Solvitur ambulando

(ovvero: l’elogio del cammino)

Mario Migliolo, specialista in Medicina dello Sport e in Medicina del Lavoro Firenze. Perfezionamenti universitari in Fisiopatologia e Allergologia respiratoria, Igiene Ambientale, Clinica tossicologica e Promozione della Salute. Lavora all’Inail di Firenze; è Presidente dell’Associazione Medico Sportiva Fiorentina della FMSI e medico della Rari Nantes Florentia.

Il cammino rappresenta la principale forma di movimento e, se ben somministrato, può assumere a pieno titolo il ruolo di antidoto contro l’invecchiamento: è necessario per questo che i medici si approprino di un efficace ruolo di promotori di corretti stili di vita e che gli amministratori pubblici mettano in atto politiche di facilitazione alla mobilità attiva.

 

Parole chiave: attività fisica, prescrizione dell’esercizio, medicina dello sport, promozione della salute, mobilità urbana

miglioloSolvitur Ambulando (letteralmente traducibile in “camminando si risolve”) è un motto attribuito a Diogene di Sinope che così sintetizzò il disaccordo con il filosofo Zenone e con i suoi paradossi miranti a negare il movimento.
Zenone, volle difendere la tesi del suo maestro Parmenide che sosteneva che il movimento è un’illusione e descrisse quattro paradossi contro il movimento, tramandati da Aristotele, e di cui il più noto è il secondo ovvero Achille e la tartaruga.
Vari filosofi nel tempo hanno elogiato il cammino: come Jean Jacques Rousseau nelle Confessioni (“Non riesco a meditare se non camminando. Appena mi fermo non penso più”), o Nietzsche nel Crepuscolo degli idoli (“Tutti i grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina”).
Il cammino, la passeggiata, viene ad assumere il ruolo di antidoto contro l’apatia, un ravvivatore d’idee e di meditazione, condizione che, magari, i neurofisiologi possano ricondurre alla stimolazione dell’attività elettrica alfa dei neuroni, indice di tranquillità.
Ma da tempo il movimento è stato individuato dalla medicina come mezzo di contrasto a varie patologie (cardiache, metaboliche, respiratorie…): si preferirà parlare di cammino ed attività fisica piuttosto che di passeggiata, e su questo si è avviato un corposo dibattito scientifico.

