Stigma e diagnosi neuropsicologiche di DSA-BES

Claudio Coscarella, Laureato nell’aprile del 1981 con tesi di laurea in clinica neurologica. Specializzazione in Neuropsichiatria Infantile, Firenze 1990. Specializzazione in Psicoterapia Familiare ad indirizzo relazionale e sistemico c/o ITF di Roma e c/o ITF di Firenze dr. De Bernart R.


Claudio CoscarellaLa legge 170 del 2010 per i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) e l’avvento della normativa del MIUR sugli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) ha causato per i servizi territoriali della salute mentale in età evolutiva un incremento esponenziale di domanda di prestazioni diagnostiche (Coscarella, 2015 – 2016).
Il termine appropriatezza in sanità indica sia la qualità della prestazione clinica che l’appropriatezza organizzativa, in sintesi l’efficienza, l’efficacia, il costo di una prestazione ed il livello di soddisfazione dell’utente. Un incremento significativo della domanda di una prestazione segnala comunque una criticità, che bisogna analizzare in termini di appropriatezza al fine di preventivare risorse aggiuntive o programmi di contenimento della eventuale domanda impropria.


L’incidenza trattata dei DSA in un biennio è passata dal 3 al 4% degli alunni.

Il dato segnala un aumento consistente, difficilmente giustificabile a fronte della diminuzione della popolazione scolastica, paragonabile al fenomeno dell’incremento irrazionale degli alunni con handicap (L.104/92), in costante crescita dagli anni 90. Questo ci spinge verso una riflessione sulla scuola come un sistema rigido che auto-alimenta alcune dinamiche interne disfunzionali, quale la richiesta indiscriminata di “certificazioni “ per tutte le situazioni di disagio scolastico.
Il primo aspetto da considerare fra le criticità responsabili dell’aumento dei DSA-BES è la discrasia interpretativa delle norme da parte della scuola, da sempre il principale committente ed inviante di minori ai servizi sanitari. I docenti in presenza di problematiche dell’apprendimento dovrebbero attivare prontamente dei percorsi di recupero didattico. Ma nonostante la chiarezza delle Linee Guida del MIUR e delle Normative ministeriali per i BES, la maggior parte dei docenti ravvisa come primum movens la necessità di una diagnosi neuropsicologica come propedeutica all’attivazione di un percorso di recupero didattico con provvedimenti compensativi e dispensativi (Piano Didattico personalizzato - PDP).
Il secondo aspetto che sostiene questa domanda sanitaria non appropriata è una criticità formativa del personale docente, come dimostra una recente indagine dell’Osservatorio Nazionale di Firenze: nella scuola primaria, solo un insegnante su quattro ha informazioni e conoscenze sufficienti sui DSA. Il dato diventa allarmante se si considera che l’insegnate di scuola primaria è la figura professionale che prima fra tutte si trova sul fronte delle problematiche dell’apprendimento.
Appare dunque impellente un salto culturale della scuola e della sanità verso una prospettiva di intervento sinergico ed inter-istituzionale. I servizi per l’età evolutiva dovrebbero orientare la loro missione verso lo sviluppo di una scuola per l’inclusione, cooperando in progetti e programmi (screening, formazione, sportelli e counseling) a valenza educativa e preventiva. Difatti la scuola appare essere troppo ancorata ai risultati della verifica “carta e matita” e del voto, quando l’evidenza palesa che tanti alunni con DSA-BES, nonostante provvedimenti dispensativi e compensativi, non riusciranno comunque a tenere il passo curriculare della classe. Se di riflesso per questi alunni la sanità risponde al loro bisogno con etichette diagnostiche e con operatori espertizzati in algoritmi nosografici di disturbi e di malattie, si stigmatizzano i bisogni educativi speciali in sintomi e sindromi confinando i percorsi di apprendimento degli alunni BES dentro gabbie curriculari prefissate.
Operatori sanitari e docenti sono in prima linea nell’affrontare i mutamenti demografici e antropologici del loro territorio, per comprendere problematiche emergenti di una platea di utenti-studenti molto disomogenea per motivazione e potenzialità di apprendimento. Molti di questi minori, impropriamente inviati ai servizi sanitari da parte della scuola e della famiglia, presentano uno svantaggio culturale ed un disagio scolastico difficilmente recuperabile. Allora proprio come accadde nella scuola degli Anni Sessanta, con l’aumento delle classi speciali riconducibile all’avvento delle équipe psico-medico-pedagogiche (dalle 5000 classi del 1965 si passò alle 10.000 del 1970), un intervento non appropriato dei (neuro-psico) specialisti potrebbe causare un fenomeno analogo. La platea di minori etichettati potrebbe portare a differenziare all’interno di ogni classe raggruppamenti numericamente sempre più consistenti di alunni DSA-BES ed i loro programmi di recupero diventare un unico Piano Didattico Personalizzato, uguale per tutti quale percorso didattico “differenziato e stigmatizzato” all’interno della stessa classe, con l’eclissi definitiva della scuola dell’inclusione.
Con questo panorama all’orizzonte sarebbero necessarie risorse di personale scolastico formato e di operatori sanitari sbilanciati verso una medicina d’iniziativa a vocazione preventiva, capace di varare programmi di intervento inter-istituzionali. Invece sotto la vorticosa spinta alla razionalizzazione delle risorse in tutto l’ambito sanitario italiano, i servizi territoriali per la salute mentale dell’età evolutiva sembrano ridursi ad ambulatori a prestazione, che rappresentano proprio il primum movens del cortocircuito improprio di amplificazione della domanda non appropriata e di risposte diagnostiche medicalizzanti, stigmatizzando in disturbi e malattie codificate dai manuali di neuropsichiatria dell’età evolutiva il diffuso disagio scolastico e sociale presente (e forse dilagante) nelle nostre scuole.

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