Gestione dei rifiuti urbani

Primo BottiP. Botti, Laureato in Medicina e Chirurgia, Specializzato in Gastroenterologia e in Medicina Interna presso l’Università di Firenze. Ha lavorato in MedicinaGenerale e inTossicologiaMedica presso l’AOU di Careggi e diretto il Centro Antiveleni di Careggi, collaborando con il Dipartimento NEUROFARBA dell’Università di Firenze, sez. Farmacologia e Tossicologia. È membro del Direttivo della SITOX.

Patrizia Hrelia, Professore di Tossicologia, Università di Bologna. CoordinatoreDottoratoinScienzeFarmacologiche e Tossicologiche. Presidente Società Italiana Tossicologia.

Emanuela Masini, Professore di Farmacologia e Tossicologia, Università di Firenze.DirettoreSODc eScuoladiSpecializzazione in Tossicologia medica.

È comprensibile che la popolazione, specie quella residente nelle aree dove insistono o insisteranno impianti di smaltimento dei rifiuti, ponga attenzione alle possibili ricadute in termini di salute pubblica. È opportuno che l’informazione, necessaria e corretta, si basi su dati scientifici concernenti gli impianti attuali, in tema di monitoraggio delle emissioni e biomonitoraggio nelle popolazioni esposte.


Parole chiave: rifiuti, termovalorizzatori, inquinamento, salute pubblica, biomonitoraggio

Il problema della gestione dei rifiuti riveste certamente un ruolo sempre più importante, sia dal punto di vista economico che sanitario. Le sue ricadute, in termini di tossicologia ambientale nel breve e nel lungo periodo e i relativi aspetti di salute pubblica focalizzano non solo l’attenzione dei medici, come richiamato dal Codice Deontologico, ma anche di tutta la popolazione. Infatti, nell’estate 2016 nel­l’hinterland fiorentino è iniziato un ampio e animato dibattito riguardante i rischi ambientali e sanitari che sarebbero potuti derivare dalla costruzione di un termovalorizzatore di ultima generazione nella piana di Sesto Fiorentino. Il dibattito ha investito i cittadini e i medici della Piana, organizzati in comitati, nonché gli amministratori dei comuni interessati, schierati per lo più su posizioni contrarie al progetto regionale.
A questo proposito la Società Italiana di Tossicologia (SITOX) con il patrocinio dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze, ha organizzato, nel novembre 2016, un “Focus sulla gestione dei rifiuti”, tenutosi presso la sede dell’Ordine, a cui hanno partecipato come relatori alcuni fra i maggiori esperti nazionali in materia.
Nel presente articolo vengono riportati in sintesi i punti salienti discussi dai vari relatori. L’introduzione alla tematica e al suo rilievo sociale e sanitario è stata svolta dal Presidente dell’Ordine,
Dr. Antonio Panti, e dalla Presidente della SITOX, Prof.ssa Patrizia Hrelia.
Gli aspetti generali della “Gestione dei rifiuti solidi nel mondo, tra desideri e realtà” sono stati trattati dal Prof. Raffaello Cossu (Professore di Gestione dei rifiuti solidi, Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Padova). I rifiuti urbani solidi rappresentano “solo” il 3% della quantità complessiva annua di rifiuti in Europa, circa 5Gton = 5 miliardi di tonnellate, e in questa misura contribuiscono all’inquinamento ambientale, ma sono quelli che, più degli altri rifiuti (industriali, minerari, agricoli, zootecnici, scarti di energia, demolizioni, ecc.) preoccupano la popolazione, soprattutto e comprensibilmente quella delle aree dove insistono o dovranno essere costruiti impianti di smaltimento. La sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) e un’informazione non sempre scientificamente corretta influenzano certamente l’opinione pubblica, che troppo spesso dimentica che ognuno di noi è un produttore di rifiuti (601 kg/anno pro capite in Toscana nel 2014, Figura 1).

