “sommerso” oggi non esista più: a livello nazionale infatti si stima una percentuale oscillante tra il 12 e 18%. Nell’intervento precedente mi riferivo alle nuove co-infezioni da HCV che fortunatamente nei nuovi casi di HIV sono molto meno frequenti che in passato, con percentuali scese dal 50% degli anni Novanta del secolo scorso all’attuale 6-7%. Quindi sono poche le co-infezioni HCV/HIV sommerse.

 
 
✔ TOSCANA MEDICA - Si può ragionevolmente pensare che la lotta all’HCV condotta in maniera adeguata, oltre alla scomparsa dei casi già noti, possa impedire del tutto la circolazione del virus e quindi nuovi casi di infezione?

Andrea De LucaDE LUCA - I trattamenti attuali sono sostanzialmente basati su farmaci antivirali, in grado pertanto di eradicare il virus ma non di creare una immunità in grado di difendere per sempre il soggetto, il quale può nuovamente reinfettarsi. Vi sono infatti pubblicati in Letteratura casi di reinfezioni multiple in malati HIV positivi. In Toscana fino ad oggi abbiamo avuto pochissime situazioni di questo tipo con reinfezioni da virus HCV in soggetti tossicodipendenti, nessuno dei quali però con positività all’HIV.

BRUNETTO - I dati prodotti dal SEIEVA (Sistema Epidemiologico Integrato dell’epatite Virale Acuta) indicano come estremamente basso il numero di nuovi casi di HCV (che resterebbe comunque basso anche se vi fosse una sottostima). Ne deriva che l’approccio combinato di appropriate attività di screening e di cure adeguate può davvero garantire un buon controllo della situazione. Quindi il ruolo dei colleghi della medicina generale è fondamentale non solo per l’identificazione dei soggetti che potrebbero beneficiare del trattamento, ma anche per guidarli nel percorso sanitario che li condurrà al trattamento. Tale contributo è fondamentale per garantire serenità al paziente, spesso timoroso di non riuscire ad avere accesso al trattamento. Inoltre il Medico di Medicina Generale può contribuire a garantire corretta aderenza alle terapie, aderenza che è fondamentale per raggiungere il successo terapeutico.

Alessio NastruzziNASTRUZZI - Una domanda forse provocatoria agli specialisti. Una volta che un paziente con infezione da HCV, magari individuato proprio a livello di medicina generale, sia stato inquadrato globalmente in un Centro specialistico, è ipotizzabile che la sua gestione terapeutica sia lasciata oggi alla medicina del territorio proprio in virtù della minore presenza di effetti collaterali di questi nuovi farmaci e anche del relativo più semplice follow-up?

 

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Maurizia Rossana BrunettoBRUNETTO - Io credo che sia necessario creare dei gruppi di lavoro nei quali tutte le competenze utili a garantire l’appropriatezza e la personalizzazione del trattamento vengano condivise e adeguatamente coordinate. In tal modo può realizzarsi una reale condivisione del percorso terapeutico e garantire di trattare al meglio numeri di pazienti sempre più grandi.

 

Andrea De LucaDE LUCA - Un primo passo in questa direzione potrebbe essere rappresentato dal “passaggio” dagli specialisti ai colleghi della medicina generale dei pazienti meno critici che abbiano già terminato il trattamento per un follow-up strutturato e protratto nel tempo.

 

 

Anna Linda ZignegoZIGNEGO - Anche secondo me non si può oggi prescindere dal dialogo partecipato e continuo tra specialisti e medici di famiglia: ben vengano dunque i gruppi multidisciplinari prima ricordati.

 

 

Claudio MarinaiMARINAI - Gli scenari adesso descritti appaiono molto interessanti. Non credo che in futuro si possa prescindere dal progetto di una vera e propria medicina di iniziativa, finalizzata soprattutto alla corretta individuazione dei pazienti.
Non bisogna però dimenticare che alcuni dei protocolli di cura prevedono ancora oggi l’impiego della ribavirina e questo necessariamente chiama in causa lo specialista e non certo il medico di medicina generale. Partendo da questa considerazione potrebbe essere utile costruire dei protocolli “step by step”, che con il tempo e l’apporto di tutti i professionisti possano in un futuro non lontano portare ad un reale decentramento delle terapie.

Alessio NastruzziNASTRUZZI - Personalmente credo che più che di medicina di iniziativa in questo campo si debba parlare di medicina di opportunità. Molte persone che potrebbero rientrare nel “sommerso”, già tante volte ricordato, non sono infatti grandi frequentatrici degli studi della medicina generale e pertanto appare premiante utilizzare questi momenti per affrontare temi come l’HIV e l’HCV.

 

 

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✔ TOSCANA MEDICA - Presentiamo dal punto di vista farmacologico ai nostri lettori i farmaci di più recente introduzione.