Schema 1
Attribuendo al cammino una funzione di farmaco, si è cercato di definirne la somministrazione: risuonano le parole anticipatorie del fisiologo Rodolfo Margaria che negli anni Settanta scriveva che il medico, come definisce quantitativamente la prescrizione farmacologica, così anche deve prescrivere con esattezza la quantità di esercizio che a suo giudizio deve compiere chi si sottopone alle sue cure”.
La rivista Jama nel 2011 pubblicò uno studio (“Gait speed and survival in older adults”) effettuato su un campione di 34 mila persone over 65 anni per un periodo variabile fra i 6 e i 21 anni evidenziando che la velocità del cammino rappresentava il miglior indice correlabile alla sopravvivenza: ogni incremento della velocità di cammino di 0,1 m/s determina un aumento dell’aspettativa di sopravvivenza dopo 5 e 10 anni.
Un ulteriore studio pubblicato sul BMJ nello stesso anno e durato 5 anni ha messo in relazione la velocità di andatura di circa 1.700 maschi di età superiore i 70 anni residenti in Australia con la loro sopravvivenza: lo studio registrò una riduzione del 23% del rischio di morte per chi camminava ad una velocità > di 3km/h rispetto a coloro che andavano a <3km/h e nessun caso di morte tra chi andava a 5km/h, giungendo quindi ad una conclusione: la velocità di marcia del “Cupo Mietitore” deve essere attorno ai 3km/h, per sfuggire alla Morte occorre raggiungere i 5km/h.
Il cammino riveste in quest’ottica un’importanza particolare in quanto è ormai evidente che anche le attività d’intensità leggera – moderata possono garantire benefici simili all’attività fisica più vigorosa, con minori rischi di effetti avversi. Inoltre il cammino è l’attività fisica più popolare, diffusa nella popolazione indipendentemente dal livello socio-economico, al contrario di altre attività che tendono ad interessare maggiormente le fasce di reddito più elevate. La promozione del cammino si è dimostrata efficace nell’aumentare in poco tempo la quota di attività fisica media di 30-60 minuti alla settimana anche nelle persone più sedentarie.
La maggior parte dei medici sente come propria la responsabilità di informare i pazienti sui rischi connessi a determinati comportamenti e sente altresì come proprio il dovere di facilitare il cambiamento di tali abitudini suggerendo l’adozione di stili di vita più attivi. Il problema è che molti medici non sono stati formati per svolgere tale compito e si trovano a dover fare fronte ad una carenza di preparazione ed esperienza specifica nel portare avanti l’attività di counseling.
Un possibile fattore di ostacolo alla promozione dell’attività fisica da parte dei medici consiste nella scarsa conoscenza dell’attività fisica come strumento preventivo e terapeutico. Il bagaglio culturale del medico non prevede una conoscenza approfondita su come vada utilizzata l’attività fisica come strumento di cura e prevenzione delle patologie, talora addirittura sopravvalutandone il rischio.
Se è quindi evidente la necessità di definire le caratteristiche dell’esercizio fisico per giungere alla prescrizione dello stesso, un’operazione che coinvolge il mondo scientifico, altrettanto necessario è creare condizioni facilitanti la pratica motoria dei cittadini.
Talvolta a prevalere sono logiche che premiano il profitto piuttosto che la salute pubblica, come avvenne negli eventi che condussero allo smantellamento della rete tranviaria a Los Angeles.
All’inizio degli anni Venti si assisteva al boom dell’industria tramviaria: negli Stati Uniti esistevano qualcosa come 1.200 compagnie tramviarie e ferroviarie a gestire una rete di circa 50.000 km. Tutte insieme arrivavano a trasportare annualmente tra i 12 ed i 15 miliardi di passeggeri. Nella sola Los Angeles la rete tranviaria misurava 1.460 km e trasportava giornalmente il 70% dei pendolari: gli abitanti di cinquanta diverse comunità urbane raggruppate in quattro contee per lo più si servivano dei Red Cars che sfrecciavano a 90 chilometri all’ora per gli spostamenti periferici e dei Yellow Cars per le zone del centro. Si trattava del più esteso e ramificato sistema di trasporti pubblici urbani dell’epoca. Cinquant’anni più tardi Los Angeles si era trasformata in una città dal traffico caotico e congestionato e in una delle metropoli più inquinate del pianeta.
A imporre una netta accelerazione verso un modello di viabilità centrato sul traffico privato e il predominio dell’automobile fu, negli anni 30, la scelta deliberata di quattro big economici: la General Motors, la Firestone, la Standard Oil e la Mack Truck. Au­toveicoli, gomme e carburanti, insieme, acquistano le reti tramviarie e le sostituiscono con autobus su gomma, per i quali diventa necessario ampliare le strade, renderle sempre più veloci e mano a mano che il numero di automobili private aumenta, le corse sui mezzi pubblici diventano sempre meno competitive (l’ultima corsa in tram è del 1961), il vecchio tessuto urbano viene distrutto e Los Angeles si estende ancora di più.
I luoghi prediletti per camminare e andare in bicicletta sono le strade dei sobborghi o degli isolati e gli spazi pubblici come i parchi e i sentieri: una ricerca di Brownson del 2001 trova che il 66% delle persone intervistate svolge attività fisica sulle strade della propria zona, contro il 21% di coloro che vanno in palestra e il 25% che utilizza il “tapis roulant”. Le ragioni della popolarità delle proprie strade come luogo ideale per svolgere attività fisica sono molteplici: sono facilmente accessibili e si prestano a molteplici scopi, cioè il raggiungere una destinazione, rilassarsi, allenarsi. Inoltre, poiché lo sport prevalente è il camminare, le strade diventano “il luogo” dove si svolge attività fisica per eccellenza.

