La morte e la medicina

Antonio Panti


Antonio PantiLa morte è l’unica certezza della vita; come disse Bichat “la sola malattia che ha il 100% di mortalità è la vita”. Si muore in tanti modi ma oggi sempre più spesso accade di morire in un contesto sanitario, in qualche modo “sotto controllo medico”. Nonostante i cambiamenti antropologici nel rapporto dell’uomo con la morte, al di là di tutte le discussioni sulla fase terminale della vita, su come ognuno la vorrebbe vivere e sulle direttive anticipate di trattamento, resta il fatto che assai spesso è il medico, con le sue cure che spaziano dal sostegno vitale alla futilità terapeutica, che decide sulla morte. Tuttavia il medico è impegnato a sostenere la vita, a opporsi con ogni mezzo al decorso naturale della malattia e considera la morte una sconfitta. Anche se il codice deontologico è chiarissimo nell’indicare l’obbligo senza deroghe di assistere il morente sedando il dolore, aiutando una fine serena, limitando i sostegni vitali al sollievo della sofferenza, specificando che la sedazione non configura atto eutanasico ma doveroso aiuto, c’è comunque una contraddizione tra la medicina e la morte. Questa è un irrevocabile fatto biologico (a meno di un vero “errore medico”) e quindi a rigore non si può configurare come atto medico. Tuttavia è atto del medico l’assistenza al morente e l’accompagnamento non solo fisico ma psicologico e spirituale alla fine della vita.
La morte conclude la vita e spesso avviene al termine di una lunga malattia contro la quale la medicina ha impegnato tutti i suoi sofisticatissimi mezzi. Il medico è presente fino alla fine, tuttavia la morte è come un atto medico che avviene quasi in un tempo sospeso dell’assistenza sia sul piano clinico, lo sforzo per alleviare le sofferenze, sia sul piano umano, il tentativo di dare senso e accompagnamento. In conclusione esiste una parte di medicina che riguarda ciò che accade quando ormai la medicina curativa, intesa come mezzo artificiale per influire sul decorso naturale della malattia, non ha più niente da offrire. Quindi la medicina e il medico non sono esclusi dall’evento morte, che può avvenire senza il loro coinvolgimento, ma che altrettanto spesso è inserito in un rapporto col paziente e con i familiari, al momento del lutto, che senz’altro rappresenta parte integrante della cura, come appare evidente dal riconoscimento dato alle cure palliative come settore professionale e come modalità di approccio al malato che si avvia al termine della vita.
Non si tratta allora di accettare la morte superando il concetto di fallimento delle cure, ma di ricomprendere questa nel bagaglio dell’assistenza. Insomma l’assistenza al morente rientra tra i compiti del medico e con quale ruolo, diversamente da quello dei familiari o degli amici o di chi si occupa di religione (di spiritualità ovvero di resilienza dovrebbe occuparsi anche il medico)? I modi sono tipicamente sanitari, scritti nel codice deontologico e nella storia della professione: aiutare umanamente, alleviare la sofferenza, lenire il dolore. La buona morte appartiene al medico; ecco perché dovremmo riabilitare in senso medico la parola eutanasia. Ricordando che la deontologia e la legge impongono il rispetto dell’autodeterminazione del paziente a cui il medico non può imporre alcunché, anzi non può intraprendere, e deve interrompere le cure cui il paziente non abbia dato il consenso o abbia espresso dissenso. Quindi anche l’interruzione delle cure fa parte degli atti che il medico compie per garantire al paziente la fine che egli desidera per sé.
Sempre più nella società si manifestano esigenze per dare forma e norma a queste situazioni di fatto. Tutti desiderano l’aiuto della medicina ma temono una sopravvivenza contraria all’idea di dignità che ciascuno ha pensato per sé. La percezione dell’autodeterminazione come libertà personale, che si esige proprio nel momento più drammatico della vita, sempre più si diffonde nella società. Le legislazioni di molti paesi consentono il suicidio assistito o comunque proteggono e sostengono il medico nella sospensione delle cure, nel rispetto della volontà del paziente e della sua visione della dignità del vivere. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensano i medici e i cittadini. Forse il Parlamento ne avrebbe una scossa salutare per cercare un equilibrio tra i diversi valori in campo.

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