Oltre i limiti della nostra mente

Le nuove frontiere farmacologiche del potenziamento cognitivo

Alessandra BettiolALESSANDRA BETTIOL, laureata in Biotecnologie Farmaceutiche, ha svolto attività di ricerca in campo farmaco-epidemiologico presso l’Azienda ULSS di Treviso. Dottoranda in Scienze Farmacologiche presso l’Università di Padova. Assegnista di Ricerca dell’Università di Firenze, presso il Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino (NEUROFARBA).

 

Alessandro MugelliALESSANDRO MUGELLI, Ordinario di Farmacologia (Università di Firenze), è Presidente del Comitato Etico Regionale Pediatrico, Coordinatore dell’Ufficio di Presidenza del CE Regionale Toscana e direttore della SOD complessa di Farmacologia dell’AOU Careggi. È Presidente eletto della Società Italiana di Farmacologia.

 

Stress lavorativi e sociali spingono oggigiorno molte persone a ricorrere all’impiego di psicostimolanti per aumentare le prestazioni intellettuali. La facile reperibilità nel web di “smart drugs”, vendute in alcuni casi senza che siano stati studiati nell’uomo, rappresenta un emergente problema sociale e di salute pubblica. Vengono presentate alcune problematiche etiche e di sicurezza.

 

Parole chiave: potenziamento cognitivo, consolidamento della memoria, smart drugs, psiconauti, effetti avversi


Fin dalle sue origini, l’essere umano è ricorso all’impiego di sostanze, prima naturali e poi di sintesi, allo scopo di migliorare le proprie performance cognitive.
Le civiltà antiche utilizzavano comunemente sostanze allucinogene nel tentativo di espandere le proprie capacità sensoriali ed entrare in contatto con quelle che ritenevano essere le loro divinità. È noto inoltre come nell’antica Grecia gli studenti mettessero del rosmarino tra i capelli, perché erano certi che questa pianta aumentasse la memoria. Oggigiorno, questo tentativo di potenziamento cognitivo è radicalmente cambiato nelle sue finalità, così come nelle tecniche impiegate che comprendono sia semplici esercizi di allenamento mnemonico, sia l’impiego di farmaci psicoattivi.
Indipendentemente dalle tecniche di potenziamento cognitivo utilizzate, permane come filo conduttore il bisogno, tipico dell’uomo, di un costante miglioramento delle proprie capacità psicofisiche, in un eterno tentativo di superamento dei propri limiti.

