Disagio psichico e fanatismo


Alessandro Bani
Laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato in Psichiatria presso l’Università di Pisa.  Vive a Livorno. Attualmente lavora come Dirigente Medico presso l’Ospedale della Versilia. Particolarmente interessato nello studio delle condotte auto ed eterolesive. Ha scritto alcune monografie e libri scientifici e di divulgazione scientifica formativa. Ha pubblicato oltre 100 lavori scientifici.

M.Miniati, Psichiatra, libero professionista, Livorno

Noi psichiatri veniamo spesso interrogati da gente comune e da colleghi circa il fenomeno dei terroristi suicidi. La domanda è più o meno la solita: “sono matti o no”? Questione attuale e di grande impatto nell’opinione pubblica riguarda la possibilità che i terroristi, ed in particolare quelli che si suicidano, siano malati psichici. Infatti sembra impossibile che persone “nel pieno possesso delle loro facoltà mentali” decidano di morire per sacrificare a loro volta altre persone, spinti da un credo religioso o ideologico. Si prospettano modalità di approccio al problema e possibili strategie di fuoriuscita da suggerire ai familiari di chi cade nella rete dell’indottrinamento.

Parole chiave: fanatismo, terrorismo, suicidio, comunicazione, psicopatologia

Alessandro Bani

Sono molte le opinioni riportate, nei giornali e nei social a riguardo dei terroristi suicidi. Spesso gli interventi degli esperti a questo proposito vengono riportati non sempre con esattezza (se si estrapola una frase, a esempio, il concetto voluto può esserne stravolto). D’altronde l’eterogeneità delle risposte è segno della complessità del fenomeno e per avere una visione quanto più completa dovremmo sempre integrare le varie fonti di informazione. C’è da chiedersi poi chi debbano essere considerati “gli esperti” di questo fenomeno: i sociologi? I politici? Gli psicologi? Gli psichiatri? Nel quesito di fondo, e cioè se i terroristi suicidi siano malati psichici, ci sono due aspetti da evidenziare separatamente: terroristi e suicidi, e solo secondariamente i due aspetti insieme, prospettando così un fanatismo di fondo. Noi psichiatri, in quanto medici, dovremmo sempre partire dall’analisi e dalla conoscenza del singolo soggetto e solo 

