La posteducazione nella postmedicina

ANTONIO PANTI, dal 1971 ha ricoperto diversi incarichi nella FIMMG, di cui è stato anche Segretario e Presidente Nazionale. Presidente dell’Ordine di Firenze dal 1988. Ha ricoperto cariche nazionali nella Federazione Nazionale degli Ordini, in particolare nella Commissione per le ultime stesure del Codice Deontologico. Membro di numerose Commissioni Ministeriali. È stato dal 1998 al 2016 Vicepresidente del Consiglio Sanitario Regionale.

Antonio PantiIn qualche momento della vita si decide di studiare medicina. Di solito si ha già in mente un “prototipo”, un parente medico, l’immagine del chirurgo che taglia, la curiosità per come è fatto l’uomo, un ruolo di prestigio e ben retribuito, insomma una ragione che motiva ai lunghi studi universitari. Ma quel che dà la maggior spinta è l’immagine di un insieme di atteggiamenti, comportamenti, convinzioni che sottendono valori impliciti ed espliciti e che sostanziano l’archetipo antropologico del medico. Negli anni della formazione si impara tutto quel che serve per fare e saper fare il medico ma, nello stesso tempo, si introiettano una serie di skills professionali che rispondono alle attese della società e a quelle che i medici hanno su loro stessi. Accanto al curricolo formativo (la pedagogia) si svolge una sorta di curricolo nascosto (una paideia) che forma il medico non solo sul piano scientifico e relazionale ma anche su quello professionale, sulla scorta di un “modello inconsapevole” vivo da secoli nella letteratura, nel cinema, oggi nella TV, insomma nell’immaginario collettivo. Professionista è colui che non solo conosce e sa usare la medicina, ma tiene comportamenti attesi dalla società, dai pazienti e dai colleghi. La deontologia è anche questo, il modello valoriale che ispira le azioni del medico perché siano socialmente riconoscibili e rispondano a quel tipo di aiuto che da lui ci si attende.
Ciò significa che la formazione del medico ha un lato nascosto, ma concreto, che discende dal contesto sociale e antropologico in cui si svolgerà la professione. L’identità del medico non è questione da poco perché qui sta la differenza con le altre professioni di aiuto. Non c’è bisogno di cartellini sul camice con scritto “dottore medico” come vuole la Federazione; il medico è riconoscibile per il suo atteggiamento di leader nel complesso e altamente tecnologizzato ambiente delle cure. Vi è una grande discussione all’interno dei sindacati medici su come distinguere un medico da un altro professionista sanitario, su chi decide nei percorsi di cura. Siffatte questioni non si risolvono per legge. Il medico è riconoscibile perché si comporta da medico. Ha vissuto negli anni formativi quello che in America si chiama “hidden curriculum”, cioè l’insieme dei messaggi “nascosti” che i vecchi professionisti mandano all’aspirante medico perché conformi il suo “essere” alle regole scritte (il codice deontologico) e non scritte della “corporazione” e che, è bene insistervi, la società ha sempre condiviso se non preteso.
Negli ultimi tempi sono sorte molte complicazioni. Il “linguaggio professionale”, le regole implicite ed esplicite del loro agire pubblico e privato rispondono ancora alle attese dei pazienti? Il curricolo implicito di cui abbiamo parlato comprendeva anche aspetti quali la perdita di idealismo, la paura di sbagliare, la negazione dell’incertezza, il distacco emotivo, tutte cose che hanno un indubbio valore nell’esercizio della professione ma che possono essere affatto sfalsate rispetto alle domande sociali. Oggi non solo l’incertezza è un elemento costitutivo della realtà, ma viviamo in un mondo “fuzzy”, dai confini sfumati, nel quale le antiche divisioni operative che distinguevano le diverse professionalità sanitarie appaiono assai labili e superabili. Chiunque però, anche il medico, vive l’anomia come perdita egoica. La trasmissione del vissuto delle precedenti generazioni non è altro che la disseminazione dei valori allora dominanti che ora possono essere del tutto spiazzanti.
In conclusione, formare un nuovo medico significa trasmettere un’esperienza di vita. Un sistema di relazioni e modalità regolative del proprio pensiero che condizionano la prassi quotidiana. Il “medical professionalism” è centrato sull’idea che ognuno si forma di sé e i sistemi cognitivi agiscono in specifici contesti storici e sociali. Il setting in cui interagiscono docenti e studenti è quindi della massima importanza. Allora, alle attuali incrementali difficoltà occupazionali dei giovani colleghi, si aggiunge una problematicità di collocamento perché essi trovano una medicina diversa da quella che avevamo loro prefigurato. Da un lato vi è uno scollamento tra le conoscenze e le competenze acquisite e il modello operativo della sanità; dall’altro non sappiamo quanto i giovani siano preparati a una medicina e a un mercato in continua travolgente trasformazione.
L’ideale sarebbe formare alla libertà, alla tolleranza, all’incertezza, al rispetto, all’autonomia, a dar risposta alla ricerca di senso col servizio al cittadino. L’impressione è che, ancor più che in passato, le giovani generazioni debbano reagire con mezzi propri e adattarsi o vivere nel disagio. Per chi giovane non è, e quindi tenta di essere di esempio, il riferimento sono gli antichi valori che, ove venissero a mancare, i medici avrebbero davvero bisogno del cartellino per distinguersi.

In Evidenza

Si informano i lettori di Toscana Medica che sarà di prossima pubblicazione un forum dal titolo “LA FRAGILITA’ OSSEA: UN PROBLEMA CHE POSSIAMO AFFRONTARE MEGLIO”. Si ringrazia la

lilly

per il proprio contributo non condizionante.

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