Figura 1
Propriamente, il potenziamento cognitivo è definito come l’amplificazione o l’estensione delle capacità centrali della mente, attraverso il miglioramento e il rinforzo dei sistemi di elaborazione delle informazioni interne ed esterne. Nello specifico, gli interventi di potenziamento cognitivo possono essere diretti ad una o più delle fasi chiave proprie di tali sistemi di elaborazione, ovvero le fasi di acquisizione (percezione), selezione (attenzione), rappresentazione (comprensione) e ritenzione (memoria) delle informazioni stesse.
Il potenziamento cognitivo propriamente detto fa riferimento ad interventi condotti da e su soggetti sani, con finalità quindi non curative bensì migliorative della performance intellettuale.
Tra le diverse forme di potenziamento cognitivo, quello farmacologico è di particolare interesse sia sociale che scientifico. In ambito sociale, infatti, il crescente impiego di psicostimolanti rappresenta un rilevante problema di salute pubblica, dati i potenziali rischi connessi all’assunzione di tali sostanze.
Recenti studi mostrano come la “cosmesi neurologica” farmaco-mediata sia una pratica attualmente diffusa principalmente in ambito scolastico e accademico. Esaminando le acque di scolo di un campus americano, uno studio condotto da Burgard e colleghi ha evidenziato negli anni 2011-2012 un significativo aumento delle concentrazioni di amfetamine e di metilfenidato nei periodi dell’anno accademico corrispondenti agli esami intermedi e finali, rispetto alle concentrazioni riscontrate nei periodi di minore stress quali l’inizio dell’anno accademico. Risultati provenienti da vari sondaggi mostrano come queste sostanze siano di facile reperibilità tra gli studenti, che le ottengono da amici a cui effettivamente questi farmaci vengono prescritti per una particolare patologia (basti pensare che negli USA il 5% degli studenti viene diagnosticato con ADHD- Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder), o falsificando i sintomi per ottenere una diagnosi e una conseguente prescrizione medica.
Accanto all’impiego in ambito accademico, un uso non trascurabile di psicostimolanti è stato riportato in professioni che richiedono alti livelli di attenzione e di concentrazione, come i chirurghi. Da uno studio condotto nel 2011 in Germania analizzando dei questionari anonimi compilati da chirurghi, è emerso che il 9% dei medici in esame aveva fatto uso in almeno un’occasione di sostanze per il potenziamento cognitivo, principalmente allo scopo di contrastare fatica, deficit di concentrazione e potenziali sintomi depressivi derivanti da situazioni lavorative di intenso stress fisico e mentale e da privazione di sonno.
In particolare, i potenzianti cognitivi impiegati comprendono una vasta ed eterogenea gamma di sostanze, conosciute con il nome di smart drugs. Come definito dall’Istituto Superiore di Sanità, con il termine smart drugs “si intendono tutta una serie di composti sia di origine naturale (vegetale) che sintetica” che “promettono di aumentare le potenzialità cerebrali, la capacità di apprendimento e memoria nonché di migliorare le ‘performance’ fisiche di chi le assume ed anche di fornire effetti psichedelici di ‘visioni sensoriali ed allucinogene’ particolari, percezioni, sensazioni, emozioni e processi mentali in genere”. In Italia, tali sostanze non sono attualmente inserite tra le sostanze stupefacenti e psicotrope vietate secondo la tabella I dell’art.14 del DPR n. 309/90; pertanto, non esistono attualmente divieti alla loro commercializzazione.
Come riportato in un articolo di Elena Meli sul «Corriere della Sera» (“La giungla di internet sugli ‘estratti vegetali’” 22 giugno 2015), gran parte del successo dalle smart drugs sembra derivare proprio dal fatto che queste molecole, pur esercitando potenti effetti psicostimolanti, non rientrano tra le droghe d’abuso propriamente dette, e vengono quindi offerte legalmente sul mercato, millantando una maggior sicurezza d’uso (quasi mai supportata da studi clinici) rispetto alle normali droghe d’abuso. Numerosi sono i siti web e i negozi virtuali che offrono pronta reperibilità di queste sostanze, come gli “hemp shop” fisici e cibernetici (negozi che vendono articoli e prodotti riguardanti la canapa, compresa la rivendita di semi di varie specie per la coltivazione fai-da-te). Accanto a questi siti, spopolano nella rete i forum in cui gli psiconauti (ovvero coloro che ricercano e acquistano in rete smart drugs) si scambiano consigli ed esperienze sulle sostanze utilizzate.
Le informazioni contenute in questi blog rappresentano un interessante strumento per conoscere quali sostanze vengono impiegate come psicostimolanti e con che modalità vengono assunte.
Tra le sostanze maggiormente impiegate primeggiano farmaci psicostimolanti clinicamente impiegati nel trattamento dell’ADHD come il metilfenidato o il modafinil (o il suo enantomero armodafinil o il pro-farmaco adrafinil) (Tabella 1 a pag. 32). L’uso di questi farmaci in soggetti sani, spesso ottenuti grazie alla prescrizione di medici compiacenti, esercita infatti effetti psicostimolanti a livello della corteccia prefrontale, con azione di potenziamento della memoria, della velocità di ragionamento, nonché di diminuzione del controllo inibitorio e aumento della veglia.
Una ricerca in corso in ambito universitario, condotta esaminando diversi forum online, ha riscontrato inoltre come anche farmaci tradizionalmente impiegati nella terapia antiepilettica e nel trattamento del dolore neuropatico, quali pregabalin e gabapentin, vengono ampiamente acquistati nel web in alternativa alle sostanze ad azione oppioide (secondo quanto riportato dagli utilizzatori stessi), in quanto sembrano dare minore tolleranza e assuefazione rispetto a queste ultime, pur fornendo potenti effetti psicostimolanti.
Accanto ai farmaci noti per i loro effetti a livello del sistema nervoso centrale (SNC), l’elenco delle principali sostanze usate come potenzianti cognitivi annovera anche il propranololo, un beta-bloccante tradizionalmente impiegato nel trattamento dell’ipertensione e dei disturbi cardiovascolari in genere. In forza della sua lipofilia e della conseguente capacità di attraversare la barriera ematoencefalica, il propranololo esercita infatti effetti sul (ri)consolidamento della memoria emozionale a lungo termine, riducendo l’ansia e la paura e trovando pertanto impiego anche nel trattamento dei disordini da stress post-traumatico (post-traumatic stress disorder- PTSD).
Nonostante la consapevolezza di impiegare dei farmaci al di fuori delle loro indicazioni terapeutiche, molte persone scelgono comunque di ricorrere all’assunzione di queste sostanze per potenziare le proprie performance cognitive. Anche nel caso in cui tale consapevolezza agisca da deterrente verso un uso improprio di farmaci psicostimolanti, non va però dimenticato che anche numerosi integratori e sostanze di origine naturale come caffeina, melatonina e rodiola sono capaci di esercitare potenti effetti nootropici (Tabella 1).

