Valutazione del merito 
nella ricerca scientifica. Articoli “perduti” 
e “bellezze addormentate”

Alberto Dolara. Laurea in Medicina, Firenze 1957. Specializzato in Cardiologia, 1961. Perfezionamenti: Ospedale Niguarda (Milano) 1968; Hammersmith Hospital (Londra) 1980; NIH (Bethesda, USA) 1983, 1987. Direttore Unità Cardiovascolare, S. Luca-Ospedale Careggi, Firenze, 1979-2002.

Alberto Dolara

Il cammino della conoscenza, la cui esigenza umana è espressa mirabilmente dal nostro grande poeta Dante Alighieri, “Nati non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”, non è sempre facile. Nei secoli scorsi l’incomprensione per le scoperte hanno avuto talora esiti tragici quali l’abiura di Galileo di fronte alla tortura o il rogo per Michele Serveto, che aveva descritto per primo la circolazione polmonare e venne processato per eresia. In tempi moderni l’ipervalutazione dei risultati di una ricerca, alla quale conseguì anche un premio Nobel, ha portato al contrario a risultati devastanti per migliaia di pazienti lobotomizzati. Una delle difficoltà principali nella valutazione del merito delle pubblicazioni scientifiche è attualmente rappresentato dal loro numero elevato circa un milione ogni anno quelle recensite da Medline nel 2010 per le scienze mediche. Una misura ampiamente usata è rappresentata dalle citazioni (dal latino citare =muovere fortemente, chiamare, invitare, far venire, e dal latino tardo citatio-onis), ottenute da una pubblicazione. Sulle citazioni sono stati elaborati indici più o meno complessi, spesso soggetti a critiche. L’argomento è stato ampiamente dibattuto, ma due pubblicazioni molto recenti, riassunte dei riquadri A e B, evidenziano aspetti del problema meno conosciuti.
Nel riquadro A è riassunto lo studio di 
Ranasghen et al pubblicato nel 2015 sugli articoli “perduti”. Gli Autori hanno riscontrato che circa metà degli articoli comparsi nelle riviste cardiovascolari, sottoposti a peer review e quindi ritenuti meritevoli di pubblicazione, risultavano scarsamente citati nei cinque anni seguenti. Una notevole percentuale di essi non aveva mai ricevuto una citazione. Inoltre la percentuale delle riviste scarsamente citate variava dall’1% al 100%. Secondo gli Autori ciò è spesso una conseguenza della nota regola “pubblica o perisci”, tuttavia gli effetti sono dannosi e fanno riflettere sulle inefficienze delle iniziative nella ricerca cardiovascolare. Vi sono inoltre dati che indicano l’esistenza di un’elevata percentuale di “articoli perduti” non solo in questo settore, ma anche in altre discipline scientifiche.
Nel riquadro B, sono riportati i dati principali dello studio di Ke et al, dello stesso anno dal quale proviene una consolazione, anche se parziale per i dati soprariportati, con il riscontro delle “bellezze addormentate”. Si tratta di articoli scientifici la cui importanza non è riconosciuta per diversi anni dopo la pubblicazione ma che è seguita, dopo un lungo periodo d’ibernazione, da un picco di popolarità. La definizione, coniata da Van Ran nel 2004 che le aveva studiate con un approccio bibliometrico, viene ripresa da Ke et al. i quali ritengono che la relativa scarsità evidenziata da studi precedenti dipende probabilmente dai metodi d’identificazione. Inoltre se molti casi possono essere ritrovati guardando ai dati bibliografici mono-disciplinari, il fenomeno diventa molto più manifesto con l’analisi dei dati multidisciplinari. Infatti molti articoli hanno acquistato importanza ritardata, ma eccezionale in discipline diverse da quelle nelle quali erano stati originariamente pubblicati. Secondo gli Autori esiste una caratteristica complessa delle dinamiche delle citazioni che ha finora ricevuto scarsa attenzione ed emerge anche un’evidenza empirica contro l’uso di una valutazione numerica a breve termine delle citazioni nella quantificazione dell’impatto scientifico.
L’irrompere delle moderne tecnologie, in particolare con l’intervento di Internet inserisce il problema delle citazioni e della valutazione del merito della ricerca scientifica in un ambito più vasto. Nel 2010 nasce l’altimetria che prende in considerazione oltre al numero usuale di citazioni ricevute da una pubblicazione, altre forme d’impatto come le referenze contenute nella conoscenza di base, i riscontri su Internet, le riviste Open Access e le loro citazioni sui media sociali ed altri canali come i blogs di alto profilo o siti web come Wikipedia. Nel 2013 la San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA), alla quale hanno aderito numerose ed importanti organizzazioni sanitarie degli Stati Uniti, richiama le istituzioni, chi pubblica le ricerche ed i finanziatori a cessare di usare misurazioni basate sulle riviste come l’Impact Factor, basato sulle citazioni, come criteri per valutare i contributi del ricercatore e prendere su queste basi decisioni quali le assunzioni, i mantenimenti in ruolo, le promozioni e la destinazioni dei fondi, ma piuttosto a considerare un ampio range di misure per misurare l’impatto e focalizzare il contributo scientifico delle pubblicazioni individuali.
La velocità con la quale si diffondono oggi i dati disponibili suscita, come per una ”legge di contrappasso”, la nascita di una serie di movimenti secondo i quali è opportuna una valutazione dell’attività scientifica più ponderata, più lenta. Eugene Garfield, fondatore nel 1955 dell’Istituto dell’Informazione Scientifica, nato proprio per diffondere le conoscenze scientifiche mediante lo studio delle citazioni, scrive trentacinque anni dopo, nel 1990, un articolo dall’eloquente titolo: “Fast Science vs. Slow Science, or Slow and Steady Wins the Race”,”Ricerca rapida verso quella lenta ovvero come lento e persistente vincono la gara”. Riferendosi alla lentezza con cui procedeva la ricerca sull’AIDS in quel periodo rispetto alle aspettative fa presente la necessità che la comunità scientifica debba fare il possibile per cambiare le percezioni e le aspettative del pubblico su come lavora la scienza, su ciò che non è capace di ottenere e sul tempo richiesto per vincere la gara. In altri termini e conclude ,”la ricerca scientifica è una maratona e non uno sprint”. Una considerazione che potrebbe essere applicabile all’attuale pressante richiesta di applicazioni cliniche delle ricerche genetiche. A Berlino viene fondata nel 2010 la Slow Science Academy: gli scienziati che vi aderiscono affermano di non essere affatto contrari al modo di diffondersi della scienza moderna, ma sottolineano che per il loro lavoro è necessario tempo per pensare e riflettere. Nel 2011 l’antropologo Joel Candau lancia un appello per la fondazione di una Slow Science in Francia, affermando che la “Fast Science, come il Fast Food, privilegia la quantità sulla qualità”.
Per quanto riguarda la pratica clinica l’invito a lentezza e saggezza nasce con la Slow Medicine in Italia nel 2010, un movimento che si batte per una medicina sobria, rispettosa e giusta. Negli Stati Uniti Choosing Wisely, una iniziativa dell’American Board of Internal Medicine Foundation del 2011, incoraggia medici, pazienti ed altri addetti alla sanità a ripensare e discutere gli esami e le procedure mediche che possono non essere necessarie ed anche dannose. La “saggezza” indicata da questi movimenti richiede tempo e calma considerazione, condizioni indispensabili a medici ed operatori sanitari per valutare il reale merito delle ricerche prima di applicarle ai pazienti.