Andrea De LucaDE LUCA - Una delle novità delle quali stiamo parlando è l’associazione elbasvir/grazoprevir, molecole che inibiscono il virus in due momenti diversi della sua replicazione. Si tratta di un farmaco che, senza ribavirina, garantisce in 12 settimane il successo terapeutico nel 95 – 97% dei casi in presenza di genotipo 1b, il più diffuso in Italia ed in molti Paesi europei.
In caso di infezioni da altri genotipi virali oppure in presenza di differenti stadi di malattia questi trattamenti possono essere prolungati fino a 16 settimane e può essere necessario associare la ribavirina.
È oggi poi disponibile una combinazione di tre molecole di classi diverse (la cosiddetta “combinazione 3D”) nella quale troviamo paritaprevir (inibitore delle proteasi), dasabuvir (che inibisce le trascrittasi) e ombitasvir (inibitore della proteina virale NS5A). Anche questa associazione, in presenza di genotipi 1a o 1b oppure a seconda dello stadio della malattia, può richiedere la somministrazione di ribavirina.
Nei genotipi 2 e 3, che a fronte delle nuove opzioni di cura presentano una risposta terapeutica leggermente meno soddisfacente, si può impiegare sofosbuvir, in associazione con daclatasvir oppure velpatasvir.

Anna Linda ZignegoZIGNEGO - Vorrei sottolineare un fatto molto importante, rappresentato dalla possibilità di impiego dell’associazione elbasvir/grazoprevir anche in presenza di grave compromissione renale, localizzazione non infrequente di danno in caso di complicazioni extraepatiche dell’infezione da HCV. A tale proposito va ricordato che, nonostante gli indiscutibili ed importanti miglioramenti in tema di trattamento dell’infezione e delle sue conseguenze, non tutto però è sempre così semplice come si potrebbe pensare e tutti noi continuiamo ad incontrare situazioni cliniche di eccezionale difficoltà, spesso complicate da pesanti complicanze extraepatiche del tipo di quelle, come prima ricordato, a livello del rene.

Maurizia Rossana BrunettoBRUNETTO - Sempre in tema di innovazione, ricordo che per ridurre al minimo il rischio di selezionare varianti resistenti in corso di terapia antivirale è necessario combinare i farmaci in funzione della loro potenza antivirale e barriera genetica (numero e tipo di mutazioni necessarie perché il virus acquisisca resistenza nei confronti del farmaco). Fino ad ora esclusivamente sofosbivur (inibitore nucleosidico della polimerasi ad alta barriera genetica) poteva essere combinato con un solo altro DAA. Con la disponibilità di grazoprevir ed elbasvir, per la prima volta è possibile combinare un inibitore della proteasi con un inibitore di NS5A, senza dover aggiungere un ulteriore farmaco. Questo grazie proprio all’elevata potenza antivirale e barriera genetica di entrambe le molecole.

✔ TOSCANA MEDICA - Parliamo adesso della questione dei costi dei nuovi farmaci, nell’ottica della sostenibilità del sistema ed alla luce dei prospettati, notevoli ampliamenti del loro target.

Claudio MarinaiMARINAI - La questione dei costi delle nuove opzioni di cura non è stata improntata alla massima chiarezza dei rapporti tra le pubbliche amministrazioni e le società produttrici ed anche in Toscana si è dovuto aspettare per conoscere il costo dei trattamenti fino a quando non è apparsa chiara la combinazione tra il costo iniziale pagato dal servizio sanitario regionale ed il rientro in termini di payback da parte di alcune companies.
Diciamo che prima delle ultime determine di AIFA un trattamento costava circa 15 – 20.000 euro annui a paziente, cifre adesso scese a 6 – 8.000 euro.
Un problema di non poco conto è rappresentato dal fatto che alcune delle companies che non hanno accettato questo livello di riduzione, e che quindi a breve saranno escluse da AIFA dalla rimborsabilità, sono proprio quelle che producono i farmaci attivi contro i genotipi virali più difficili come il 2 ed il 3.
In termini estremamente sintetici possiamo dire che oggi siamo in presenza di una riduzione dei costi e della volontà di garantire i trattamenti a tutti i malati, anche se si tratta di una situazione in divenire grazie all’annunciato arrivo sul mercato di ulteriori novità farmacologiche a potenza antivirale prospettata molto maggiore rispetto a quella dei farmaci oggi disponibili.

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Lorenzo RotiROTI - Non possiamo che augurarci e auspicare che il sistema sanitario nazionale, pubblico ed universalistico, possa garantire a tutte le persone con infezione da HCV l’accesso alle cure oggi disponibili ed efficaci anche con l’obiettivo finale della eradicazione del virus. Dobbiamo evitare, anche come comunità scientifica, che “i trionfi delle innovazioni farmaceutiche diventino vittorie vuote se queste azzoppano i sistemi sanitari e generano enormi iniquità” (BMJ, 2016).

 

✔ TOSCANA MEDICA - Alla luce di quanto è stato detto finora, è ipotizzabile prevedere un termine entro il quale l’infezione da HCV potrà essere eradicata?

Fabio VollerVOLLER - Si tratta di una domanda alla quale non è possibile rispondere con esattezza, considerato il grande numero delle variabili in causa. Se per quanto riguarda l’eradicazione della malattia il futuro ancora non ci concede grandi certezze, credo invece che ragionevolmente entro tre anni riusciremo a curare al meglio la maggior parte dei malati.

 

 

 

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Articolo collegato: Uno spartiacque nell’uso dei farmaci

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