La formazione medica: 
criticità nella programmazione 
e nell’accesso al Corso 
di Laurea

Giovanni Antonio Silverii, medico chirurgo dal 2013. Per due mandati rappresentante degli studenti in Consiglio di Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze. Dall’agosto 2013 iscritto alla Scuola di Specializzazione in Endocrinologia e Malattie del Ricambio dell’Università di Firenze. Dal 2014 collaborazione con Federspecializzandi.

Giovanni Antonio SilveriiIl Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia prevede l’accesso a numero programmato (L n.264/1999), con numerosità stabilita ogni anno da un decreto del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), in base al fabbisogno stimato da Regioni e Ministero della Sanità. Per il triennio 2013-2016 la Regione Toscana prevede una numerosità per il Corso di Medicina e Chirurgia di 770 studenti annui. Nel 2015, però, in Toscana sono stati banditi 832 posti per medicina: perché Il MIUR stabilisce una numerosità intermedia tra il fabbisogno stimato, e l’offerta formativa degli Atenei, più alta del fabbisogno 
(cfr. DM n. 517/15).
Ogni Ateneo riceve parte della sua quota di finanziamento in proporzione agli studenti iscritti, “pesati” in base al Corso di Laurea. Medicina è tra quelli con un “costo standard” più elevato, e il meccanismo porta ciascun Ateneo a dichiarare una ricettività molto alta. Negli ultimi anni Il ripetuto accoglimento di ricorsi contro i risultati del test d’ammissione ha portato all’ingresso in soprannumero di migliaia di studenti, complicando ulteriormente il quadro.
Il numero chiuso in Medicina è previsto nella maggior parte dei Paesi Europei. In Spagna e Germania la selezione comincia alle Scuole Superiori, in Francia avviene dopo il primo anno del Corso, nel Regno Unito con quiz che valutano aspetti psico-attitudinali. In Italia si utilizza un quiz a risposta multipla su domande di logica, cultura generale e materie scientifiche.
Il numero chiuso è un argomento dibattuto. Dovrebbe garantire a chi accede un’alta qualità della formazione, e una garanzia di sbocchi professionali dopo la laurea. Limita però la libertà di seguire le proprie inclinazioni. Controversa la modalità di accesso, che si è dimostrata anche vulnerabile di fronte alle scorrettezze dei candidati e a ricorsi basati su questioni formali. Molti studenti italiani si iscrivono alle Facoltà mediche di Paesi che non prevedono il numero chiuso, cercando poi la convalida del titolo in Italia.
Alla radice del problema, l’abnorme numero di iscritti al test d’ingresso a Medicina: nel 2014 64.000 candidati (il 23% dei maturati). È possibile che manchi un efficace orientamento? In effetti nel 2015 i candidati si sono ridotti a 60.639, dopo la somministrazione di un questionario di autovalutazione ai candidati.
In generale, l’Italia è uno dei Paesi europei con meno laureati, e tuttavia uno di quelli con maggior disoccupazione ed emigrazione tra i laureati: è la nostra economia a non puntare sul personale laureato. I laureati sono pochi nei settori legati alle attività produttive, mentre sono nella media le Professioni classiche, come Giurisprudenza e Medicina; la cui attrattività quindi potrebbe dipendere anche dalla carenza di alternative. Forse il numero chiuso stesso causa un effetto paradossale di maggior attrattività, generando nei candidati la falsa aspettativa di un lavoro sicuro.
La battaglia contro il numero chiuso viene presentata come confronto tra difesa di privilegi corporativi e apertura della professione alla concorrenza. D’altra parte in medicina la concorrenza confligge con la predominanza della sanità pubblica, ed è limitata dalle caratteristiche della professione. L’aumento indiscriminato del numero di medici può ridurre il loro potere contrattuale; ma anche accentuare il fenomeno della creazione di bisogni sanitari fittizi.
È possibile che in futuro il test d’accesso possa essere sostituito da metodi di orientamento più strutturati e progressivi. La premessa necessaria è una programmazione affidabile e rigorosa, che chiarisca agli studenti quali sono le possibilità lavorative. Vi sono difficoltà intrinseche nella programmazione: lunga durata della formazione, (10-13 anni); variabilità nell’entità del turnover al variare dell’età della pensione, dei vincoli di bilancio nelle assunzioni, dell’evoluzione del sistema sanitario, del peso del settore privato. La stessa stima di 770 studenti annui è forse eccessiva, perché si basa sulla piena sostituzione del personale medico attuale (figlio della “pletora medica” dei decenni passati), che alcune stime considerano sovradimensionato rispetto agli 
standard internazionali. Queste criticità devono essere affrontate con scelte politiche chiare e di lungo periodo sull’organizzazione della Sanità italiana. Deve esserci poi maggiore armonizzazione tra Sistema Sanitario e Università nella programmazione dell’offerta formativa. Il percorso formativo deve essere più breve, più selettivo, e più flessibile nel passaggio ad altri Corsi di Laurea affini nei primi anni, per consentire allo studente una verifica continua della corrispondenza tra aspirazioni personali e realtà.

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