Riquadro A

Rnasinghe I et al, “Poorly cited articles in peer-reviewed cardiovascular journals from 1997 to 2007: analysis of 5-year citation rates” Circulation 2015;131:1755-62.
Gli Autori hanno identificato gli articoli originali pubblicati nei giornali cardiovascolari e indicizzati peer-reviewed nel data base Scopus dal 1997 al 2007 e definito quelli scarsamente citati con <= 5 citazioni nei 5 anni seguenti la pubblicazione e come riviste scarsamente citate quelle che avevano> 75% del contenuto scarsamente citato. Degli articoli pubblicati, 164.3377 in 222 riviste cardiovascolari, con un aumento in quel periodo rispettivamente del 56.9% e del 75.2, ben 75 550 (46.0%) avevano ricevuto una citazione scarsa e di questi 25 650 (15.6% del totale) non era mai stato citato. Per quanto riguarda le riviste il 44% di esse aveva oltre tre quarti del contenuto del giornale scarsamente citato.

 

Riquadro B

Ke Q et al. (“Defining and identifying sleeping beauties in science”. Proc Natl Acad Sci 2015;112:7426-3) hanno effettuato un’analisi sistematica, su larga scala e multidisciplinare del fenomeno delle “bellezze addormentate”. Hanno esaminato 22 milioni di articoli scientifici pubblicati in tutte le discipline delle scienze naturali e sociali per oltre un secolo e riscontrato uno spettro continuo di ritardato riconoscimento quando sia il periodo d’ibernazione che quello dell’intensità del risveglio vengono presi in considerazione. Le “bellezze addormentate” più frequenti si trovano nel campo della fisica e della chimica, ma sono state riscontrate anche nella medicina generale, chirurgia, biologia, ecologia, biologia molecolare e neuroscienze. Lo studio ha evidenziato che non si tratta di un fenomeno eccezionale.  

 

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Ke Q et al. (“Defining and identifying sleeping beauties in science”. Proc Natl Acad Sci 2015;112:7426-3) hanno effettuato un’analisi sistematica, su larga scala e multidisciplinare del fenomeno delle “bellezze addormentate”. Hanno esaminato 22 milioni di articoli scientifici pubblicati in tutte le discipline delle scienze naturali e sociali per oltre un secolo e riscontrato uno spettro continuo di ritardato riconoscimento quando sia il periodo d’ibernazione che quello dell’intensità del risveglio vengono presi in considerazione. Le “bellezze addormentate” più frequenti si trovano nel campo della fisica e della chimica, ma sono state riscontrate anche nella medicina generale, chirurgia, biologia, ecologia, biologia molecolare e neuroscienze. Lo studio ha evidenziato che non si tratta di un fenomeno eccezionale.