È possibile evitare le bufale?

Susanna Cressati, giornalista. Dal 1977 al 1999 cronista e inviata della redazione toscana de l’Unità, si è successivamente dedicata ai temi socio-sanitari. Per tre anni è stata Ufficio Stampa dell’Aou Meyer. Dal 2004 al 2014 ha lavorato presso l’ufficio stampa della Regione Toscana, prima come responsabile del settore sanità e dal 2010 al 2014 come direttore.


Susanna CressatiScrive Niccolò Machiavelli, nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, che “se le repubbliche e le sette (cioè i partiti e le organizzazioni civili odierne) non si rinnovano, non durano. E il modo di rinnovarle è di ricondurle verso i princìpi loro”. Penso che questa considerazione possa valere anche per le professioni, come quella del giornalista.
È indubbio infatti che le tecnologie che ancora oggi chiamiamo “nuove”, benché si siano affermate ormai da parecchi lustri, stanno radicalmente cambiando l’organizzazione complessiva dell’industria dell’informazione e che questo mutamento trascina con sé le caratteristiche, le tecniche, la deontologia del lavoro giornalistico. Ma è altrettanto chiaro che un processo di trasformazione di questa professione, che ne salvaguardi le specificità, l’identità, e perfino la necessità, non può che farsi guidare dai “princìpi”, ossia dai suoi stessi elementi costitutivi e fondanti, tra i quali occupano un posto preminente la responsabilità, la trasparenza, la precisione, la completezza e, ultimo ma non meno importante, il lavoro di verifica.
Tutto questo è particolarmente evidente se ci fermiamo ad analizzare il ruolo dell’informazione in campo medico e sanitario, come abbiamo fatto in molte occasioni, ultima quella organizzata il 18 ottobre scorso dall’Associazione 
AMMI nella sede fiorentina dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri e dedicata al tema, di grande attualità, del calo delle vaccinazioni e dell’ampia diffusione sui media di messaggi negativi relativi ai vaccini.
Che fare, ci si è chiesti, per invertire anche nel campo dell’informazione, una tendenza sempre più preoccupante? Quale alleanza possono stringere i due comparti (quello sanitario e quello dell’informazione) per far prevalere le ragioni della razionalità e della scienza su quelle della diffidenza, della paura, della sfiducia? Di quali nuovi strumenti dobbiamo dotarci per contrastare queste tendenze negative sul terreno in cui sembrano destinati a dominare, i web e i social network?
Da quest’ultimo punto, dove si informano le famiglie, è forse utile partire per disegnare poi una strategia di comunicazione. Dati sufficientemente recenti confermano l’esperienza: è proprio il web a costituire la fonte crescente di informazioni nel nostro paese, in generale, per la sanità e ancora più specificamente per quanto riguarda il tema dei vaccini.
Qualche dato. Benché su un campione di 12 nazioni (Francia, Germania, Giappone, Brasile, Irlanda, Italia, Inghilterra, Spagna, USA, Danimarca, Australia, Finlandia) per quanto riguarda il consumo dell’informazione digitale l’Italia sia stata indicata come il paese con la più scarsa penetrazione della rete (fonte “Digital News Report 2015” del Reuters Institute for the Study of Journalism), nel nostro paese è in continua crescita il ruolo di Internet, a discapito dei giornali, in crisi conclamata.
La search (66% degli intervistati) e i social (33%) stanno diventando in maniera prepotente la porta di ingresso ai siti web delle testate di informazione, mentre l’editoria ha cominciato a proporre le news direttamente sui social (Instant Articles) o a creare flussi informativi specifici (Signal).
Secondo l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni Agcom (2104) gli italiani si informano ancora quasi totalmente tramite la TV (80%), i giornali segnano il passo (44%), mentre crescono internet (40%), Google (21,5%) e i social (8,1%, di cui solo Facebook 7,5%). Ma secondo il Censis, Facebook è la prima fonte di informazione per il 71% degli under 30 anni. L’Italia è tra le nazioni in cui le persone hanno una maggiore propensione ad utilizzare i social network per la fruizione dell’informazione.
In larghissima crescita l’utilizzazione della messaggistica istantanea (WhatsApp) per ricevere notizie e la fruizione di video come fonte di informazione.
Per indagare il campo specifico dell’informazione sui vaccini, nel 2014 il Censis ha svolto una ricerca coinvolgendo 1000 genitori (22-55 anni). Meno della metà dichiara di reperire informazioni sui siti istituzionali, il 42% sul web, il 48,6% sui social, il 27,2% su forum e blog. Il 70% è convinto di saperne molto o abbastanza sul tema e il 7,8% sceglie di non vaccinare proprio in base alle informazioni reperite in rete. Una battaglia per la corretta informazione va dunque condotta là dove la “cattiva” informazione si diffonde con maggiore ampiezza e rapidità e, quindi, secondo questi dati, la professionalità giornalistica applicata al web e capace di massimizzarne gli indubbi benefici, che affiancano gli inevitabili rischi, assume una importanza strategica.