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Tra le sostanze naturali più commercializzate nel web, degno di menzione è il kratom, una miscela di alcaloidi estratti dalla Mytragina speciosa dalle potenti attività stimolanti-euforizzanti; tale sostanza al momento non è posta sotto controllo degli enti regolatori, anche se negli USA la DEA ha mosso numerose iniziative per la rivalutazione da parte dell’FDA, alla luce dei potenziali effetti avversi e di assuefazione di questa sostanza.
Consapevoli che l’etichetta di prodotto naturale rassicura spesso l’utilizzatore circa la sicurezza della sostanza, numerosi siti internet attribuiscono deliberatamente questa denominazione in maniera inappropriata e fuorviante a sostanze sintetizzate chimicamente a partire da prodotti naturali: è il caso ad esempio di preparazioni contenenti catinoni, sintetizzati a partire dalla pianta khat e commercializzati “camuffati” come sali da bagno, per poi essere in realtà assunti come psicostimolanti.
L’uso crescente di queste sostanze rappresenta un problema di salute pubblica assolutamente non trascurabile, data la totale assenza di studi clinici e di informazioni circa la loro sicurezza. Un esempio per tutti è quello di unifiram e sunifiram, due sostanze nootrope piracetam-simili sintetizzate nel 2000 dal gruppo di ricerca fiorentino coordinato dal prof. Gualtieri. Tali sostanze, non sottoposte a copertura brevettuale, sono attualmente reperibili online in una dozzina di siti tra cui il noto sito di acquisti Amazon che ne millantano le potenzialità come enhancer cognitivi, nonostante le sole informazioni valide disponibili derivino da studi pre-clinici condotti sui soli modelli animali, e nonostante la totale assenza di dati circa la tossicità a lungo termine di questi trattamenti (Figura 1).
Dati il potenziale impatto clinico connesso dell’uso e abuso di queste sostanze e la scarsità di informazioni scientifiche documentate e accurate, sono stati condotti o sono attualmente attivi vari progetti di ricerca volti a fornire evidenze scientifiche circa l’efficacia e la sicurezza di questi trattamenti. Uno studio inglese del 2003 condotto su 60 volontari sani randomizzati a placebo o a modafinil (100 o 200 mg), ha riportato significativi miglioramenti delle performance riguardanti il digital span, la pattern recognition memory visiva, la pianificazione spaziale e il tempo di reazione nei pazienti trattati con modafinil.
Recentemente è stato completato un ulteriore studio tedesco a cura della Charite University di Berlino, volto ad investigare “Gli effetti di modafinil, caffeina e metilfenidato in volontari sani”; i risultati di questo studio non sono però ancora disponibili.
Relativamente al metilfenidato, inoltre, una revisione di letteratura condotta nel 2014 da Linssen e colleghi ha fornito evidenze circa l’efficacia di questo trattamento, principalmente in riferimento al miglioramento della memoria lavorativa e della velocità di processazione delle informazioni.
Le conclusioni della suddetta revisione pongono inoltre particolare attenzione alle potenziali reazioni avverse e al rischio di dipendenza derivanti dall’impiego di potenzianti cognitivi.
Accanto agli studi sulle smart drugs, la ricerca si sta focalizzando anche sull’efficacia di tecniche non-farmacologiche di potenziamento cognitivo, quali la stimolazione con corrente diretta transcranica (transcranial Direct Current Stimulation- tDCS). Questa tecnica, in particolare, prevede una modificazione dell’attività neuronale attraverso l’applicazione di una debole corrente elettrica costante a livello dello scalpo. Risultati proveniente da vari studi sottolineano l’efficacia di questa tecnica nel migliorare le performance cognitive in patologie quali la depressione, il deficit cognitivo, l’ADHD. Nei soggetti sani, inoltre, diversi studi hanno documentato l’efficacia della tDCS nell’aumento dell’attenzione, dell’apprendimento e della memoria, e del problem solving, specialmente quando combinata ad esercizi di allenamento mnemonico.
La crescente disponibilità di sostanze o tecniche per il potenziamento cognitivo apre però anche un dibattito etico e sociale assolutamente non trascurabile. In particolare, gli aspetti etici si articolano innanzitutto attorno alla problematica della coercizione, connessa alle possibili pressioni più o meno celate per l’assunzione di tali sostanze nell’ambito di competizioni lavorative o scolastiche. Ne derivano successive problematiche quali l’autenticità delle performance compiute sotto potenziamento cognitivo, specialmente nell’ambito di competizioni sportive a carattere agonistico.
Preso atto dell’inevitabile competitività degli ambienti lavorativi e sportivi, e considerata la difficoltà legislativa di classificazione e di regolamentazione dell’uso di queste molecole, risulta di primaria importanza la divulgazione di informazioni accurate e sempre aggiornate circa i possibili effetti avversi connessi al loro utilizzo nel potenziamento cognitivo.

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