Come volete morire?

 Alberto Dolara  Laurea in Medicina, Firenze 1957. Specializzato in Cardiologia, 1961. Perfezionamenti: Ospedale Niguarda (Milano) 1968; Hammersmith Hospital (Londra) 1980; NIH (Bethesda, USA) 1983, 1987. Direttore Unità Cardiovascolare, S. Luca-Ospedale Careggi, Firenze, 1979-2002.


Da un blog di Richard Smith, 2014

Alberto DolaraQuale credete sia il modo migliore di morire? Rispondere a questa domanda potrebbe far sorgere a chiunque, operatori sanitari compresi, perplessità e dubbi. Non li ha invece Richard Smith, ex direttore del British Medical Journal, che nel 2014 posta senza esitazioni un blog dal titolo eloquente: “http://blogs.bmj.com/bmj/2014/12/31/richard-smith-dying-of-cancer-is-the-best-death/”. Il titolo, la morte migliore è quella per tumore, ed il contenuto del blog, indubbiamente provocatori, suscitano emozioni profonde e vale la pena di esaminarlo in dettaglio.

Il blog inizia con la descrizione del comportamento di Louis Buñuel, famoso cineasta spagnolo, deceduto per un tumore pancreatico all’età di 83 anni. Buñuel aveva dichiarato di non voler morire in modo improvviso, ma neppure torturato da medici che avrebbero voluto farlo sopravvivere. Anche se era stato un rivoluzionario antifranchista provava pietà per come era morto il dittatore Franco con gli organi che cedevano progressivamente e i medici che cercavano disperatamente di rimetterli in funzione. Secondo testimonianze dirette, negli ultimi momenti il suo rapporto con la morte era stato come quello con una donna, fatto di amore, odio, tenerezza, d’ironico distacco dopo una lunga relazione, e desiderio di non voler perdere l’ultimo incontro, il momento dell’unione.

Smith prende successivamente in esame i vari modi di morire, esclusa la morte per suicidio o quella assistita. Fa presente che scegliendo la morte improvvisa se questa è OK per chi scompare, può essere dura per chi lo circonda. Se proprio la si desidera è consigliabile secondo Smith vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, assicurarsi che tutte le relazioni importanti siano in ordine come pure gli affari e che vengano date istruzioni molto precise sul funerale... magari mettendo le istruzioni su facebook! L’humor dell’Autore si manifesta anche alla fine dell’articolo là dove alla dichiarazione dei “conflicting interests”, scrive: “RS [Richard Smith] morirà, forse presto, ha 62 anni”. Per quanto riguarda la morte per scompenso di organo, respiratorio, cardiaco o renale avverte che vi saranno lunghi ricoveri in ospedale e si dovrà rimanere per molto tempo nelle mani dei medici. Infine la lunga morte per demenza può essere così spaventosa, si è come lentamente cancellati che quando arriverà la fine potrebbe sembrare solo un lieve bacio. Rimane pertanto la morte per tumore e Smith afferma testualmente: ”Potete dire addio, riflettere sulla vostra vita, lasciare gli ultimi messaggi, forse visitare luoghi speciali per l’ultima volta, ascoltare le vostre musiche favorite, leggere poesie d’amore e prepararvi, secondo le vostre credenze, ad incontrare il vostro creatore o a godere dell’eterno oblio”. Conclude affermando ”State lontano dai super-ambiziosi oncologi, e smettiamo di dissipare miliardi per guarire il cancro, lasciandoci potenzialmente morire di una morte più orribile. Riconosco che questa è una visione romantica del morire, ma si può ottenere con amore, morfina e whisky.”

Era scontato che nei numerosi commenti comparsi sul blog predominassero le critiche, tutt’altro che benevole, dettate da un sottofondo emotivo facilmente comprensibile. ”Il blog è considerato “brutale al punto di essere spiritoso in maniera inopportuna”, “stupido ed offensivo” o “spazzatura”; le parole come “tiranne da parte di un medico ritenuto prestigioso”; i pazienti giovani o i familiari di giovani affetti da neoplasie maligne sono “inorriditi da queste affermazioni” e “vogliono le scuse”.

Anche in un blog, molto seguito, comparso successivamente (http://grayconnections.net/2015/01/02/dying-the-best-death-its-not-cancer/), dal titolo decisamente opposto, i commenti sono simili: si sottolinea che la terapia antidolorifica è spesso tutt’altro che efficace, le terapie e la ricerca sono necessarie per prolungare la vita, si descrive l’umanità dei medici che assistono questi pazienti, e così via...

