Il difficile ruolo della donna medico

CONCETTA LIBERATORE, Onco­logia Medica, Montepulciano Siena, Dele­ga­ta Affari Legali Segreteria regionale ANAAO - Assomed Toscana.

Le diversità “di genere” in Sanità destano seria preoccupazione. L’Anaao Assomed, il sindacato della dirigenza medica e sanitaria ospedaliera, è impegnato in prima linea per il riconoscimento di tali diversità e per la valorizzazione del ruolo della donna nel SSN. Spetta allo Stato e alle Regioni garantire tutele vere e fruibili che non incidano sul carico di lavoro dei professionisti ma sul Sistema.

 

Parole chiave: diversità di genere, donne, sanità, lavoro, tutele


L’articolo rappresenta un vero e proprio manifesto attualizzato sulle problematiche delle professioniste, il cui numero ormai sta per superare quello dei colleghi uomini. Speriamo che questo stimolo sollevi un dibattito concreto sulle cose da fare e, più che altro, sulle iniziative da intraprendere per elevare ancora il livello culturale del dibattito.

Concetta LiberatoreIl ruolo della donna nelle professioni sanitarie ha subito, nel corso degli anni, un profondo e inesorabile decadimento, paradossalmente in misura quasi inversamente proporzionale al crescente impegno invece profuso in un contesto lavorativo a stampo storicamente maschile, tuttora impreparato a gestire le diversità di genere. Al riguardo destano seria preoccupazione i dati emersi dalla seconda Conferenza di Anaao Assomed su Donne, Sindacato e Sanità, e quelli relativi alla quinta Survey sul disagio lavorativo delle donne medico, di Anaao Giovani, pubblicata recentemente su “Il Sole 24 Ore Sanità”.  Appare oltremodo irragionevole e assurdo il ritratto della donna medico che ne viene fuori, quale vittima designata di un modello organizzativo e di gestione sanitaria assolutamente sbilanciato sul piano professionale e scarsamente meritocratico, dove la distinzione di “genere” tra medici di sesso diverso sembra volerci ribaltare in un mondo giurassico dal quale si fa enorme fatica ad uscire. Segnali che fanno presagire inesorabilmente un vero disagio nei luoghi di lavoro, e che coinvolge non solo le donne medico, ma tutte le professioniste del settore che sta portando verosimilmente ad un appiattimento culturale e professionale dell’intero sistema organizzativo con notevoli e pesanti ripercussioni sulla salute del singolo e della nostra collettività. Oggi il riconoscimento dell’uguaglianza di genere in ambito sanitario è un valore essenziale ed imprescindibile in quanto diritto umano fondamentale ed espressione di giustizia sociale. La crescita, lo sviluppo e il superamento delle differenze gerarchiche esistenti negli attuali modelli organizzativi sanitari, rappresentano elementi fondamentali per la valutazione delle competenze, favoriscono la riduzione dei conflitti di categoria e  incrementano la produttività del sistema. Un fil rouge ben noto agli “addetti ai lavori”, che viene da lontano e che merita una immediata e corretta collocazione nei Tavoli di trattative perché i tempi sono oltremodo maturi affinché il Governo esca finalmente da questo limbo, riesca a dare concretezza agli impegni assunti e iniziare così ad intraprendere una serie di misure organizzative e culturali volte a facilitare e valorizzare il ruolo della donna medico nel SSN. L’Anaao Assomed, il più importante e rappresentativo sindacato della dirigenza medica e sanitaria ospedaliera, è impegnato in prima linea affinché si arrivi presto allo sblocco della trattativa contrattuale che tiene l’intera categoria professionale “tra coloro che son sospesi“ da ben oltre sette anni. Tutto ciò contribuirà verosimilmente a fermare il processo di discriminazioni ancora in atto per intraprendere, strategicamente, misure organizzative e culturali volte a creare una forte rappresentanza di genere a tutela del nostro ruolo. I tempi sono maturi perché si mettano finalmente in evidenza le (in)congruenze e le assenze delle istanze di genere nel nostro Contratto Nazionale di Lavoro. Come, ad esempio, vigilare ed intervenire sull’organizzazione del lavoro per favorire la conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita; intervenire sulla flessibilità dell’orario di lavoro; sulle sostituzioni per lunghi congedi di maternità e/o parentali; sulla valorizzazione delle politiche di conciliazione lavoro-famiglia; sulla previsione di nidi aziendali; sulla estensione delle tutele ai profili contrattuali atipici. Purtroppo allo stato attuale, le tutele ricadono, in termini di costi sociali ed economici, sui colleghi e le colleghe della donna medico dando vita a contrasti in ambito lavorativo generalizzati. È compito dello Stato e delle Regioni garantire tutele vere e fruibili che non incidano sul carico dei colleghi ma sul sistema in generale. Ogni norma che preveda una tutela sarà efficace solo se il legislatore prevederà chi e come riempirà lo spazio lavorativo lasciato libero in conseguenza del riconoscimento di un diritto che, soprattutto nel lavoro caratterizzato dalla continuità assistenziale come quello ospedaliero, mette in crisi il microcosmo lavorativo ogni volta che si toglie un ingranaggio dalla macchina senza prevederne contestualmente la sostituzione. Per questo occorre avviare quel cambiamento culturale necessario a raggiungere una nuova concezione dell’organizzazione del lavoro e attuare quelle politiche di conciliazione che consentirebbero la realizzazione dell’equilibrio tra lavoro e famiglia. Ci si augura che le Amministrazioni sanitarie, attraverso gli organi competenti a tutti i livelli, compiano un gesto di ragionevolezza e di giustizia, affinché il loro agire non si risolva con un atto di ingiustificata mortificazione nei confronti di colei che, anche sopportando rischi personali e familiari, opera per mantenere alto il senso di umanità e professionalità del sistema sanitario in questo difficile momento di emergenza, essendo lei stessa un dirigente medico (senza nulla togliere alle altre figure professionali di ogni ordine e grado), nell’esecuzione delle prestazioni mediche/specialistiche, ugualmente garante dei principi di legge finalizzati ad assicurare la fruibilità di quel diritto alla salute che la nostra Costi­tuzione definisce fondamentale.


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