Aspetti psicologici della solitudine

Alessandro Bani  Medico chirurgo, spec. in Psichiatria c/o l’Univ. di Pisa, ha pubblicato, oltre che articoli in riviste scientifiche, diversi libri di argomento di Clinica Psichiatrica, tra i quali: La Misura dell’Aggressività (Ed. ETS, Pisa, 2002), La Paura (Ed. Centro Studi Psichiatria e Territorio, 2008), La Menzogna. Clinica Psichiatrica (Ed. Debatte, Livorno, 2014), Fàfner. Lettere Psicoanalitiche (Ed. Pacini, Pisa, 2014).

Lavora presso il Servizio di Psichiatria dell’USL Nordovest, Toscana.

M. Miniati  Psichiatra, Pisa.


Introduzione
Bani AllessandroLa solitudine, come condizione psicologica e fisica, attraversa tutti gli ambienti della vita, dal lavoro alle amicizie, dalla scuola all’anzianità; ogni solitudine porta con sé una storia di sofferenza, un carico di paura e vergogna con sentimenti di inadeguatezza, altre volte anche se più raramente, rappresenta l’affermarsi della propria identità e la forza della vita come un valore assoluto. Gli aspetti della solitudine quindi, sono controversi: da una parte, frequentemente, è vissuta con dolore fino a poter rappresentare un rischio per il benessere e la salute dell’individuo, dall’altra è “elogiata”, da alcuni, per la sua carica di creatività, positività e forza maturativa.

Aspetti della solitudine
Esiste una solitudine subìta ed è quella dell’anziano abbandonato, che non ha risorse economiche o psicologiche per farcela da solo; è quella del giovane che non trova ascolto all’interno della famiglia; è quella della donna, relegata in casa in un ruolo che non riconosce come proprio. Nel corso dell’esistenza ciascuno di noi può sperimentarla e allora ci capita di ritirarci confusi perché a disagio in un mondo che corre veloce, incapaci di stare dietro a tutti i cambiamenti, le ideologie e le norme che si accavallano vorticosamente.
Esiste, d’altra parte, una solitudine creativa perché fluida e dinamica, quando vissuta nel momento giusto ed adeguata alla giusta condizione sia nell’adolescenza che nella età adulta. Si tratta di un sentimento necessario per fermarsi a riflettere su noi stessi, sul significato della nostra vita; creativo, quindi, quando riconosciuto utile per la propria libertà, per approfondire i propri pensieri che altri potrebbero plasmare, ingannandoti.

Solitudine e patologia psichica
Alla base del comportamento di isolarsi possono esserci vissuti adeguati al proprio sentire, alla propria soddisfazione, oppure l’isolarsi può nascondere la paura di stare con gli altri, una paura fobica (Fobia sociale) una paura paranoica (l’altro vuole farti del male: la solitudine, è fuga e quindi rimedio di rapporti interpersonali vissuti come persecutori), una paura dell’esistere (la melanconia). Il soggetto può ripiegarsi su se stesso, rimuginare sulle preoccupazioni più pervasive ed in questo caso la persona non riuscirà a mettersi in sintonia con la realtà: questo meccanismo può rappresentare l’asse costitutivo del vissuto psicotico, “non più scelta elettiva consigliata dalle circostanze, ma difetto, origine della sofferenza e del dolore morale” (Smeraldi 2010).
Esiste, quindi, una relazione tra solitudine e patologia psichica quanto meno per la colorazione maggiore di sofferenza e di disillusione. La “solitudine psichica” è un sentimento che può coesistere con quadri clinici, ma che deve essere differenziata dai sentimenti di una personalità sana. Un sentimento che possiamo intravedere in disturbi affettivi o in disturbi quali la Schizofrenia e la Paranoia ed in Disturbi di Personalità quali lo Schizoide o l’Antisociale. Il sentimento di solitudine può accompagnare ed aggravare problemi di Dipendenze quali quelle da alcol, da sostanze o da internet (ancora non riconosciuta nella nosografia del DSM-5) con la sua comunicazione “anonima ed impersonale”.
Non dovremmo dimenticare poi che la componente di “isolamento” è una delle principali caratteristiche dei Disturbi dello Spettro Autistico (DSA) dove la presenza di un sentimento di solitudine è certamente “inglobato” dalla patologia grave del neurosviluppo che presenta una dimensionalità nelle sue manifestazioni (Bani e Coll.: La Solitudine. 2016).

Solitudine e depressione
Esiste una differenza fra solitudine e depressione: la prima può contribuire a generare la seconda, tuttavia depressione e solitudine non sono la stessa cosa. Nella solitudine, pur nel disagio e nella sofferenza, le persone possono essere spinte a cercare nuovi contatti sociali e relazioni perdute. Una persona affetta dalla malattia depressiva, invece è cristallizzata nella sua condizione, non cerca soluzioni, il suo stato non è modificato dai rapporti con gli altri. La perdita del piacere è globalizzante e l’inibizione è frequente e grave.