Ma le cose sono tutt’altro che semplici. Prendiamo il caso della lotta alle “bufale”, termine giornalistico con cui vengono pittorescamente definite le bugie, le notizie false o inventate, e che può a buon diritto essere affibbiato a molte notizie circolanti in tema di vaccini. A dicembre il Washington Post ha sospeso la rubrica “What was fake this week”, condotta da Caitlin Dewey, specializzata nello smascheramento delle bufale. Pare che a decretarne la chiusura sia stata una ricerca realizzata dal CSSLab dell’IMT di Lucca, una struttura che si occupa di scienze sociali computazionali. Secondo la ricerca, che ha studiato il comportamento di due gruppi di utenti statunitensi posti di fronte a vari tipi di notizie e bufale, ogni tentativo di sbugiardare queste ultime sarebbe inutile. Errori, “analfabetismo funzionale”, sfiducia nelle istituzioni, combinati con l’enorme quantità di informazioni a disposizione e con il ritmo con cui si affastellano in rete, cospirerebbero per rendere inutile ogni tentativo di affermare con successo la ragionevolezza critica e scientifica.
Non tutti però sono convinti dell’ineluttabilità e dell’invincibilità delle bufale. Alcuni autorevoli debunker (sbugiardatori di bufale) nostrani, come gli autori di Disinformatico, Bufale.net e Butac.it (Bufale-un-tanto-al-chilo) interpellati dalla Stampa di Torino, hanno sostenuto l’utilità di fare “bene” il debunking, se non altro per orientare in direzioni corrette la grande “terra di mezzo” dei dubbiosi e di coloro che sono indecisi se prendere per buono tutto quello che i social propinano in abbondanza (Smascherare le bufale on line non è inutile, ecco perchè, di Chiara Severgnini, 17 marzo 2016).
I giornalisti si stanno attrezzando. È del marzo 2015 la versione italiana di un utilissimo libro di Craig Silverman, giornalista-imprenditore, fondatore di Regret the Error, un blog del Poynter Institute che si occupa di errori, accuratezza e verifica nel giornalismo. Nel suo “Bugie, bugie virali e giornalismo” (scaricabile gratuitamente da Internet) Silverman riconosce che la tecnica del debunking è ai primi passi, ma non per questo rinuncia ad affinarne gli strumenti. Anche sulla base di ricerche condotte sul campo (e non a caso una di queste riguarda proprio i vaccini) mette a fuoco alcuni dei fattori cognitivi-comportamentali che provocano distorsioni sistematiche del giudizio e che rendono difficile la correzione delle bufale e della disinformazione, e propone metodi, tecniche e buone pratiche che hanno l’obiettivo di opporre una strategia virale di verità alle strategie virali di falsità, inserendosi nei flussi di condivisione con una verifica delle storie.
Entra qui in campo uno dei quei “princìpi” e fondamenti della professione giornalistica di cui parlavamo all’inizio e a cui occorre tornare per realizzarne il rinnovamento: la verifica. È recentissima la traduzione italiana di un libro prezioso per i giornalisti, il “Verification Handbook”, il manuale della verifica dei contenuti digitali (scaricabile gratuitamente da Internet) realizzato da una squadra di autori su impulso dell’European Journalism Centre, che offre spunti teorici e pratici per passare sotto la lente video, immagini e contenuti generati dagli utenti dell’universo digitale. Proprio quell’universo che, pur arricchendo (e questo è senza dubbio un fattore positivo) in maniera mai accaduta prima il processo di creazione delle news, ha anche reso più semplice manipolare contenuti o crearne di nuovi (e falsi) a scopi propagandistici. Una nuova frontiera che parte dalla convinzione che la verifica sia l’essenza del giornalismo, e che si appoggia su un antico adagio che i vecchi cronisti ripetevano ai novellini: “Se tua madre dice che ti vuole bene, controlla».
Alla fin del salmo, è una questione di democrazia. Nel suo (anche questo fresco di stampa) “Chi ha paura dei vaccini?” (Codice edizioni, Torino 2016) lo storico della medicina Andrea Grignolio avverte che “la cittadinanza sarà sempre più esposta a un carico informativo su questioni cruciali relative a scelte sanitarie, lavorative, economiche e politiche; tematiche delicate, in merito alle quali verrà informata attraverso i media e il web, dove ondeggia una marea indistinta di informazioni vere, finte, manipolate, contraddittorie e soprattutto potenzialmente rischiose. Se nei prossimi decenni non acquisiremo gli strumenti cognitivi per orientarci in un simile dedalo informativo, metteremo a repentaglio lo sviluppo della società e la tenuta stessa della nostra democrazia”. In prefazione la chiosa di un giornalista, Riccardo Iacona (proprio quello di Presa diretta): “In fondo scienziati e giornalisti hanno un campo narrativo che li accomuna: la ricerca della verità o, per meglio dire, di una verità alle condizioni storiche date”. TM

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In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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