È possibile lavorare meglio

Carlo Palermo  Vice Segretario Nazionale Vicario Anaao Assomed.


Carlo PalermoIl tema delle liste d’attesa periodicamente riemerge, come un fiume carsico, alla superficie del dibattito politico in sanità. Questa volta è stato il Presidente della Giunta della Regione Toscana Enrico Rossi ad aprire le schermaglie, stigmatizzando in più interviste il rapporto, secondo lui perverso, che esisterebbe tra liste d’attesa e libera professione intramoenia (LPI).
Le liste d’attesa sono una caratteristica strutturale di tutti i sistemi sanitari pubblici ove i pazienti non sono chiamati a pagare la prestazione di tasca propria ed il tempo di accesso ai servizi, e non la disponibilità a pagare, ha il ruolo di trovare un equilibrio tra domanda ed offerta. I tempi d’attesa rappresentano il risultato di fenomeni complessi quali la disponibilità di tecnologie diagnostiche e di terapie sempre più sofisticate, il cambiamento demografico ed epidemiologico in atto con l’aumento di malattie ad andamento cronico che richiedono frequenti controlli clinici, la crescente domanda di salute legata alla maggiore informazione e consapevolezza dei cittadini, ma anche l’influenza che su di essi esercita lo sviluppo di un (super)mercato della salute, esterno al SSN, che marcia indisturbato a grandi passi verso il trionfo inflazionistico della medicina e della medicalizzazione pervasiva della società.
Le leggi vigenti garantiscono il diritto dei medici a esercitare una professione liberale e il diritto del cittadino di scegliersi un medico di propria fiducia in un periodo critico della sua vita. Il SSN offre i servizi, la singola prestazione chirurgica o diagnostica, ma non può sempre garantire quale medico la eseguirà, per ovvii motivi organizzativi, resi ancora più critici dal sistematico de-finanziamento del SSN che ha caratterizzato questi anni di crisi economica. La libera professione intramoenia permette questa scelta.
La libera professione intramoenia rappresenta, a ben guardare, un valore aggiunto per le Aziende sanitarie e la possibilità per gli utenti di acquisire prestazioni diagnostiche e terapeutiche sicure e di qualità, in quanto garantite dal SSN. I dati relativi alla libera professione in regime ambulatoriale indicano come essa rappresenti meno dell’8% dell’attività svolta in regime istituzionale mentre quella in regime di ricovero non supera lo 0,4% (esattamente 31.900 dimessi in libera professione contro 8.900.000 in regime ordinario). L’attività istituzionale è quindi ampiamente prevalente su quella libero-professionale con rapporti molto lontani dai limiti massimi indicati dalle leggi e dai contratti. E francamente, anche in termini di logica matematica, non si capisce come l’abrogazione della LPI possa determinare l’azzeramento delle attese dei pazienti.
La libera professione intramoenia, piuttosto, contribuisce a contenere il fenomeno delle liste d’attesa permettendo l’accesso ad un canale sostenuto dal lavoro aggiuntivo dei professionisti, spesso a costi calmierati e ad imposizione fiscale certa. Inoltre, essa rappresenta per le Aziende sanitarie una delle possibilità per acquisire con proprio personale prestazioni aggiuntive a quelle istituzionali, anche in regime di ricovero, intercettando ed introitando denaro che altrimenti andrebbe ad alimentare il settore privato. In base ai dati pubblicati e riferiti al 2013, l’introito annuale globale è di circa 1,15 miliardi di €, di cui circa 400 milioni € sono incamerati dallo Stato come tasse, mentre la quota a favore delle aziende sanitarie è stata di circa 220 milioni di € (fonte: Osservatorio nazionale per l’attività libero professionale del Ministero della Salute).
Pensare che quello della libera professione sia il meccanismo principale che impedisce agli ammalati l’accesso equo ai servizi è certamente fuorviante. Dove lo mettiamo il rilevante taglio delle risorse destinate al finanziamento del SSN dal 2011 al 2015? I 54 miliardi di tagli calcolati da Cittadinanzattiva non incidono sui diritti dei cittadini? I pensionamenti e le gravidanze del personale senza sostituzione, il massiccio taglio dei posti letto non degradano l’organizzazione dei servizi e non prolungano le liste d’attesa? La non corrispondenza tra bisogni dei cittadini e flussi finanziari centrali si traduce nelle singole Aziende sanitarie in fatti molto concreti: oltre al blocco del turn over, abbiamo le limitazioni degli acquisti di beni e servizi (farmaci, protesi, device, kit diagnostici, kit chirurgici....), il mancato rinnovo delle tecnologie mediche, i ridotti investimenti in formazione del personale. Nessuno ha mai sentito parlare di taglio delle sedute operatorie per mancanza di risorse? Quanto pesa tutto ciò sui tempi d’attesa? Meno del diritto a effettuare la libera professione? E perché mai nessuno ne parla?
È evidente, con l’abolizione della libera professione intramoenia, il rischio di regalare al privato, che si sta attrezzando con prestazioni low cost, quote economiche importanti contribuendo al de-finanziamento della sanità pubblica e di impedire a medici dotati di elevate conoscenze professionali e sofisticate capacità tecniche di metterle a disposizione dei cittadini dopo aver svolto il proprio lavoro istituzionale.
La realtà è che tutti i Dirigenti medici e sanitari del SSN sono stanchi di questo andazzo. Sono stanchi di essere considerati delle trivial machine utili solo alla produzione indistinta di prestazioni sanitarie, sono stanchi di far fronte con una flessibilizzazione estrema delle loro condizioni di lavoro al calo drastico delle risorse. Altro che visione etica della sanità come da più parti prospettato. Qui avanza una sorta di “neo taylorismo” nell’organizzazione dei servizi sanitari, dove il tempo di relazione, l’ascolto del paziente e dei suoi bisogni è considerato un tempo morto. Insomma, dall’“operaio bue” teorizzato dall’ingegner Frederick Winslow Taylor stiamo lentamente ma inesorabilmente passando al “medico bue” o, se si preferiscono le teorizzazioni di McKinlay e Arches, a una condizione di “proletarizzazione” del lavoro medico, intesa come perdita di controllo del professionista sulle proprie condizioni di lavoro. I medici ospedalieri trovano nell’attività libero professionale quell’autonomia e quella gratificazione professionale che oggi le aziende sanitarie mettono in discussione.
È evidente, in definitiva, il rischio di regalare al privato che si sta attrezzando con prestazioni low cost quote economiche importanti contribuendo al de-finanziamento della sanità pubblica e di impedire a medici dotati di elevate conoscenze professionali e sofisticate capacità tecniche di stare sul mercato.
Una politica “tafazziana” in cui a vincere sarà solo chi sta fuori dal sistema. In fondo al tunnel c’è solo il buio di un SSN povero per i poveri.

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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