rifiuti Figura 1
A fronte di questi dati, esistono varie possibilità di gestione e smaltimento dei rifiuti, che vanno dal trattamento biologico a quello termico, con diverse tecnologie. Al primo sono attribuibili il compostaggio e le discariche, dalle bandite discariche indifferenziate a cielo aperto, che evocano scenari tipo “terra dei fuochi”, alle discariche controllate, intese come deposito sul terreno “landfilling”, reso sostenibile dal punto di vista ambientale per mezzo di appropriate e normate tecniche di costruzione. Al secondo appartengono le diverse tipologie di inceneritori, che vanno da quelli di prima generazione a combustione indifferenziata e altamente inquinante, ormai desueti, ai più recenti, a combustione controllata, con abbattimento di fumi e polveri e recupero di energia termica e/o elettrica, conosciuti come termovalorizzatori. Numerosi altri sistemi di trattamento termico come la gasificazione, la pirolisi e gli inceneritori al plasma sono in avanzato stato di progettazione. La realtà è che i due sistemi, seppure evoluti e controllati, non sono a rischio zero, riguardo alle emissioni in atmosfera e all’inquinamento del suolo e delle acque, anche se la gestione dei rifiuti urbani riuscisse a rispettare pienamente la regola delle 3R (Riduzione, Riutilizzo, Riciclaggio) a cui si può aggiungere oggi una quarta R (Recupero di energia) (Figura 2).
Il desiderio del rischio zero, che oggi appare utopistico, si avvererà solo quando, forse, le società evolute raggiungeranno la soglia di rifiuti zero, e non ci sarà più bisogno né di discariche né di inceneritori.
Relativamente a questi aspetti, l’Italia (Figura 2) si trova in una posizione intermedia fra i paesi UE, ma è evidente che l’utilizzo del riciclaggio e dei termovalorizzatori è ancora minoritario rispetto alle discariche; la Toscana, in particolare, invia a termovalorizzazione solo il 12% dei rifiuti urbani, contro una media europea del 27%. Il tema del “Passato, presente e possibile futuro per il recupero di energia da rifiuti” è stato affrontato dal Prof. Stefano Consonni (Professore di Sistemi per l’energia e l’ambiente, Politecnico di Milano). I vecchi inceneritori costruiti fino agli anni ’80 che prevedevano la termodistruzione dei rifiuti indifferenziati sono oggi sostituiti, per legge, sia in Italia che in Europa, da impianti di termovalorizzazione, definita meglio come termo-utilizzazione, finalizzati al recupero di energia: di fatto, i termo-utilizzatori di ultima generazione non sono altro che centrali termoelettriche che utilizzano i rifiuti come combustibile. L’evoluzione della tecnologia ha consentito da un lato il miglioramento dell’efficienza degli impianti e, dall’altro, l’adozione di sofisticati sistemi di trattamento dei fumi e depurazione dei gas prima dell’invio al camino. Il controllo di questi sistemi e il monitoraggio delle emissioni al camino permettono di ridurre al minimo l’impatto ambientale. Si considera che 1 kg di Rifiuto Urbano Residuo (RUR), ovvero tutto ciò che del rifiuto rimane a valle della raccolta differenziata, generi:

• 0,180 kg di ceneri pesanti deferrizzate (riutilizzabili);
• 0,080 kg di polveri inertizzate da smaltire in discarica;
• 7 kg di prodotti di combustione (fumi), di cui:
    - 6,9995 kg di CO2, vapore acqueo, O2 e N2
    - 0,0005 kg di inquinanti (N2O4, CO, SO3, HCl, ecc.)
    - 0,000001 kg di polveri ultrasottili (0,001 g)
• 2.400 kilocalorie = ~ 10 MJoules