dopo “tentare” una valutazione più ampia basata su studi importanti, per non scadere in una semplice opinione. Ancora oggi si parla di suicidio anomico, altruistico, passionale, patologico, allargato, razionale, mistico, oblativo, ed altri ancora, per evidenziare molteplicità di tipologie ma non spiegano niente se non quella che è ipotizzata la causa o il motivo (che ovviamente nessun suicida ci può più comunicare). Questo per dire che se non si conosce la persona prima che compia il gesto è quasi impossibile farne dopo una valutazione. Comunque non si può escludere a posteriori il dubbio riguardo alla presenza o meno di un disturbo psichico.
Dobbiamo chiederci soprattutto, e non per i capi, che non si suicidano, ma per gli adepti, che eseguono, se siano stati condizionati, suggestionati, ricattati, imbrogliati o altro.
La questione è molto complessa. Da una parte non si può fare di tutta l’erba un fascio e affermare che tutti i terroristi siano consapevoli delle loro azioni, perché non sono malati di mente ed in termini giuridici non presentano “infermità psichica”, come affermano studiosi quali Simon Wessely (2016). D’altra parte non si può neanche affermare che i terroristi siano tutti vittime di plagio, in quanto soggetti psichicamente fragili e vulnerabili, portatori di “deficienza psichica”1 e quindi non del tutto capaci di intendere e di volere.
Le tecniche di “radicalizzazione” messe in atto dai reclutatori della jihad “ad esempio” seguono spesso il modello, si può dire standardizzato, del reclutamento settario, con una manipolazione psichica raffinata, che porta al controllo della mente dell’adepto. È bene tener presente che il processo di indottrinamento si svolge di solito in quattro tappe: la prima consiste nell’isolare l’individuo dal suo ambiente sociale, con il risultato di ottenere che il soggetto non frequenti più amici e familiari, ritenendoli “venduti al sistema”. La seconda tappa è l’individuazione dell’Islam come unica possibilità di rigenerazione e di elevazione spirituale. La terza tappa prevede l’accettazione totale dell’ideologia radicale, e della convinzione di essere eletti, ammessi in un gruppo che detiene la verità. Come ultima tappa avviene la “disumanizzazione” di sé e degli altri, con l’accettazione del sacrificio di se stessi e degli altri come un vero e proprio dovere. Queste fasi devono quindi essere ben presenti a chi opera la deradicalizzazione.
Saremmo quindi dell’idea che in gran parte dei terroristi, e quasi certamente in quelli che sacrificano la loro vita in un attentato suicida, la capacità di intendere e di volere sia più o meno compromessa.
Certo dobbiamo fare un’attenta distinzione e possiamo dire che esiste una sorta di gradualità in fenomeni quali la credenza, la fede ed il fanatismo. Secondo Nicola Lalli (2006), psichiatra che ha studiato questi aspetti, la credenza è uno “stato mentale che implica una conoscenza socialmente e culturalmente condivisa, quindi storicamente datata e funzionale alla convivenza ed ad un corretto rapporto con la realtà”. Le “credenze” sono in genere accettate come possibilità e non plasmano complessivamente e totalmente la vita delle persone (credenti). La fede è invece uno stato mentale diverso, si fonda su di una fonte trascendente e non verificabile, e non ammette il dubbio. Le fedi, e ci riferiamo con questo termine ad ideologie non soltanto religiose, ma anche politiche ed ideologiche, possono sfociare nel fanatismo, che è l’estremizzazione della fede e ne rappresenta una distorsione. Nel fanatismo esiste una certezza che non può essere scalfita, né criticata, anche di fronte all’incongruenza con la realtà. Bertrand Russel ha detto “è fanatico chi pensa che qualcosa possa essere tanto importante da superare qualsiasi altra”.
È estremamente difficile ed anche riduttivo, a nostro parere, considerare i terroristi come degli psicotici o comunque malati di mente. Molti sono persone che sanno organizzare, pianificare attentati e morti, che hanno ruoli dirigenziali, che sanno sostenere una disciplina e sanno farsi rispettare. La classe sociale alla quale molti di questi soggetti appartengono è elevata e si tratta di persone istruite e benestanti. Secondo Daniel Pipes, storico e politologo statunitense: “sono i governi e non gli individui pronti ad immolarsi, a rendere questo fenomeno una forza così potente. Senza il supporto degli stati gli atti di terrorismo suicida sarebbero infrequenti ed inefficaci. Gli stessi “martiri” sono vittime di ricatto e costrizione” (Pipes D., 1986).
Secondo il filosofo Dan Sperber: “Dal punto di vista dei leader delle organizzazioni terroristiche, utilizzare terroristi suicidi è una scelta razionale, perché con risorse limitate si riesce ad ottenere il massimo effetto”. Si pensi infatti che il costo di un uomo-bomba, con un apparato esplosivo facilmente reperibile in commercio, fatto per lo più di una borsa di tela con il plastico, biglie e chiodi, è minimo, se si escludono le poche migliaia di dollari che vengono versate alla famiglia del suicida. Pertanto per le organizzazioni terroristiche si tratta di uno strumento molto più conveniente rispetto ad un attentato, che richiede l’organizzazione di una rete di collaboratori, appoggi, spie, osservatori.