Si può inoltre sostenere che l’atteggiamento del cineasta Buñuel di fronte alla morte, riportato da Smith a sostegno della sua tesi, sia giustificato da chi ha avuto una vita molto intensa, piena d’impegni e soddisfazioni e muore ad un’età in cui la statistica suggerisce che si può accettare la fine senza recriminare. Lo stesso Smith ha un’aspettativa di vita ancora accettabile, è apparentemente in piena attività e anche questo gli permette probabilmente di considerare il problema con un certo distacco ed ironia. È ovvio inoltre che non tutti gli oncologi sono super-ambiziosi e che non si può demonizzare la ricerca scientifica. Rimane tuttavia da valutare con attenzione il messaggio, a mio parere positivo, racchiuso nelle tre parole finali della conclusione del blog, ” amore, morfina e whisky”.

“Morfina” può sottintendere la necessità non solo degli analgesici, ma anche di tutti gli altri presidi terapeutici che migliorano la qualità della vita e mettono il paziente colpito da tumore in condizioni di poter apprezzare ciò che ancora la vita offre (non solo “whisky” ovviamente!). È tuttavia la prima parola che ha il significato maggiore, “L’amor che move il sole e l’altre stelle“, un sentimento talmente potente e dagli innumerevoli significati che conviene esaminarlo dal punto di vista applicativo, quello degli “atti d’amore”. Non viene mai sottolineato abbastanza che l’amore richiede tempo e una testimonianza che sicuramente piacerebbe a Smith, è quella dei Suprèmes, un trio di colore, che negli anni ’60 mietevano successi negli Stati Uniti ed in Inghilterra con la canzone “You can’t hurry love”, ”Non si può metter fretta all’amore”. Per gli operatori sanitari e i familiari il tempo è quello necessario per valutare in modo esteso i problemi personali, familiari e sociali del paziente, ridurne l’ansietà per le procedure diagnostiche e terapeutiche, valutare attentamente l’applicazione di nuovi metodi e tecnologie evitando l’accanimento terapeutico.

Insomma tutto quello che oggi è indicato da una medicina “slow”, un obiettivo tutt’altro che facile a realizzare nell’odierna società dominata da “La fretta che l’onestade ad ogni atto dismaga”, altra splendida definizione dantesca. Negli “atti d’amore” sono compresi anche l’attenzione e l’impegno costante necessari per riconoscere le varie fasi psicologiche che attraversano coloro che sanno di dover morire. Descritte in modo magistrale molti anni fa in uno studio ormai classico della Elisabeth Kübler Ross (On death and dying. McMillan Editore-New York 1969) le avevo riportate in un articolo “Ancora sul problema della morte”, pubblicato nel 1978 sul Bollettino dell’Ordine dei Medici, e mi hanno aiutato nella professione e in occasione di eventi dolorosi familiari. Non sempre sono identificabili, non sempre si succedono con regolarità, possono invertirsi o mancare ed è importante sottolineare che sono attraversate anche da operatori sanitari, familiari o amici che circondano il paziente. Non riconoscerle può rendere difficile o impossibile il dialogo.
La prima consiste nel rifiuto della diagnosi, la seconda in cui il paziente si ribella e comincia a chiedersi “perché a me”?. Segue un periodo di pace in cui vi è contrattazione: in cambio della malattia sono richiesti certi favori o concessioni e può essere utile accettare lo sfogo e contrattare le richieste. L’ultima è caratterizzata dalla tristezza quando chi sa di dover morire si rende conto che sta per lasciare tutto e tutti quelli che ha amato. È la più difficile ad affrontare, non servono modalità banali mentre è di grande aiuto la costante presenza fisica, anche silenziosa, accanto al paziente. Superando questa fase può arrivare l’accettazione della morte.

Possono impedirla due fattori: l’intervento degli operatori sanitari spesso volto a prolungare la vita ad ogni costo e l’assenza di familiari o amici nelle fasi terminali sostituiti da personale tecnicamente efficiente, ma sostanzialmente estraneo alla storia personale di chi muore. Il primo comprende l’accanimento terapeutico e il mancato rispetto delle volontà espresse in vita, il secondo è rappresentato dal dolore per la rottura dei rapporti interpersonali, dolore che può essere superiore alla tristezza della propria morte. Thomas Mann in “Lettera sul matrimonio, 1959” cosi si rivolge alla moglie: ”…quando un giorno le ombre caleranno e sentirò l’angoscia di quanto fu errato, mancato o non fatto, mi conceda il cielo d’averla vicina, la mano nella mia mano, per consolarmi, come cento volte mi ha confortato e sorretto nelle crisi di lavoro o di vita e per dirmi: sta contento, sei stato bravo, hai fatto quel che potevi”.

Qualche anno prima della morte Buñuel, il regista citato nel blog di Smith, aveva dichiarato al suo amico, il romanziere Carlo Fuentes,” Non ho paura della morte. Ho paura di morire solo in una camera d’albergo. Devo sapere di chi sono le dita che chiuderanno i miei occhi”. È un messaggio profondo, ineludibile, è la richiesta di trasmettere, in una staffetta ideale, il “testimone” della vita alle persone amate che rimangono. A loro Sant’Agostino si rivolge con queste parole: “Coloro che ci hanno lasciato non sono assenti, sono solo invisibili; tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime”.

 

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