Medicina in attesa

ANTONIO PANTI, dal 1971 ha ricoperto diversi incarichi nella FIMMG, di cui è stato anche Segretario e Presidente Nazionale. Presidente dell’Ordine di Firenze dal 1988. Ha ricoperto cariche nazionali nella Federazione Nazionale degli Ordini, in particolare nella Commissione per le ultime stesure del Codice Deontologico. Membro di numerose Commissioni Ministeriali. È stato dal 1998 al 2016 Vicepresidente del Consiglio Sanitario Regionale.

“In medicina di solito i fatti sono incerti, i valori in conflitto, la posta in gioco alta, le decisioni urgenti”
Funtowicz e Ravetz,  “Politeia” XVII/62 p. 77


Parole chiave: malpractice, relazione, conflitto, desiderio, responsabilità medica


Antonio PantiAnche il Parlamento si è preoccupato della questione della malpractice, affrontando il vecchio e mai risolto problema della responsabilità medica. Una questione importante sul piano economico e politico, ma che in realtà rappresenta la parte emergente di un problema culturale assai più vasto e interessante. Quali sono le fonti antropologiche del disagio che percorre e distorce l’antica relazione di cura? L’isola solitaria nella quale si incontravano un tempo il medico e il paziente si è trasformata in una scena densamente abitata da un coro dalle molteplici e dissonanti voci. La cura del paziente non è più la narrazione di una vicenda personale ma la plastica rappresentazione di un conflitto endemico, avvolto in una spirale di aspettative nel potere salvifico della scienza, spesso deluse proprio perché incrementali, dal bisogno di salute, al desiderio di benessere, fino all’ansia da prestazione. Si è ingigantita la difficoltà di comunicazione tra mondo della scienza e società che diviene, nel singolo caso umano, una questione di fiducia, di rapporto, di negoziazione sempre più laboriosa. Sulla risposta ai bisogni che si trasformano in desideri, i tagli alla spesa influiscono ma non rappresentano il principale fattore di crisi. Vacilla, tra medici e pazienti, il contesto di senso. La scena è cambiata ed è sempre più complicata. È come se fossero a quotidiano confronto la componente scientifica della cura, che si esprime attraverso artefatti tecnologici sempre più sofisticati, con la relazione umana in cui, come nella celebre immagine dei porcospini freddolosi, non si trova più la distanza professionalmente giusta.  
Questo quadro è fortemente ambiguo. Il cittadino avverte lo scivolamento del diritto alla salute verso un “benessere” totale che approda nel desiderio di mantenere le capacità psicofisiche giovanili e altresì percepisce il suo rapporto con la sanità come una situazione rischiosa; può cadere vittima di errori, di prevaricazioni, di complotti. Il medico, invece, rivendica l’antico diritto di essere l’unico gestore della cura del paziente e, insieme, il rischio di errore, la possibilità di sbagliare o, comunque, che qualcosa vada storto. Si instaura una sorta di reciprocità negativa; la difficoltà moderna del rapporto tra medicina e società si iscrive a pieno titolo nella crisi storica del principio di gerarchia che rappresenta il filo rosso dell’altra faccia della bioetica moderna, il cittadino che sì deve acquistare potere ma anche imparare a usarlo meglio.
La medicina è un’enorme impresa che impiega straordinarie risorse economiche, umane e sociali. Sempre più appare chiaro come la distanza tra bisogno di salute e risposta sanitaria sia per lo più colmabile dai moderni servizi medici, ovviamente se ben usati. Ma la distanza tra desiderio e appagamento è praticamente incolmabile, per quanto risorse si possano impiegare. Ed ecco il facile viraggio dal risarcimento al risentimento, l’uno gestibile con accordi economici, l’altro che richiede un nuovo patto tra medicina e società.
La medicina moderna è altresì un colossale intreccio, che si muove nell’ampia piazza dell’immaginario collettivo, tra tecnologie sofisticatissime e procedure necessariamente “evidenti”, dai fortissimi significati simbolici della salute e della malattia, dove la relazione tra gli attori, il medico e il paziente, si disperde nella comunicazione globale, nell’onnipervasiva connessione dell’ICT. Si ha l’impressione che il tentativo di personalizzare la cura con l’uso delle moderne tecniche, quasi a far coincidere la costruzione biopsicologica della vita con il modello del ragionamento virtuale, faccia comprendere come i simboli siano irriducibili alla tecnica e la relazione umana stia stretta nel pur sapiente uso dei big data. La medicina è scienza, empatia, tecnologia, economia, politica e qualche altra cosa, è un modo per dare valore di senso alla malattia e alla salute. Qualcosa di unico, che vive una sua propria temperie antropologica.
Di questi tempi è come se la medicina fosse incinta di qualcosa di nuovo che non può non nascere e non si sa bene cosa sia. Tuttavia un fatto è certo: la malattia è fondamentalmente una questione di senso che irrompe nell’esistenza dell’uomo; considerarla un problema tecnico da risolvere è riduttivo e conduce a quella discrasia tra medici e pazienti che oggi ci affligge.

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