Figura 1
Questa scoperta ha delle implicazioni molto importanti per tutte le politiche che intendano promuovere il camminare e l’andare in bicicletta, sia per ridurre il trasporto motorizzato che per promuovere stili di vita più sani.
Le barriere più diffuse al camminare e all’andare in bicicletta sono di tre tipi:
– Barriere fisico-ambientali: le distanze eccessive, l’insicurezza, l’impossibilità di svagarsi, il traffico, l’assenza di spazi riservati ai pedoni e alle biciclette, la mancanza di limitatori della velocità e di attraversamenti pedonali, la presenza di crimine, la presenza di cani, la frequenza di incidenti su una strada, la mancanza di manutenzione delle strade sono tutti fattori che inibiscono il soggetto dall’uscire a piedi o in bicicletta;
– Barriere personali: la mancanza di tempo è il fattore principale che scoraggia l’attività fisica: questa scoperta suggerisce che la promozione dell’attività fisica per il duplice scopo della salute e del trasporto può aiutare ad aumentare il livello di attività fisica. Altri fattori personali sono lo stato di salute, la responsabilità per la cura dei figli e la mancanza di energia;
– Barriere sociali: la mancanza di compagnia e il non vedere altre persone che fanno attività fisica nella zona sono le principali barriere sociali, perché tolgono al soggetto parte del piacere, della sicurezza e del fattore imitativo. Bisogna aggiungere la mancanza di interesse, la consapevolezza del proprio aspetto fisico e i costi connessi a un programma strutturato di attività fisica.
Riprendendo la teoria dei bisogni di Maslow, si può argomentare che esistono 5 bisogni connessi con il camminare, collocati in una gerarchia, tale per cui i bisogni successivi emergono e possono essere soddisfatti solo dopo la soddisfazione dei bisogni precedenti (Figura 1).
Vanno però fatte alcune precisazioni: non sempre devono essere soddisfatti i bisogni precedenti per accedere a quelli successivi, così come l’ordine non è sempre uguale, perché alcune persone possono invertire alcuni elementi; si può essere motivati da alcuni bisogni contemporaneamente, nonostante la gerarchia, così come si può non essere coscienti delle proprie motivazioni. Infine, esistono altri elementi che possono influenzare la scelta di camminare, con cui i bisogni interagiscono.

Analizziamo i cinque bisogni:
1. fattibilità: include degli elementi collegati alla mobilità (come l’età, il peso reale e quello percepito, le condizioni fisiche), al tempo disponibile e alle responsabilità del soggetto (soprattutto per i figli o per gli anziani). Come rilevato precedentemente, il fattore tempo è essenziale.
2. accessibilità: include fattori quali la qualità, la quantità, la varietà e la prossimità delle attività presenti, la connessione tra i diversi usi del territorio e la presenza di infrastrutture che favoriscono il camminare.
3. sicurezza: include fattori connessi alle caratteristiche urbane collegate alla “civiltà” o alla paura del crimine, i tipi di utilizzo del territorio e la presenza della gente. La sicurezza diventa prioritaria quando si tratta del passeggiare, perché è un viaggio opzionale .
4. comfort: include gli accorgimenti tecnici che regolano il rapporto tra i pedoni e i veicoli a motore, le infrastrutture connesse alla viabilità dei pedoni (attraversamenti pedonali, marciapiedi…) e le comodità urbane (panchine, fontanelle con acqua potabile, portici e camminamenti protetti…).
5. piacere: è connesso con il livello di attrazione che un territorio esercita per indurre il soggetto a camminare e passeggiare. Dipende dalla diversità e dalla complessità del paesaggio, dalla vivacità (livello di attività) dell’ambiente, dalla coerenza architettonica e dall’attrazione estetica della zona.

Le amministrazioni locali hanno un ruolo cruciale nel creare ambienti che facilitino la diffusione di stili di vita fisicamente attivi e, come auspicato dall’OMS, i medici e i medici sportivi in particolare hanno il compito di orientare i decisori verso scelte di politiche per la salute pubblica.

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In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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