A questo proposito riveste grande interesse anche il contributo di Scott Atran (2003), ricercatore del CNRS Francese, al quale sembra siano state fornite informazioni dalla CIA in merito ai contenuti degli interrogatori svolti nella prigione di Guantanamo. Da tali informazioni emerge che i terroristi appartengono ad un ceto medio-alto, sono ben istruiti ed hanno un alto livello di consapevolezza sociopolitica. Pertanto l’elemento più efficace per il convincimento dei giovani terroristi sembra essere il condizionamento pressoché totale che le organizzazioni riescono ad avere su di loro.
Comunque sottolineiamo ancora una volta che un giudizio clinico varia da soggetto a soggetto; comune denominatore è tuttavia una fragilità personologica che si traduce in suggestionabilità, sulla quale fanno presa carenze individuali e desideri quali l’appartenenza ad un gruppo, la ricerca di un ruolo e di gratificazioni, oltre a possibili rivalse per torti subìti soprattutto nei sottoposti, nelle reclute e non nei capi. L’atto estremo suicidario è indice di una completa spesso illogica ed incoerente adesione ad un’idea radicale, alla “disumanizzazione”, con accettazione del sacrificio umano (degli altri ed il proprio) per una causa superiore: una completa ed univoca adesione a qualsiasi idea inconfutabile e talvolta con obiettivi incoerenti e contraddittori, che non preveda dubbi o alternative, non è contemplata dal pensare umano, poiché il nostro cervello lavora invece nel senso di trovare soluzioni a complessità, a valori contrastanti e ad insicurezze, senza scotomizzare regole di morale, di umanità e convivenza.
È anche vero che ci sono altri esempi nella storia di suicidi/sacrifici finalizzati ad un’ideologia o fede. I Kamikaze giapponesi erano eredi dei samurai, educati ad un rigido codice di onore. Questi guerrieri compivano l’atto estremo di suicidarsi per compiere fino in fondo il loro dovere nell’interesse della propria gente. Del resto anche tra i Greci, le madri spartane salutavano i loro figli che partivano per la guerra con la frase: “torna figlio mio, con lo scudo o sullo scudo”, intendendo dire di morire piuttosto che essere disonorato gettando via lo scudo per fuggire. Per quanto riguarda i terroristi, “quelli islamici ad esempio”, lo scopo del suicidio è esclusivamente distruttivo, disumano; il suicida è ridotto ad un “oggetto-bomba”, non c’è fama, non c’è onore, ma solo il miraggio di un paradiso. I bambini vengono educati dalle madri ad accettare l’eventualità di farsi saltare in aria per colpire gli infedeli. Una “bomba umana” viene forgiata sin dall’infanzia, con il reclutamento nelle scuole, gestite dalle organizzazioni terroristiche, dove i prescelti a diventare strumenti di distruzione e morte vengono selezionati e cresciuti nella cultura dell’odio.
Esiste poi il problema della gestione di situazioni nelle quali può esserci la possibilità di attuare una mediazione con i terroristi. In queste situazioni, caratterizzate da un alto livello di emotività, è essenziale la figura del negoziatore per una gestione dei conflitti incruenta. Il modo di affrontare uomini armati, magari con ostaggi, deve essere attentamente valutato, considerando una moltitudine di fattori diversi. Spesso le negoziazioni non vanno a buon fine perché chi se ne occupa non ha una preparazione specifica e perché il negoziato, percepito come un compromesso tra richieste e concessioni, è affidato senza ulteriori formalità a chi sembra più adatto in quel momento a condurlo. In molti casi invece la comunicazione può presentarsi problematica, contraddittoria e può fallire, quando le intenzioni di chi parla e l’interpretazione dell’ascoltatore non si incontrano (Miniati e Barsella, 2012).
Ci chiediamo quindi se è possibile attuare una prevenzione nella lotta alla radicalizzazione e se è possibile immaginare uno scenario di recupero dei soggetti che cadono nella rete del terrorismo. Dal 2011 la Commissione Europea ha istituito un gruppo di lavoro, il Radicalisation Awareness Network (RAN), che utilizza vari approcci nella lotta alla propaganda estremista: la formazione di operatori nelle forze dell’ordine, di sanitari ed educatori, che sappiano riconoscere i segnali d’allarme e sappiano intervenire, il sostegno alle famiglie di persone vulnerabili, il coinvolgimento delle comunità a rischio con lo stabilirsi di relazioni di fiducia con le autorità e le figure educative (scuola, istituzioni).

Conclusioni
Poiché la prevenzione è estremamente complessa data anche la eterogeneità dei soggetti, questa non sempre riesce ed occorrono di conseguenza delle strategie di fuoriuscita per chi è caduto nelle maglie dei gruppi radicali. Inoltre, dal momento che la fuoriuscita deve essere volontaria, la famiglia può giocare un ruolo molto importante. Bisognerà educare i familiari a cogliere i primi segni di cambiamento (improvviso fervore religioso, cambio illogico di dieta, bizzarrie di aspetto e di abbigliamento, cambiamenti di gusti musicali, di amicizie, come anche la frequentazione di particolari siti web). A questo punto è necessario che i familiari sappiano a chi rivolgersi per ottenere l’aiuto necessario a gestire la situazione prima che precipiti.
TM

1) In giurisprudenza si definisce “deficienza psichica” qualsiasi alterazione mentale, anche transitoria, ed anche non morbosa, quindi non “psichiatrica”, che alteri la capacità di intendere e di volere del soggetto passivo, la sua capacità di critica, rendendone facile la suggestionabilità, e compromettendone la piena autonomia.

 

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