Salute è anche una scelta

Francesco Cipriani  Direttore dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana, è medico epidemiologo, igienista, gastroenterologo e nutrizionista.


 Considerazioni sull’articolo di Stefanini

Francesco CipraniViviamo sempre più a lungo, ma non sempre in buona salute. L’unica strada al momento identificata dai governi nazionali di tutto il mondo per ridurre o contenere gli anni vissuti con disabilità e con costi familiari e sociali insostenibili, è di intervenire per tempo sui fattori che ci fanno arrivare a fine vita in cattive condizioni. E secondo le migliori conoscenze epidemiologiche ad oggi disponibili, fumo di tabacco, alimentazione non equilibrata e sedentarietà sono quelli con cui ci giochiamo quasi tutto. A differenza di quanto ritenuto dai più, l’inquinamento ambientale ha su tutto questo un ruolo proporzionalmente minore. Dunque, in prima istanza conta molto di più ciò che ognuno di noi sceglie di fare - fumare, mangiare, fare sport, ecc.. - rispetto a quello che non possiamo scegliere, come l’aria che respiriamo. Per questo però ci sono le garanzie e i controlli di organismi credibili ed indipendenti, come ARPAT. La questione importante, sollevata bene da Stefanini, è però cosa significa ”scegliere”. Ed avere a mente che da tanto sappiamo che i più istruiti e benestanti ”scelgono” meglio degli altri, da cui discendono le diseguaglianze di salute che registriamo ovunque. Da ricercatore laico, aperto a soluzioni praticabili, anche se parziali e modeste, non condivido invece la visione un po’ pessimista - forse ideologica - che traspare dal documento, secondo cui le responsabilità individuali delle scelte di vita sono nelle mani di altri, inesorabilmente votati al profitto. Multinazionali e governi dell’economia globale che condizionano le scelte autonome. C’è molto del vero e documentato su questo. Ma preoccupa la visione unilaterale, che rimanda al ”fuori di me” ogni responsabilità sulla determinazione del proprio modo di vivere. Come piace alle culture latine, Italia in testa, sempre pronte a giustificare i propri difetti e rinviare a terzi la responsabilità sulle scelte sbagliate individuali. E le condivisibili argomentazioni del documento, così poste, finiscono per diventare la giustificazione a perpetuare l’italico disimpegno. Per aiutare a cambiare le abitudini, forse anche per la mia formazione medica, preferisco soluzioni ”qui ed ora”, magari imperfette, ad improbabili rivoluzioni sociali dei comportamenti di massa e dei suoi determinanti. Da realizzarsi poi in che tempi? Certo incompatibili con la durata media della nostra vita professionale. Vedo bene, invece, la strategia della ”salute in tutte le politiche”, fatta propria dai governi nazionali e locali di tutto il mondo per ”guadagnare salute”, l’asse portante delle iniziative per ridurre l’impatto della diffusione delle malattie croniche conseguenti all’invecchiamento. Questa strategia, in poche parole, dice che le persone devono essere aiutate a scelte di salute puntando a creare condizioni ambientali favorevoli, piuttosto che investendo sulla ”volontà” dei singoli, generalmente debole e particolarmente debole nei meno istruiti e nei più poveri. Che hanno anche meno ”motivazioni” per scegliere al meglio nella vita. Proprio per le motivazioni ben espresse nel documento di Stefanini. Gli esperti della Evidence based prevention, che in Italia fanno riferimento ad un network avviato con i lavori pionieristici di Eva Buiatti, aiutano i governi a compilare il menù delle politiche che hanno maggiori probabilità di riuscire a favorire con questa strategia le scelte sane nella popolazione. E molto si può fare non tanto con le politiche della sanità, ma con quelle della mobilità, del commercio, dell’agricoltura, dell’istruzione, della sicurezza e così via. Piste ciclabili, mezzi di trasporto pubblici, strade sicure, mercati agricoli locali, prezzi bassi e accessi facili per alimenti raccomandati, prezzi alti, divieti e ostacoli per il fumo, bevande zuccherate e cibi salati, e così via. Tutte e tante cose che si sanno e che si possono fare subito e con alte chance di successo. Serve, semmai, a mio parere, un sano lobbismo scientifico di supporto a queste azioni dei governi, esercitato con documenti circostanziati, metodologicamente chiari, non ideologici, che conciliano, secondo i criteri della fattibilità, interessi collettivi di salute a quelli economici del profitto. E questo è compito dei professionisti dell’igiene e sanità pubblica. Cioè nostro.

 

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