In assenza di controllo delle emissioni, gli inquinanti sarebbero 10-20 g per kg di RUR e le polveri 10-40 g per kg. L’emissione di diossine è 300 volte inferiore a quella di un caminetto domestico (0,005-0,15 g vs 1-30x 10-6g per tonnellata) e contribuisce in maniera infinitesimale al valore di fondo nell’area di un grande impianto, così come la concentrazione di polveri ultrasottili (PU) per cm3 è molte migliaia di volte inferiore a quella degli impianti di riscaldamento e del traffico veicolare su gomma. Nelle ceneri, da smaltire nelle discariche controllate, sono presenti tracce di metalli come alluminio, ferro, silicio, magnesio, piombo, ma questi sono in rapporto inverso alla qualità della raccolta differenziata. Inoltre, il calore generato nella combustione può essere utilizzato per produrre vapore, che a sua volta può essere impiegato per il riscaldamento, attività industriali, produzione di elettricità e/o calore (cogenerazione). In sintesi la sostenibilità di un sistema di questo tipo poggia su due pilastri essenziali:

• recupero di materia attraverso la riduzione complessiva della produzione di rifiuti, raccolta differenziata, riutilizzo, riduzione dei RUR;
• recupero di energia con una miglior efficienza/rendimento degli impianti e un abbattimento delle emissioni nocive.
I dati piuttosto rassicuranti enunciati dai precedenti relatori non esimono la comunità scientifica da una valutazione attenta e documentata del rischio sanitario da smaltimento dei rifiuti, che rimane un obiettivo impegnativo e stimolante in tutti i paesi europei, con importanti implicazioni per la salute umana, il benessere e la tutela dell’ambiente. Questa tematica è stata affrontata dal Dr. Pietro Comba, Direttore del Reparto di Epidemiologia Ambientale, Dipartimento Ambiente e Salute, Istituto Superiore di Sanità (ISS) presentando “Le evidenze sulla salute che emergono dagli studi epidemiologici nella gestione dei rifiuti”.
Alcuni studi epidemiologici pubblicati dal 1999 al 2014, riguardanti popolazioni residenti in aree adiacenti a impianti di smaltimento, discariche e/o inceneritori di vecchia generazione, forniscono dati suggestivi ma non conclusivi su un aumento di incidenza di patologie neoplastiche, linfomi non Hodgkin e delle parti molli, patologie croniche cardiocircolatorie e respiratorie e difetti della riproduzione. Come riportato anche dal Meeting Report dell’OMS del novembre 2015, il rispetto di norme più stringenti nella gestione dei rifiuti ha portato a progressi significativi:
1) riduzione delle emissioni totali da inceneritore di 3-4 volte a partire dagli anni ’80;
2) riduzione del rilascio di particolato e metalli;
3) riduzione di quattro ordini di grandezza delle diossine a partire dagli anni 2000.
Tuttavia, le possibili implicazioni sulla salute pubblica vengono tutt’ora monitorizzate da un’apposita Commissione Europea (European Environment and Health Process – EHP) e i risultati di tali indagini sono riferite nelle conferenze indette ogni cinque anni dai vari ministeri e coordinate dall’OMS. È evidente che la sorveglianza sanitaria in materia richiede un monitoraggio continuo delle emissioni inquinanti, un bio-monitoraggio permanente della popolazione esposta e, non meno importante, risorse adeguate per l’implementazione di metodi di ricerca.
“La valutazione dell’esposizione a inquinanti organici persistenti nella popolazione residente nei pressi di un termovalorizzatore: gli studi di bio-monitoraggio” è stato l’argomento affrontato dalla D.ssa Elena De Felip, Direttore del Reparto di Chimica Tossicologica, afferente al Dipartimento Ambiente e Salute dell’ISS.

