L’altra faccia della medaglia

ANTONIO PANTI, dal 1971 ha ricoperto diversi incarichi nella FIMMG, di cui è stato anche Segretario e Presidente Nazionale. Presidente dell’Ordine di Firenze dal 1988. Ha ricoperto cariche nazionali nella Federazione Nazionale degli Ordini, in particolare nella Commissione per le ultime stesure del Codice Deontologico. Membro di numerose Commissioni Ministeriali. È stato dal 1998 al 2016 Vicepresidente del Consiglio Sanitario Regionale.

Antonio PantiIn due mesi consecutivi abbiamo seguito le Olimpiadi e le Paraolimpiadi, uno spettacolo grandioso, una festa di popoli in cui oneste e leali competizioni prendevano il posto delle atroci guerre che funestano il mondo, ma anche uno schermo costosissimo, uno sperpero di risorse altrimenti impiegabili, un velo assai fragile per nascondere le miserie dell’umanità. Ci siamo consolati con lo splendore delle medaglie, d’oro, argento e bronzo, segni incontaminati di armonia e tolleranza, sia pur nell’asprezza della gara. Ma prima e dopo le gare sono scoppiati penosissimi scandali: il doping, e non solo individuale ma persino di gruppo o, peggio, di stato, favorito dalle federazioni (sportive!) nazionali, fino a mettere in dubbio la correttezza, anzi la credibilità, del concetto stesso di partecipazione olimpica. Il contrario del pensiero decoubertiniano, l’opposto della tradizione antica, davvero l’altra faccia delle medaglie sportive, non splendenti dell’oro della vittoria, ma opache e sporche per il sospetto di truffa o di slealtà.
Ma forse tutto ciò merita un’ulteriore riflessione. Perché alcuni atleti, e a quanto si può supporre sempre in maggior numero, ricorrono al doping? Le ragioni sono molteplici e tra queste la volontà e il desiderio di vincere, non soltanto di partecipare, che accomuna atleti, allenatori e perfino i governi di alcuni Stati; l’ansia di superare i primati precedenti, di iscrivere il proprio nome nella storia dei record olimpici, infine, e non ultimi, interessi economici fortissimi. Qualsiasi persona onesta non può che esecrare siffatte pratiche che debbono essere ostacolate e sanzionate non solo a protezione della salute degli atleti, in particolare dei giovanissimi, ma perché in tal modo si contraddice la ragione stessa dello sport che è confronto leale, teso ai limiti fisici e psichici dell’essere umano, ma dentro di questi. Anche quando gareggiano macchine o animali è l’uomo che li guida mettendo in gioco le proprie capacità. Insomma vinca il più forte, il più concentrato, il più costante, mai chi bara. La nostra repulsa del doping è perché usarlo è vietato e praticarlo un inganno.
Ma vi sono altri aspetti da considerare. La medicina moderna dispone ormai di mezzi, continuamente in evoluzione, non solo per riparare le funzioni ridotte o perdute, non solo per migliorare le performances possibili dell’essere umano, ma addirittura per superare i limiti psicofisici dell’uomo quasi a violentarne la biologia. È il grande tema della medicina potenziativa che emerge con sempre nuove acquisizioni scientifiche e strumenti tecnologici. I problemi che ne derivano sono immani: è lecito, è sostenibile, è equo il ricorso a simili tecniche? Lo sportivo è certamente persona spesso disponibile a correre rischi per aumentare le proprie capacità innate, per oltrepassare le soglie della cosiddetta normalità biologica. Allora il doping, ovviamente dichiarato, non potrebbe assumere il carattere di sperimentazione in vivo? Con lo stesso ragionamento della legalizzazione di alcune droghe si potrebbero evitare i pericoli sempre insiti nell’uso di sostanze proibite. Del resto, mentre le autorità sportive inaspriscono i divieti, quelle militari finanziano studi e esperimenti potenziativi sul proprio personale, in particolare quello combattente.
Infine le persone iperconnesse, che esistono già, i lifelogging, i quantified self, non sono altro che “volontari sani” di uno studio di raccolta dati al fine di standardizzare la vita e indirizzarla verso prestazioni migliori. L’impressione, mentre nessuno sembra disporre di idee chiare, è che la medicina, nata per risolvere i problemi dell’uomo malato, ponga più dilemmi di quanti ne risolva. Dove sta la norma e dove la normalità? Altresì i valori di uguaglianza, lealtà e trasparenza non possono essere abbandonati in nome di nessun preteso progresso. Ma regge ancora la finalità terapeutica della medicina di fronte all’avanzare della società dei desideri? E il celebre empowerment del cittadino, che si è sempre inteso come “potenziamento” della capacità decisionale, non rischia di estendersi troppo a seconda del corpo individuale e della ricchezza di ognuno? Non possiamo rimandare la sentenza ai soliti posteri perché il problema ormai è posto e i medici vi giocano un ruolo primario.

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