Solitudine e psicosi
Alla base della ricerca della solitudine fisica, può esserci la difesa da un’ideazione persecutoria così come un’ideazione di indegnità ed è così che il sentirsi solo può attraversare tutta la psicopatologia, affettiva e non.

Solitudine, timidezza, fobia sociale
Alla base del comportamento di isolarsi e vivere soli possono esserci la personalità ansiosa o comunque con tratti di timidezza, ma anche un vero disturbo come la fobia sociale: la solitudine quindi da scelta libera diventa scelta obbligata, doloroso tentativo di difesa dal timore dell’incontro con l’altro. Risulta importante precisare le differenze in quanto molte persone timide proprio a causa delle somiglianze con la fobia sociale si attribuiscono questo disturbo pur non avendolo. Va precisato che mentre la timidezza rientra nella normalità di un tratto caratteriale, la fobia sociale rappresenta un vero e proprio disturbo con sofferenza, alterazioni comportamentali e sintomi invalidanti. La timidezza può essere definita come un tratto di personalità che può far sperimentare un lieve o moderato imbarazzo nel momento in cui ci si espone, ma non rappresenta un ostacolo nello svolgimento della vita della persona. La timidezza è facilmente individuabile a livello comportamentale: la persona timida cerca di evitare il contatto visivo durante uno scambio verbale, presenta una certa rigidità nella forma del comportamento sociale, adotta un controllo rigido delle proprie reazioni emotive, ha la netta convinzione che i contenuti dei suoi discorsi siano poco interessanti. Tutto questo la conduce ad avere rare relazioni sociali e alimenta la solitudine.

Il Disturbo Evitante di Personalità
È caratterizzato da uno schema di comportamento di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e la tendenza ad evitare le interazioni sociali. Tipicamente i soggetti si presentano come persone che amano stare da sole, talvolta non ammettendo i loro disagi o le paure. Il disturbo evitante della personalità è di solito osservato all’inizio dell’età adulta.

La posizione psicoanalitica
“La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dalla incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti o dal dare valore a certi pensieri che gli altri giudicano inammissibili. Quando un uomo sa più degli altri diventa solitario. Ma la solitudine non è necessariamente nemica dell’amicizia, perché nessuno è più sensibile alle relazioni che il solitario e l’amicizia fiorisce soltanto quando un individuo è memore della propria individualità e non si identifica più con gli altri” (C. G. Jung).
Nella psicoanalisi si evidenzia come la solitudine abbia essenzialmente due valenze, quella negativa, legata alla pulsione di morte e quella positiva che se elaborata armonicamente conduce alla crescita e maturazione individuale.

Neurobiologia della solitudine
La solitudine non è “quello che può apparire ai molti” solo un sentimento indefinibile, astratto e incomunicabile; è qualcosa che può, in parte, essere rappresentato nella nostra organicità e coinvolgere il corpo nella sua totalità strutturale e funzionale. Analizzare la solitudine da un punto di vista neurobiologico vuol dire cercare il riscontro fra tale stato psicologico e quelle “regioni cerebrali” conosciute per l’importanza nei processi sociali, sottolineando il limite di queste ricerche in quanto solitudine non è solo una specifica di “sociale”. La solitudine può modificare l’attività del cervello ed una ridotta attività di alcune parti del cervello stesso (striato ventrale) può stimolare il senso di solitudine.

La solitudine della Rete
Il medico, pur avendo presente le diverse interpretazioni del ruolo di internet sulla mente umana, da una parte demonizzato e dall’altra enfatizzato positivamente facendolo diventare una religione contemporanea, non può scotomizzare le angosce ed i danni denunciati dai genitori a carico dei loro figli risucchiati in un mondo virtuale, soli e derealizzati. In particolare quando vediamo ragazzi chiudersi in se stessi davanti ad uno schermo per ore ed ore immersi in relazioni virtuali e lontane fisicamente. La realtà è sostituita da una virtualità, un nulla che assorbe ogni cosa e che fa sparire aspetti della verità e di umanità (Miniati M., Barsella E.: So quel che dico. 2014).

Consigli terapeutici
Le strategie del medico per aiutare ad alleggerire il disagio creato dal sentimento di solitudine, quando riconosciuto, devono tener presente le caratteristiche di quel soggetto, quale sia la maturità della persona e le risorse psicologiche sane per superare momenti difficili e di sofferenza. La solitudine, non essendo di per sé una malattia, ha bisogno di riflessione, di empatia da parte del medico e dello psicoterapeuta, ha bisogno di vicinanza. I consigli che possiamo dare sono facilmente comprensibili, ma difficilmente vengono messi in atto da parte di un soggetto solitario; tuttavia dobbiamo evitare che la persona solitaria si limiti ad una visione del mondo monotona e grigia con ripercussioni anche gravi sulla vita di relazione e sul proprio benessere.

 

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Questo articolo rappresenta una sintesi del libro: “La solitudine, aspetti psicologici e psicopatologici”, opera dell’autore e dei suoi collaboratori. (Debatte Ed.)

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