rifiuti Figura 2
Le maggiori preoccupazioni per le popolazioni residenti in prossimità di impianti di incenerimento sono legate all’emissione di sostanze organiche ad elevata tossicità, quali policloro-dibenzo-diossine (PCDD), policloro-dibenzo-furani (PCDF), policloro-bifenili (PCB) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA). PCDD e PCDF, comunemente indicati come diossine, e PCB, sono caratterizzati da elevata tossicità, persistenza ambientale, concentrazione negli organismi viventi ed amplificazione nella catena alimentare; infatti, l’esposizione avviene in misura superiore al 90% attraverso gli alimenti; trascurabile è la via inalatoria. Anche per gli IPA, idrocarburi costituiti da due o più anelli aromatici condensati, presenti nell’ambiente in miscele complesse di centinaia di composti, la via alimentare rappresenta la più importante via di esposizione, soprattutto per i composti a maggiore tossicità. Lo strumento più efficace per valutare l’esposizione umana a inquinanti ambientali ed effettuare un adeguato risk assessment è rappresentato dal bio-monitoraggio, che fornisce una misura della reale “dose interna” risultante da tutte le possibili vie e fonti espositive.
Numerosi sono gli studi di bio-monitoraggio condotti negli ultimi 15 anni in vari paesi europei (Portogallo, Francia) in popolazioni residenti intorno a impianti di incenerimento. Con l’eccezione di alcuni studi che hanno rilevato un contenuto incremento dei livelli ematici nei residenti intorno a inceneritori di vecchia generazione che consumavano alimenti di produzione locale/propria, non è stata osservata un’associazione tra livelli ematici nei residenti e residenza in prossimità di inceneritori generalmente. Un contributo particolarmente importante alla valutazione dell’impatto sulla salute umana delle emissioni da inceneritori è atteso da uno studio in corso a Torino. Lo studio (SPoTT “Sorveglianza sulla salute della Popolazione nei pressi del Termovalorizzatore di Torino”  www.dors.it/spott/) è un programma di monitoraggio che nasce per volontà della Provincia di Torino a seguito della costruzione di uno dei più grandi impianti per la combustione di rifiuti presenti in Europa. Include la valutazione delle concentrazioni di diossine, PCB e IPA in un gruppo di residenti in prossimità dell’impianto e in un gruppo di controllo, effettuata prima dell’avvio dell’impianto, e dopo 1-2 anni di funzionamento dello stesso.

Considerazioni degli Autori
Toscana Medica (n. 5/2016) ha già dedicato al tema una sezione “Ambiente e Salute” con l’intervento di autorevoli esperti regionali. Ci pare che le loro conclusioni siano in linea con quelle dei relatori che hanno partecipato al Convegno del quale abbiamo riferito e che sentitamente ringraziamo per la loro partecipazione. In particolare l’articolo del Dr. Francesco Cipriani, Direttore dell’Agenzia Regionale di Sanità (“la valutazione dello stato di salute della popolazione residente nell’area della piana, confrontato con quello di chi risiede nelle zone fiorentine intorno alla piana, ha evidenziato poche criticità”) e quello del Dr. Giuseppe Petrioli, Direttore del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda Sanitaria di Firenze (“procedere con giudizio e monitorare attentamente”) non differiscono nelle loro conclusioni da quanto riportato. Pur condividendo le considerazioni della D.ssa Patrizia Gentilini del Comitato Scientifico dell’ISDE sulle difficoltà di separare gli effetti sanitari dovuti alla gestione dei rifiuti dal rumore di fondo derivante da altre fonti di inquinamento ambientale (traffico autostradale ed aeroportuale), vorremmo concludere con le dichiarazioni rilasciate alla stampa (“Corriere Fiorentino”, 14/6/2016) dalla D.ssa Loredana Musumeci, Direttrice del Dipartimento Ambiente e Prevenzione dell’ISS: “non voglio certo dire che le emissioni degli inceneritori non siano inquinanti. Ma tra gli impianti di vecchia e di nuova generazione c’è una differenza evidente, e negli impianti di nuova generazione le emissioni sono ridottissime…la correlazione tra inceneritori e tumori esiste ma riguarda i vecchi impianti. Gli impianti moderni inquinano meno del traffico”.

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